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Il sindaco di Casteldelci (Rimini), Mario Fortini, è agli arresti domiciliari per violenza sessuale aggravata su una minorenne. E’ l’esito dell’operazione ‘Aurora’, nome di fantasia dato dai Carabinieri alla ragazzina, che per un decennio sarebbe stata costretta a subire atti sessuali. La ragazza ha riferito con chiarezza l’accaduto. Il sindaco sulla vicenda scrisse su Facebook l’estate scorsa: “Se questa deve essere una croce la porteremo con serenità, ma auguro a chi me l’ha tirata la stessa situazione”.

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La ‘ndrangheta controllava il voto nel Ponente ligure, “con ingerenze andate a buon fine” sia nel centrodestra che nel centrosinistra, scrivono gli inquirenti nelle carte dell’inchiesta “La svolta“, coordinata dalla Dda di Genova, che oggi ha portato all’arresto di 15 persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, usura, estorsione, traffico di droga. E che vede indagati tra gli altri gli ex sindaci di Bordighera Giovanni Bosio (che si è dimesso da consigliere provinciale), di Ventimiglia Gaetano Scullino e di Vallecrosia Armando Biasi, tutti di area Pdl. I Comuni di Bordighera e Ventimiglia sono stati sciolti dal governo per infiltrazioni mafiose, rispettivamente nel 2011 e nel 2012.

 

di Franco Bechis

Ora il direttore del Giornale è agli arresti domiciliari. Ma nella sua vicenda sono decine le bugie circolate in queste settimane. Ecco come sono davvero andati i fatti

Confesso subito: non so se avrei avuto lo stesso coraggio di Alessandro Sallusti, che ha messo in gioco la sua libertà personale per porre una questione di principio e di diritto Costituzionale che tutti fingono di ignorare. Ho tre figli e quel che avrei fatto al posto suo sarebbe dipeso da loro. Ma non comportarsi così avrebbe pesato anche a me, e sarebbe stato difficile guardarli negli occhi dopo. In queste ore- come è accaduto in questi mesi- leggo e sento i commenti più disparati sul caso, e noto che la maggiore parte nascono dalla assoluta ignoranza dei fatti e pure delle sentenze pronunciate. Sia chiaro a tutti che è assolutamente falso che Sallusti è stato arrestato per avere pubblicato il falso diffamando un magistrato della procura dei minori di Torino, il giudice Giuseppe Cocilovo. Non è così, e questa storia è davvero piena di bugie. Sallusti finisce in carcere perchè in carcere si voleva fare finire lui e nessun altro giornalista italiano. Gli si vuole fare pagare le sue opinioni su altro, e il caso Cocilovo è un pretesto, il primo a disposizione. Anche la reazione corale dei pm di Milano dopo che Edmondo Bruti Liberati aveva legittimamente avocato a sé l’esecuzione di quella sentenza, stabilendo gli arresti domiciliari, e poi la derisione sugli arresti dorati a casa Santanchè, sono il segno di questo regolamento di conti con la persona di Sallusti, e nulla hanno a che vedere con la vicenda giudiziaria. E’ da questa vicenda giudiziaria però che tutto nasce, e allora sarebbe bene raccontarla nei particolari reali, lasciando da parte la leggenda e le bugie che sono circolate in questi mesi. Ecco tutto quel che serve da sapere per giudicare.

