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ammazzato

 

Faceva il guardialinee per il campionato dilettantistico di calcio. E’ stato ucciso a calci e pugni da baby giocatori inferociti. I protagonisti di questa assurda tragedia è Richard Nieuwenhuizen, un uomo di 41 anni e alcuni ragazzini di età compresa fra i 15 e i 16 anni che giocano nell’Amsterdam Nieuw Sloten. La polizia ne ha già arrestati tre, sospettati di avere partecipato al brutale pestaggio durante una partita giocata domenica ad Almere, vicino ad Amsterdam, nella quale giocava anche il figlio

Non ha nulla a che fare con lo sport – “E’ scappato ma i ragazzi lo hanno inseguito e picchiato”, ha spiegato un portavoce della polizia. L’uomo, un padre di famiglia, è stato colpito con calci e pugni alla testa, riportando gravi danni cerebrali. Trasportato d’urgenza in ospedale, Nieuwenhuizen si è spento dopo poche ore. La notizia della sua morte è stata data dal club Buitenboys presso il quale lavorava come dirigente. La polizia non ha escluso ulteriori arresti. La notizia, intanto, ha provocato lo sdegno delle istituzioni e delle autorità olandesi. “Tutto ciò non ha niente a che fare con lo sport e in nessun   caso si può tollerare”, ha affermato il ministro dello sport olandese  Edith Schippers. Diversi partiti hanno chiesto sanzioni più severe   per arginare il fenomeno della violenza nel calcio dilettantistico. Anche la federcalcio olandese ha condannato l’episodio. “E’ un fatto terribile”, ha detto un portavoce della Knvb.

 

“Considero Crocetta per queste parole, per averle ripetute non ancora sazio della sua vittoria, più miserabile di quelli che hanno ammazzato mio padre. Crocetta ha vinto le elezioni ma questo non lo autorizza all’oltraggio: che qualcuno dei suoi amici glielo spieghi”. Lo dice Claudio Fava, figlio di Giuseppe il giornalista catanese ucciso dalla mafia, riferendosi a una frase del neo presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta che aveva detto: “Io sono un Giuseppe Fava rimasto ancora vivo”. La dichiarazione era arrivata ai giornali già ad agosto: “Sono il nuovo Pippo Fava”. O, per citare alla lettera la dichiarazione rilasciata il 10 agosto da Crocetta, “io sono un Giuseppe Fava rimasto ancora vivo”. 

Non ho sentito dire a nessun giudice, mai, che lui era il nuovo Giovanni Falcone. Non ho mai sentito dire a un carabiniere che lui era il nuovo Carlo Alberto dalla Chiesa. Non ho mai sentito dire a un poliziotto che lui era il nuovo Ninni Cassarà. Non ho mai sentito dire a un dirigente politico che lui era il nuovo Piersanti Mattarella o il nuovo Pio La Torre.

Sento proclamare invece a Rosario Crocetta, da settimane, che lui è il nuovo Giuseppe Fava.

E’ bello sentire da Lucia Uva, una donna che non sa ancora chi e cosa abbia ammazzato suo fratello dopo che nella notte del 14 giugno 2008 è stato portato via dai carabinieri, che crede ancora nella giustizia: “c’è, basta applicarla“. Ed è ancora più bello vedere il suo viso rigato dalle lacrime e invaso da un sorriso alla fine della proiezione del documentario sulla morte di suo fratello, “Nei secoli fedele“, che era un’anteprima anche per lei. Non tutti i familiari di Giuseppe ce l’hanno fatta a reggere la proiezione, e c’è chi è uscito subito dalla sala. Lei invece era lì, in prima fila, a ripercorrere i quattro anni di calvario, dalla riesumazione del cadavere “a quella vita buttata via, la famiglia, i figli“, per arrivare a un risultato che a molti potrebbe sembrare deludente, ma che in questo caso è una prima, piccola, vittoria: il processo è stato azzerato.


