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Sta avvenendo in questi giorni l’assalto finale alla capitale dello Stato terrorista Isis, a Raqqa in Siria. Ne sono protagoniste le Forze democratiche siriane (Sdf), composte da combattenti kurdi, arabi e di altra etnia, uniti su di un progetto democratico radicale, egemonizzato dalle forze di liberazione kurde del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e dell’Unità di protezione popolare (Ypg o Ypj). Questi movimenti si ispirano alla leadership del grande dirigente comunista kurdo Abdullah Ocalan, tuttora detenuto in un carcere turco nell’isola di Imrali e sempre a rischio di eliminazione fisica da parte del regime di Erdogan. Tatticamente, hanno saputo giovarsi dell’importante appoggio sia degli Stati Uniti che della Russia, ma non sono affatto quei “boots on the ground” invocati da qualche sprovveduto. Puntano a un totale rinnovamento democratico della politica medio-orientale per attribuire al popolo le risorse naturali ricchissime, specialmente energetiche ma non solo, di quelle regioni da sempre sfruttate da poteri coloniali e multinazionali.

Attuano la democrazia di genere, rivendicando e praticando i diritti di ogni genere per le donne in un contesto tradizionalmente maschilista. Difendono l’ambiente contro i progetti devastanti della mega-opere promosse dal regime turco e da altri. Vogliono una democrazia federale e di base che si fondi sulla partecipazione popolare pur senza rinnegare lo Stato di cui fanno parte, tanto è vero che la bandiera siriana viene sventolata accanto a quelle della Rojava e delle varie formazioni politiche e militari. Questa grande offensiva dev’essere di insegnamento per noi tutti nel momento in cui il terrorismo di cosiddetta “matrice islamica” costituisce senza dubbio un problema, negli attentati di Manchester, Londra e Parigi e, ancora prima, una vera e propria psicosi, suscettibile a sua volta di effetti devastanti, come si è visto nella drammatica notte di Torino. Commentatori superficiali, pronti a ripetere pappagallescamente slogan orecchiati altrove, parlano di terrorismo fai da te, lupi solitari e sciocchezze del genere.

Occorre invece dire con estrema chiarezza che il terrorismo fondamentalista è fortemente organizzato, dispone di una rete in tutto l’Occidente e in particolare in Europa, e continua a beneficiare di appoggi di alto livello, specialmente da parte di Stati come Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Ora che i combattenti fondamentalisti rientrano alla base in Europa il pericolo diventa altissimo in tutta l’Europa. E francamente né le leadership politiche, né gli apparati di sicurezza appaiono all’altezza della sfida, al punto da suscitare con sempre maggiore nettezza il sospetto di voler utilizzare anche il terrore come instrumentum regni, per incentivare la passivizzazione delle masse, ridotte a moltitudini impaurite che arrivano anche a calpestare bambini di pochi anni pur di mettersi in salvo da un pericolo inesistente, come accaduto a Torino. Nel frattempo, le irresponsabili politiche neoliberiste, come quelle messe in atto dalla May nel Regno Unito, ma anche da Renzi e dai governi precedenti in Italia, continuano a lesinare fondi indispensabili per salvaguardare la dignità, la professionalità e l’efficacia delle forze di polizia.

Vanno smantellate le reti di protezione di cui godono i terroristi. Invece di farlo, gli Stati occidentali continuano ad accordare fiducia, finanziamenti ed armamenti a potenze chiaramente complici del terrorismo come l’Arabia Saudita, il vero cuore nero del terrorismo fondamentalista, centro al tempo stesso di un capitalismo neoliberista che risulta oggi proprietario di consistenti quote delle società quotate nelle principali borse-valori dell’Occidente. La pantomima messa in scena di recente dagli altri regimi del Golfo contro il Qatar serve a nascondere queste responsabilità, dato che l’Arabia Saudita non è certamente meno colpevole del sostegno al terrorismo e che l’attacco contro il regime di Doha non è tanto dovuto alle sue complicità con il terrorismo quanto alle sue aperture nei confronti dell’Iran e al suo impegno per la necessaria riconciliazione tra sunniti e sciiti.

Nel frattempo, i sauditi rilanciano il terrorismo contro l’Iran, prologo di una guerra che si avvicina con il pieno accordo di Trump. Particolarmente imbarazzante appare in questo contesto un Paese come l’Italia, la cui politica estera ha sempre dimostrato un’assoluta ignoranza delle poste in gioco e si è limitata all’appoggio miope e autolesionista di questo o quel business con chicchessia. Commercianti di bassa lega più che politici in possesso di una visione strategica, nonostante la buona qualità media di un corpo diplomatico spesso umiliato e costretto a seguire oggi le direttive di un politico semianalfabeta come Alfano, molto più interessato dalle tristi sorti del suo micropartito con il nuovo sistema elettorale che dalle sfide complesse e affascinanti della situazione internazionale.

Complici dei terroristi sono altresì i politicanti razzisti come Trump, Le Pen e Salvini e va salutata con favore la decisione del sindaco di Londra di chiedere la proibizione della visita nel Regno Unito del presidente degli Stati Uniti, spacciatore all’ingrosso di odio razziale per sostenere le proprie traballanti fortune politiche. Se si vuole veramente battere il terrorismo occorre cambiare del tutto registro. L’offensiva della Forze democratiche siriane contro Raqqa ci mostra la strada. Occorre un’alleanza strategica con i popoli del Medio Oriente, non la continuazione del sostegno ai regimi che si rendono colpevoli di appoggiare anche in modo operativo il terrorismo e responsabili di veri e propri genocidi, come quello in atto in Yemen da parte dell’Arabia Saudita, compiuto con le armi degli Stati Uniti e di altri Paesi occidentali, Italia compresa.

L’articolo Terrorismo e dintorni, come si può vincere? L’esempio delle Forze democratiche siriane proviene da Il Fatto Quotidiano.

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