1- Sallusti ha pubblicato una notizia falsa e diffamatoria sul giudice Cocilovo che avrebbe costretto una ragazzina ad abortire contro la sua stessa volontà? Falso. E’ stata la Stampa a pubblicarla il giorno 17 febbraio 2007. Il giornale diretto da Sallusti, Libero, l’ha ripresa il giorno successivo in due modi: un articolo di cronaca firmato da Andrea Monticone, in cui si dava conto della versione pubblicata su La Stampa, ma anche di versioni diverse fornite da ambienti della procura di Torino. E poi un commento certo molto forte (ma si tratta di opinioni e idee) firmato Dreyfus. In nessuno dei due articoli è nominato il giudice Cocilovo, che poi avrebbe querelato portando all’arresto di Sallusti. L’articolo di cronaca di Libero, quello dove si riportavano i fatti, è stato riconosciuto corretto dalla Cassazione, che ha annullato le precedenti sentenze di condanna nei confronti di Monticone, chiedendo di ricelebrare il processo di appello. I fatti dunque pubblicati quel giorno con Sallusti direttore non sono falsi, anzi. La cronaca è stata riconosciuta equilibrata e veritiera dagli stessi giudici che hanno condannato Sallusti. La condanna quindi riguarda esclusivamente il commento di Dreyfus, quindi delle opinioni. Un direttore responsabile è stato condannato al carcere (poi tramutato in arresti domiciliari) per non avere controllato l’opinione di suoi collaboratori. La Stampa è stata querelata? No, da nessuno. Ha rettificato la notizia? No, il giorno successivo, quello in cui sono usciti i due articoli di Libero, ha pubblicato la versione della procura solo all’interno (molto al fondo) di un nuovo articolo sul caso, titolato per altro in modo da rafforzare la notizia della ragazzina costretta all’aborto. Tanto è che il 21 marzo, tre giorni dopo, la Stampa ha dovuto pubblicare una ulteriore rettifica questa volta inviata formalmente dal presidente del Tribunale dei minori, Mario Barbato. Con grande evidenza? No: nella rubrica delle lettere, confusa fra decine di altre.

2- Sallusti non ha mai rettificato la notizia. Questo fatto in sé è vero. Su Libero non è apparsa alcuna rettifica di una notizia che per altro non Libero aveva dato, ma La Stampa. Il giudice del tribunale dei minori ha inviato una rettifica alla Stampa, ma a Libero no. Quale rettifica doveva essere pubblicata, visto che nessuna rettifica è mai stata formalmente inviata da nessuno? Ricordo poi che l’articolo di cronaca inizialmente incriminato, è stato assolto in Cassazione, ritenuto corretto e quindi non bisognoso di rettifica. La procura di Torino aveva sì fatto filtrare (riportata da “ambienti della procura”) una rettifca alla notizia della Stampa già la sera stessa della pubblicazione, ma solo sulla agenzia Ansa a cui Libero non era abbonato. Quella rettifica- per altro ufficiosa- non poteva essere a conoscenza di Sallusti.

3- Il caso Farina. Sallusti è stato condannato per non avere vigilato sulle idee di Dreyfus. Trattandosi di pseudonimo, si è detto che la firma è stata atribuita al direttore responsabile, quindi allo stesso Sallusti. Questo non è vero. Dreyfus era Renato Farina, che lo ha dichiarato pubblicamente dopo la condanna. Ma che Dreyfus fosse Farina lo sapevano anche i giudici di Cassazione, visto che gli avvocati di Sallusti lo avevano dichiarato e comprovato nel loro ricorso, quindi tutti sapevano benissimo chi aveva scritto quelle opinioni ritenute diffamatorie.

4- Il caso Taormina. Di questo non ha parlato nessuno, perchè tutti sputano giudizi e sentenze, ma è faticoso andare a leggere gli atti e informarsi. Secondo la sentenza della Cassazione e perfino secondo i giudici di secondo grado, la colpa di Sallusti non sarebbe solo quella di non avere rettificato volontariamente la prima versione dei fatti a cui faceva riferimento il commento di Dreyfus-Farina (quella de La Stampa). Ma di avere messo in piedi una campagna stampa contro il magistrato Cocilovo, anche se questo ultimo mai è stato nominato su Libero. Una campagna stampa? Sì’, la Cassazione scrive che circa una settimana dopo la pubblicazione di Dreyfus – il 23 marzo- su Libero c’è stato “un prosieguo della campagna di offuscamento dei soggetti, a vario titolo intervenuti nella vicenda, attraverso la riproposizione da parte di un noto avvocato, della assenza del consenso della minorenne”. Quel noto avvocato è Carlo Taormina, che in effetti in una sua rubrica settimanale che gli aveva dato Vittorio Feltri su Libero molti giorni dopo prende per buona la vecchia versione de La Stampa e critica il comportamento di quell’anonimo magistrato. Secondo la Cassazione proprio l’articolo di Taormina dimostra l’intenzione di Sallusti di compiere una “crociata contro un giudice dello Stato italiano”. Questo particolare a dire il vero era ignoto anche allo stesso Sallusti, con cui ho parlato dopo che erano uscite le motivazioni della Cassazione. Non aveva letto all’epoca la rubrica di Taormina (che mandava alla segreteria di Feltri e veniva pubblicata di rigore), e soprattutto non sapeva nemmeno che proprio quella rubrica è il fondamento della sua condanna. Due articoli a due settimane di distanza, allora era una campagna stampa volontaria contro il giudice Cocilovo.