pubblicato da Libero Quotidiano

J. Christopher Stevens, l'ambasciatore ammazzato dai fondamentalisti libici

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Appuntamento venerdì 29. Tribunale di Bergamo. Processo d’Appello per Antonio Monella, 52 anni, imprenditore edile di Arzago d’Adda. Il 6 settembre 2006 sparò e uccise un albanese 19enne che gli stava rubando la Mercedes. Ha detto di aver cercato di difendere la famiglia. E che voleva far fuoco verso l’alto. Niente da fare. In primo grado è stato condannato a 8 anni. Durante il processo, le perizie balistiche di accusa e difesa avevano dimostrato che l’uomo non aveva mirato contro il malvivente in fuga. Tanto che persino l’accusa aveva parlato di “eccesso colposo di legittima difesa” e non di “omicidio volontario”. Ma il gup Bianca Maria Bianchi ha avuto un’idea diversa, sostenendo che il reato da ipotizzare era quello più grave. Il tutto nonostante la legge – all’epoca entrata in vigore da poco – sulla legittima difesa. Norma fortemente voluta dalla Lega Nord e dal centrodestra in generale. All’edizione bergamasca del Corriere Antonio Monella ha spiegato: «Volevo sparare in aria, per far scappare i ladri. Non ho puntato all’auto. Il colpo è partito perché, uscendo sul balcone della camera, sono inciampato nel gradino della portafinestra». L’imprenditore è assistito dall’avvocato Enrico Mastropietro. Ed è proprio la dinamica dello sparo a non aver convinto il magistrato: i banditi albanesi stavano tagliando la corda, l’imprenditore era uscito sul balcone ed era partito un colpo. Il 19enne, ferito, era stato abbandonato dai complici davanti a un pub di Truccazzano. Morirà poco dopo. Monella nega che i suoi familiari non fossero più in pericolo. Ha raccontato: «Alle 2 di notte è scattato l’allarme e sono uscito dalla camera da letto. In salone ho incrociato un uomo. Mi sono subito blindato nel reparto notte, abbassando questa spranga (mostra una barra di metallo che blocca la porta dall’interno, ndr): io, mia moglie e la nostra bambina di cinque anni». Tutti in salvo, quindi? Non era detto. Perché «mio figlio era al piano di sopra. Ho temuto per lui e per mia madre che abita al piano terra. Con i furti di quel periodo e la paura, ho deciso in un secondo: ho preso il fucile e sono uscito». Poi lo sparo, la macchina con gli albanesi che sgomma, l’arrivo delle forze dell’ordine. Si capirà che uno dei malviventi è stato colpito a morte solo qualche ora dopo. Venerdì l’appello. Monella giura di aver difeso gli affetti più cari, dopo che ignoti gli erano entrati in casa. Di notte. I banditi stavano andando via. Il colpo – ripete l’imprenditore – ha colpito il giovane per una tragica fatalità. Ha già pagato 40mila euro di risarcimento. In primo grado è stato condannato, nonostante le perizie. Ora l’Appello. Legittima difesa oppure omicidio colposo?

Giusto alla fine della scorsa settimana, il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, nel corso della sua relazione annuale, aveva lanciato l’sos dei negozi al governo. Troppe tasse e Iva al 21% hanno riportato i consumi al livello del 1998, aveva denunciato Sangalli. Che poi aveva aggiunto: “Un ulteriore aumento dell’Iva sarebbe una caporetto per il commercio al dettaglio”. Parole che trovano una drammatica conferma nei dati che oggi l’Istat (l’Istituto nazionale di statistica) ha reso noti per il mese di aprile: l’indice delle vendite ha registrato una riduzione dell’1,6% su base mensile (cioè rispetto a marzo 2012). L’arretramento congiunturale è il più ampio da maggio 2004, ma quello su base annua è il peggiore addirittura dall’avvio delle serie storiche nel genaio 2001. Rispetto ad aprile 2011, infatti, le vendite di prodotti alimentari diminuiscono del 6,1% e quelle di prodotti non alimentari del 7,1%. Le vendite per forma distributiva mostrano, nel confronto con aprile 2011, una marcata contrazione sia per la grande distribuzione (-4,3%), sia per le imprese operanti su piccole superfici (-8,6%). 

