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Domenica mattina, di ritorno in Toscana, sul bus che dall’aeroporto di Pisa mi portava a Firenze ho casualmente incontrato due amici che non vedevo da parecchio tempo, due musicisti professionisti rispettivamente diplomati in pianoforte e violino. I due giovani musicisti calabresi, che per comodità chiameremo Nicola e Alessandro, come me andavano a Firenze, città dove, negli ultimi tre anni, si sono recati almeno una volta al mese, sacrificando soldi, affetti e tempo libero, al fine di concludere un corso di alto perfezionamento musicale.

Alessandro è docente di musica nella scuola media di uno sperduto paesino calabrese, mentre Nicola, sempre in Calabria, fa il docente di sostegno: entrambi, desiderosi di crescere musicalmente e ulteriormente perfezionarsi, hanno deciso di intraprendere questa difficile quanto onerosa avventura che a breve, con loro somma soddisfazione, li condurrà verso l’ennesimo, prestigioso traguardo artistico.

Perché vi sto parlando di Nicola e Alessandro? Perché i due musicisti, entrambi sulla trentina e con un passato costellato da sacrifici, passione e profondo spirito di abnegazione, non sono altro che l’ennesima conferma di un Paese senza alcuna prospettiva culturale ancor prima che musicale, l’ennesimo urlo di sconfitta di una nazione incapace di offrire alle proprie migliori leve l’adeguato, consono prosieguo lavorativo a fronte di decenni di studi e sfide d’ogni genere. Che l’Italia si trovi, in tal senso, alla canna del gas, non è certo un mistero, ma la politica sembra voler proseguire sulla via della totale sordità, priva probabilmente dell’adeguata preparazione culturale atta a fornire risposte efficaci a un problema sempre più complesso.

Ne parlava già qualche anno addietro Massimo Mercelli, flautista vice presidente dal 2011 del prestigioso European Festivals Association (Efa): “(…) il panorama musicale italiano, complice una politica che non aiuta, si attesta su un livello sofferente – dichiarava il flautista in un’intervista rilasciata a Cremonamondomusica.it – Penso che il paese più organizzato e meglio formato da un punto di vista di preparazione musicale sia la Germania. Ci sono 180 orchestre, e spesso anche paesini di 50mila abitanti ne hanno una. Poi ci sono una decina di Hochschule (istituzioni del sistema educativo terziario tedesco, ndr) di altissimo livello, molto qualificate il cui parco allievi è per lo più straniero, attratti dal livello sopra la media”.

Ma non solo: alla totale mancanza, in Italia, di orchestre e complessi sinfonici, si aggiungono le irricevibili storture di carattere amministrativo e burocratico: “Solo in Italia – prosegue Mercelli – alle prime parti di orchestra è proibito insegnare nei Conservatori, e questo diventa penalizzante anche per gli allievi”. Colpo di grazia finale è stata poi la riforma che ha trasformato i conservatori in università, miserevolmente tale da costringere un qualsiasi musicista a diplomarsi non prima dei ventitré anni: “Non si può considerare un conservatorio come un’università – commentava il compositore Domenico Turi lo scorso agosto su Lastampa.it – non ci si può iscrivere a 18 anni e pensare di poter seriamente iniziare a studiare musica a quell’età! Io ho cominciato da bambino al piccolo Conservatorio di Monopoli ed ero iscritto anche alla scuola media annessa”.

Le denunce e i contributi atti alla sensibilizzazione non si contano più: anche noi, qualche mese addietro, denunciavamo la fortissima crisi delle fondazioni lirico-sinfoniche principalmente dovuta alla totale mancanza di preparazione e formazione scolastica del più adeguato pubblico possibile. Nel frattempo il nostro Paese continua ad allevare giovani promesse destinate a un futuro che definirlo incerto risulta essere un prestigioso eufemismo, e tutti i Nicola e Alessandro d’Italia, pieni di passione, dedizione e amore per un’arte dimenticata, possono sperare, semmai, in un futuro carico di soddisfazioni… in Germania.

L’articolo Se la musica muore, meglio scappare in Germania proviene da Il Fatto Quotidiano.

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