Proprio il caso Taormina però dimostra come la decisione su Sallusti sia esclusivamente ad personam, un regolamento di conti e non un caso di giustizia. Quell’articolo è stato fondamentale nella condanna di Sallusti? Sì, lo dice la Cassazione. Taormina è mai stato querelato dai magistrati di Torino? No, mai. Qualcuno ha inviato rettifica per contraddirlo? No, mai. Lui non interessava ai magistrati di Torino. Quella che volevano era la testa di Sallusti. E questa hanno ottenuto nel silenzio complice e interessato di chiunque dovrebbe avere a cuore l’articolo 21 della Costituzione. 

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Ancora una novità giudiziaria sulla vicenda Ilva: gli uomini della Guardia di Finanza hanno eseguito una serie di arresti a Taranto e in altre regioni che riguardano i vertici della società, politici e funzionari pubblici. Sono successivamente stati attuati anche altri sequestri. Al termine dell’operazione, sono tre le persone finite in carcere e quattro agli arresti domiciliari, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione.

L’indagine – Nel dettaglio, secondo quanto si è appreso, le ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip di Taranto chiamerebbero nuovamente in causa la famiglia Riva, e anche funzionari e politici di enti locali pugliesi. Gli investigatori indagano su una serie di pressioni che l’Ilva avrebbe effettuato sulle amministrazioni pubbliche per ottenere provvedimenti a suo favore e ridimensionare così gli effetti delle autorizzazioni ambientali.

Gli arresti – Le misure cautelari sono state notificate a Fabio Riva, vicepresidente del gruppo Riva e figlio di Emilio Riva (già ai domiciliari dal 26 luglio scorso), Luigi Capogrosso, ex direttore del siderurgico di Taranto anche lui già ai domiciliari; Michele Conserva, ex assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto dimessosi nei mesi scorsi. In carcere è finito Girolamo Archinà, ex dirigente Ilva per i rapporti istituzionali licenziato ad agosto dal presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, quando la procura depositò al Riesame intercettazioni riguardanti pressioni esercitate su politici e consulenti. 

Il filone dell’inchiesta – Le persone finite in manette sono legate alla seconda inchiesta che riguarda anche l’Ilva, chiamata “enviroment sold out”, ossia ambiente svenduto, un’indagine curata dal pm Remo Epifani che si concentra su presunti episodi di corruzione legati alla gestione di discariche nella provincia di Taranto. Una terza misura cautelare riguarda un nuovo sequestro che, secondo quanto hanno spiegato fonti vicine alla procura, dovrebbe chiudere il cerchio sull’inchiesta per disastro ambientale.

Cinque arresti per gli scontri di Roma dell’ottobre del 2011. Dalle prime ore del mattino, il Ros e il Comando Provinciale Carabinieri, con la Digos della capitale, stanno eseguendo i provvedimenti cautelari a Roma, Savona, Milano e Cosenza, emessi dal Gip del Tribunale di Roma a carico di altrettante persone, ritenute vicine agli ambienti dell’anarchia, del movimento antagonista e delle tifoserie violente. I cinque si sarebbero resi responsabili di “devastazione e saccheggio e resistenza a pubblico ufficiale” nel corso degli scontri verificatisi il 15 ottobre 2011 nel corso della manifestazione per la giornata mondiale degli indignati. 

