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Con la data di Londra andata in scena sabato 8 luglio, ha preso il via il tour europeo degli U2 o, per meglio dirla, sono proseguite le celebrazioni scoccate per i 30 anni dall’uscita dell’album capolavoro The Joshua Tree: disco (sempreverde) e sempre presente in tutte le classifiche di rito, annoverato da più parti tra gli album imprescindibili della musica recente e, forse, punta massima del pensiero artistico di Bono Vox e compagni.

Come ogni azienda che si rispetti (e gli U2 da tempo si muovono come altre band alla maniera di una multinazionale ben guidata), il gruppo irlandese ha deciso di acchiappare al volo la prevedibile occasione e rinforzare un brand un po’ opacizzato. Nell’ultimo quarto di secolo, infatti, la sperimentazione e la ricerca culminate proprio in The Joshua Tree (nel quale convergono elementi della musica soul, blues e gospel) hanno trovato approdo felice solo nei successivi Rattle & Hum (1988) e Achtung Baby (1991).

A lungo andare, gli U2 – che avevano saputo ridisegnare i canoni della new wave, del rock ma anche del folk e del pop (grazie ai consigli disinteressati degli amici illustri Bob Dylan, Patti Smith e Keith Richards) – sono diventati (e non è il loro un caso unico) un gruppo niente più che consapevole, capace di tirare fuori (al momento opportuno) canzoni e dischi saltuariamente all’altezza di una storia comunque gloriosa, cui guardare con rispetto.

In questo senso, l’operazione pronta ad approdare qui in Italia con il doppio appuntamento romano previsto per il weekend, pur costituendo per i fan (e gli amanti della buona musica in generale) un’occasione imperdibile, non può che rimandare alla mia mente il tentativo (goffo) di Nokia di reimmettere nel mercato il glorioso 3310. Sì, perché è lecito, ma ancor prima comprensibile, che il quartetto irlandese voglia essere ricordato per questo e non, ad esempio, per il vespaio di polemiche scatenato dopo che l’ultimo Songs of innocence era stato regalato a tutti gli utenti iTunes molti dei quali – è cosa nota – non hanno neppure voluto scartare il pacco.

Un lifting prevedibile, cui sembrano obbligati a sottoporsi tutti i grandi (superstiti) della musica rock, pop e metal, che nei palazzetti come nei locali di media capienza girano sciogliendo a poco a poco le bende di un passato inarrivabile al ritmo di un presente che li vede scottati da un pubblico e nuove modalità di fruizione che vorrebbero alienarne la grandezza. Escamotage o mossa furba che sia, cercando per una o due notti di non allargare il discorso oltremodo, varrà sicuramente la pena far finta di niente e sognare di essere tornati in quegli anni: quando l’indignazione, la rabbia e il sogno tanto agognato delle praterie americane regalava al mondo un’opera degna di essere preservata per le generazioni a venire.

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