Cosa fareste voi se vostro figlio di 18 anni, morisse ammazzato di botte da quattro poliziotti? 
Il fatto
La notte del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, studente ferrarese,  torna a casa a piedi dopo aver trascorso la serata in un locale. Il giovane ha assunto sostanze stupefacenti (si trattava comunque di modiche quantità non sufficienti a procurare uno stato comatoso). Nei pressi di viale Ippodromo circola, la pattuglia “Alfa 3″ con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. Quest’ultimi descrivono l’Aldrovandi come un “invasato violento in evidente stato di agitazione“, sostengono di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente” e chiedono rinforzi. Poco dopo arriva in aiuto la volante “Alfa 2″, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il giovane diventa molto violento (durante la collutazione due manganelli si spezzano). Il ragazzo muore per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti. La camerunense Annie Marie Tsagueu è l’unica testimone ad aver visto due agenti picchiare il ragazzo, comprimerlo sull’asfalto e manganellarlo. Ha sentito le sue grida di aiuto e lo ha sentito respirare tra un conato di vomito e l’altro.
Ulteriore Perizia
Una lunga escoriazione alla natica sinistra, segno di trascinamento sull’asfalto,  importante schiacciamento dei testicoli.
La sentenza
21 giugno 2012 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione per l’ omicidio colposo di Federico Aldrovandi ai 4 poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. In particolare la quarta sezione penale ha respinto il ricorso presentato dalla difesa dei 4 agenti  contro la condanna che era già stata emessa dalla Corte d’Appello di Bologna (capito? Hanno anche cercato di scagionarsi. Avranno o no figli più o meno della stessa età di Federico?). I poliziotti non rischiano però il carcere visto che 3 anni sono coperti dall’indulto. Tuttavia, dopo la condanna definitiva, scatteranno i provvedimenti disciplinari.
Ecco, qui sta il punto: due milioni di euro, tanto è stato offerto alla famiglia come risarcimento, non bastano a restituire la vita di un figlio. Figuriamoci poi le scuse del capo della polizia Antonio Manganelli (ironia della sorte, un nome, un destino). La madre di Federico ha un blog dove chiede giustizia dopo sette anni di processi, tre gradi di giudizio. Dove fa notare che il condizionale del Ministro degli Interni in formula dubitativa l’offende: Se ci sono stati degli abusi….sembrerebbe…”  
Perche’ allora usa il condizionale quando il Suo ruolo istituzionale non lo permetterebbe?– si chiede mamma Patrizia
Quel condizionale signor  Ministro, è  fuori luogo, inopportuno e poco rispettoso delle Istituzioni.

Sono stati commessi abusi tanto gravi da provocare la morte di un ragazzo appena maggiorenne incensurato e di buona famiglia.
Padre poliziotto e nonno carabiniere.
Quel padre poliziotto e quel nonno carabiniere che appartengono alle forze dell’ordine di cui Lei giustamente parla, hanno pazientemente aspettato 7 anni di processo e tre sentenze per veder riconosciuta quella verità terribile che sempre hanno saputo.
Auspicheremmo uguale rispetto da parte Sua.
Patrizia e LIno Aldrovandi ,
Genitori di Federico , morto per colpa di 4 poliziotti tutt’ora in servizio.
Ecco, anche noi, cittadini di una società civile,  chiediamo che i quattro garanti dell’ordine pubblico siano almeno allontanati a vita dal servizio di pubblica sicurezzaVista  la  accertata pericolosità del loro comportamento. 
Abbiamo già aspettato tanto.
E solo allora giustizia, in minima parte, sarà fatta.
Januaria Piromallo
 

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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