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Gli studiosi dei Beatles dibattono da molti anni su quale sia da ritenere il miglior album del quartetto di Liverpool. Negli ultimi tempi si tende a considerare che Revolver, il 33 giri uscito il 5 agosto del 1966, sia il più significativo della discografia dei Beatles in termini di innovazione e originalità creativa; ma è in corso un’inattesa rivalutazione del cosiddetto “Doppio Bianco”, l’album The Beatles, uscito il 22 novembre del 1968, finora ritenuto sostanzialmente ipertrofico e dispersivo, del quale sembra si stia riscoprendo la varietà dei temi e delle ispirazioni.
Quel che però è indubbio è che, della discografia dei Beatles, l’album “più famoso” rimane “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (d’ora in avanti semplicemente “Sgt. Pepper”). E con ragione; perché, indipendentemente dalla sua posizione nella scala di valori relativa alla qualità intrinseca delle canzoni, Sgt. Pepper è indubitabilmente l’album di musica pop-rock più importante mai pubblicato. Lo è grazie al fatto che la sua valenza non è stata solo musicale, ma anche – forse soprattutto – sociale.

“Dai tempi del Congresso di Vienna, 1815, la civiltà occidentale non fu mai così vicina all’unità come nella settimana in cui venne pubblicato ‘Sgt. Pepper’. Per un breve momento, la frammentata coscienza del mondo occidentale si riaggregò, quantomeno nelle teste dei giovani”. Al netto dell’esagerazione, le parole scritte al tempo da Langdon Winner (allora collaboratore di “Rolling Stone”, oggi professore di scienze sociali a New York) rispecchiano con precisione la sensazione di trovarsi di fronte, con l’uscita di quel disco, a un momento epocale.
Molte diverse componenti contribuirono a fare di “Sgt. Pepper” un caposaldo della storia della musica registrata e pubblicata nella seconda metà del secolo scorso: dall’immagine di copertina (complessa e costosa da realizzare, affidata all’artista della pop art britannica Peter Blake), al fatto che quella copertina per la prima volta recasse stampati i testi delle canzoni, alla percezione che “Sgt. Pepper” fosse, se non il primissimo, perlomeno il più riuscito “concept album”. (Questa opinione, diffusa ancora oggi, è ormai ampiamente considerata infondata: “Sgt. Pepper” sembra un concept album, ovvero un disco in cui tutte le canzoni contribuiscono a raccontare un’unica storia, ma così non è; la sua unità concettuale sta nel fatto che è stato organizzato in maniera da farlo apparire come l’opera di un gruppo di musicisti – ovvero la fantomatica Banda del Club dei Cuori Solitari del Sergente Pepper – “diversi” dai quattro che lo concepirono e realizzarono).

L’1 giugno del 2017 “Sgt. Pepper” compie cinquant’anni; e, com’era prevedibile, l’etichetta discografica dei Beatles, la Apple (solo omonima di quella di Steven Jobs), ha approntato importanti celebrazioni. Usciranno infatti diverse riedizioni del disco (in CD singolo; in CD doppio; in vinile doppio) ma, soprattutto, un’edizione super deluxe contenente quattro CD, un DVD, un Blu-ray, più svariati altri annessi e connessi – libro, miniposter, inserti ritagliabili e altri parafernalia da collezionisti. Naturalmente, quasi inevitabilmente, il materiale sonoro originario è stato sottoposto a imponenti rielaborazioni. A mettere le mani sui nastri originari a quattro piste di “Sgt. Pepper” è stato chiamato Giles Martin che è sì il figlio di George Martin, ovvero il produttore di sempre dei Beatles, recentemente scomparso, che fu – insieme al fonico Geoff Emerick – in buona sostanza il coautore dell’album per come lo conosciamo; ma è anche uno che si concede troppe libertà.

Quando c’è Giles Martin di mezzo, si può star sicuri che la filologia storica passa in secondo piano rispetto alla “piacevolezza” del risultato complessivo (e alla sua “modernità” sonora: logico, dato che queste operazioni commerciali della Apple sono indirizzate al grande pubblico “non specialista”). Giles Martin è uno probabilmente, a lasciarlo fare, restaurerebbe la Cappella Sistina usando l’aerografo e le bombolette spray; ovvio che fra noi talebani beatlesiani serpeggi un certo timore. Temperato però, almeno in parte, da una soddisfazione e da un’aspettativa. La soddisfazione è che finalmente sarà possibile acquistare una versione in mono su CD del “Sgt. Pepper” senza essere costretti ad acquistare il box dell’intera discografia in mono dei Beatles. E dato che il mixaggio originario e “approvato” dai Beatles di “Sgt. Pepper” è quello in mono, come del resto era ancora prassi nel 1967, è comprensibile che ci sia molta curiosità di ascoltarlo (almeno da parte di chi non possiede l’edizione originaria in vinile mono del 1967, o le successive ristampe sempre in vinile del 1982 e del 2014). L’aspettativa riguarda due dei quattro CD della Deluxe Edition; i quali conterranno 33 tracce sonore che documentano versioni preparatorie, intermedie e “di lavorazione” di tutte le tredici canzoni dell’album, più le coeve “Penny Lane” e “Strawberry Fields Forever”.

Si tratta di materiale abbastanza noto ai collezionisti di bootleg, cioè di pubblicazioni “non autorizzate” destinate ai collezionisti sfegatati; ma è la prima volta che esso viene reso disponibile ufficialmente. E la Apple non è stata granché generosa, finora, con i collezionisti: se si eccettuano i tre volumi, ognuno in due Cd, delle “Anthology” (pubblicati nel 1994 e nel 1996) e l’abbastanza infelice “Let it be… naked” uscito nel 2003, dagli archivi dell’etichetta non era più stato fatto uscire niente di inedito. La data fissata per l’uscita delle edizioni celebrative di “Sgt. Pepper” è il 26 maggio; i prezzi di vendita non sono ancora stati ufficializzati, ma orientativamente il box della Deluxe Edition dovrebbe costare intorno ai 150 euro – è attualmente preordinabile su Amazon.co.uk a 109,99 sterline.

Franco Zanetti

Direttore di www.rockol.it, ha scritto, curato e tradotto numerosi libri sui Beatles, fra i quali uno, scritto con Riccardo Bertoncelli, interamente dedicato a “Sgt. Pepper” (Giunti, 2007)

L’articolo Sgt. Pepper, l’album più importante di musica pop-rock mai pubblicato compie 50 anni. E arrivano le rielaborazioni di Giles Martin proviene da Il Fatto Quotidiano.

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