Un sequestro duranto un’intera notte per ricattare Silvio Berlusconi. Vittime il ragionier Giuseppe Spinelli, balzato agli onori delle cronache per gli assegni che dava mensilmente alle “olgettine”, e sua moglie.  Era il 15 ottobre quando Spinelli torna a casa sua più tardi del solito. Appena esce dall’ascensore, racconta Repubblica, viene aggredito da un paio di uomini che con le pistole in pugno lo sequestrano in casa sua insieme alla moglie. I malviventi vogliono soldi da parte di Berlusconi. In cambio, scrive Repubblica, “offrono del materiale informatico che riguarda il lodo Mondadori, mostrano su un foglio di carta a Spinelli nomi di magistrati, parlano di Gianfranco Fini come di un uomo disposto a trafficare con la magistratura per rovinare Berlusconi. Spinelli in effetti chiama, parla con Berlusconi, i banditi se ne vanno. Vogliono una cifra altissima, sui 30-35 milioni di euro”.  All’alba, dopo che Spinelli ha chiamato Berlusconi per metterlo al corrente dell’offerta, se ne vanno. Due giorni dopo lo studio Ghedini-Longo avvisa la Procura milanese e interviene Ilda Boccassini, con interrogatori delle vittime e indagini sul territorio. Oggi i primi arresti. Ma l’indagine prosegue. 

Dalle prime ore della mattina, 150 carabinieri del Nas e di 10 Regioni stanno conducendo un’operazione denominata Camici sporchi che ha portato all’arresto di 9 cardiologi del Policlinico di Modena, mentre altre 67 persone sono indagate. Su ordine della Procura di Parma, i militari hanno effettuato 33 perquisizioni e hanno applicato la misura di divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione per 12 aziende che producono attrezzature sanitarie e l’interdizione dall’esercizio di attività e professioni nei confronti di 7 persone.

Una maxi-operazione contro la ‘ndrangheta è in corso in queste ore in Piemonte e in Calabria ad opera dei carabinieri di Torino: 22 le ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite, su ordine del gip di Torino, nei confronti di affiliati all’organizzazione ritenuti, a vario titolo responsabili di associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi, estorsione, ricettazione e altro. I carabinieri stanno eseguendo anche 40 perquisizioni e il sequestro di beni mobili e immobili stimati in alcuni milioni di euro. 

Decine di arresti sono in corso in tutta Italia nell’ambito di un’indagine dei carabinieri del Ros nei confronti di una presunta organizzazione criminale accusata di essere dedita al traffico di droga e finanziata dalle cosche di Reggio Calabria. L’inchiesta, coordinata dalla Dda della procura di Milano, è scaturita dall’omicidio di un narcotrafficante, avvenuto qualche anno fa. Sono complessivamente 52 le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Milano per altrettanti soggetti nei confronti dei quali i magistrati ipotizzano il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravata dalle finalità mafiose e dalla transnazionalità. I carabinieri stanno eseguendo arresti oltre che in Lombardia anche in Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata. L’indagine partita dall’omicidio del narcotrafficante, si è poi allargata e ha consentito ai carabinieri di scoprire che la presunta organizzazione era finanziata dalle cosche reggine della ‘ndrangheta, per le quali acquistava ingenti quantitativi di droga in Sudamerica.

Dopo lo scandalo delle consulenze d’oro e quello del fallimento della partecipata Zincar, l’ex giunta di Letizia Moratti torna nel mirino della giustizia. Tre persone sono state arrestate nell’ambito di un’inchiesta su presunte irregolarità nei finanziamenti concessi dal Comune di Milano per case vancanza per i bambini. Gli arresti sono stati disposti dal Gip Maria Vicidomini, su richiesta dei Pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano che hanno chiesto e ottenuto anche una misura interdittiva.

Al centro delle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo una corruzione da 100mila euro e finanziamenti per 38 milioni legati ad appalti per le case vacanza. Contestata anche la turbativa d’asta.

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