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Bersani

Il centro studi di Bersani e Visco smaschera il fallimento della spending review e dell’esperienza Monti: nel 2012 rapporto debito-Pil aumentato di 3 punti percentuali. Cresciuta anche l’evasione. Risorse scarseggiano: 17,4 miliardi di minori entrate.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Il governo Monti e i conti che non tornano

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Macché rottamazione. Rosy Bindi non ne vuole sapere di lasciare la poltrona e dopo 23 anni in politica e cinque legislature se ne frega della regola dei 15 anni e non di più ed è pronta a “riciclarsi”.

I rottamatori bersaniani – Come riporta oggi il Giornale, se è vero che Matteo Renzi e i rottamatori sono stati sconfitti, i giovani “bersaniani” si sono però messi di traverso e non vogliono che all’ex ministro venga concessa la deroga. Su Twitter in particolare il popolo “democratico” si infuria invitandola non proprio gentilmente a farsi da parte seguendo l’esempio di Veltroni e D’Alema. E persino la portavoce di Pierluigi Bersani, Alessandra Moretti, sottolinea che “le regole devono valere per tutti. E dopo 15 anni in Parlamento si deve tornare a fare quel che si faceva prima oppure ricavarsi altri ruoli, come il sindaco o l’assessore”.

Decisione collegiale – E visto che a decidere sul futuro della Bindi sarà la direzione del partito, uno dei suoi membri, il rottamatore bersaniano Matteo Ricci assicura: “Quando arriverà il momento io voterò contro la deroga. E non sarò il solo”. Lei non si scompone: “Ho resistito a vent’anni di berlusconismo, figuriamoci se non resisto ora”. Bersani, per ora, non vuole grane: se resta il Porcellum farà le primarie di Collegio per i suoi candidati, così decideranno gli elettori.   

Se tutti sono comunisti, nessuno è comunista. La sinistra nega se stessa. Il tutto per un pugno chiuso. Simbolo di un’epoca rossa. SImbolo del Pci. Tommaso Giuntella, uno dei giovani che campeggiano nel fotone della vittoria di Pierluigi Bersani alle primarie, il pugno chiuso lo mostra fieramente. Subito dopo lo scatto sono fioccate le polemiche. Il Pd è ancora comunista? Bersani ha l’animo comunista? Tutto il Pd è comunista?. I partiti ormai fanno a gara a rinnegare il passato. E allora per spegnere il fuoco del revanscismo di sinistra il Pd ha pensato bene di sconfessare l’unica cosa di sinistra che gli era rimasta: il pugno. Sul sito de ilpartitodemocratico.it, dopo l’idea dei “fantastici5”, hanno deciso di pubblicare i fantastici pugni. Una carrellata di pugni chiusi. Ma chi tiene la mano chiusa non è solo il comunista. Ma anche il cardinale, il leader democristiano e l’atleta di colore. Insomma tutti. Per dimostrare che quel gesto lo fa chiunque e non ha un valore, o meglio un colore politico. E allora se Giuntello è comunista, per il Pd lo è anche il cardinal Bertone, Alcide De Gasperi, monsignor Fisichella, John Kerry, Angela Merkel, Barack Obama, il campione olimpico dei 100 metri a Messico ’68, l’americano e black panther Tommie Smith, Nelson Mandela. Ognuno di loro tiene il pugno chiuso. Come dire, “se lo fanno loro perché noi non possiamo farlo?” Beh, bisogna anche analizzare il contesto del gesto e la posizione del pugno. Non tutti lo mostrano con vigore. De Gasperi comunista non lo era. Bersani forse. Giuntella sicuramente… 

Monica Maggioni ci piace. E molto. Non solo perché ha moderato con imparzialità anglosassone il confronto Bersani-Renzi, liberandoci finalmente dai riti vespiani. Ci piace, e molto, anche e soprattutto perché nel corso della sua carriera ha sempre dimostrato di saper fare la giornalista. Anzi di esserlo, che è diverso.

Che conduca “Uno Mattina” o racconti, da embedded, le guerre in giro per il mondo, la Maggioni non cambia il suo stile. Mai. Anche a costo di risultare troppo algida e milanese, con quell’inflessione che ogni tanto fa capolino tra una frase e l’altra. Quando è finalmente riuscita a sfondare in Rai, lei, sinistrorsa della prima ora con Clarks beige e feste dell’Unità in curriculum, è stata definita “voltagabbana”, pronta a spostarsi a destra per far carriera. Noncurante, ma iper-professionista brianzola tutta impegno e competizione, non se ne è mai curata più di tanto.

 

Ha aspettato 48 ore, Beppe Grillo. Poi, incassato l’esito (scontato) delle primarie, ha lanciato sul suo blog l’ultima provocazione, sotto forma della formazione dello “squadrone” (termine evocato dallo stesso segretario Bersani) del Pd. “Bersani – scrive il leader del Movimento 5 stelle sul suo blog – non ha più bisogno del Pdl, può vincere da solo e far   fallire definitivamente il Paese con il suo squadrone.Schema aggressivo: 3-4-3. Formazione in campo. Penati in porta, come para lui le accuse di corruzione, concussione e finanziamento illecito neppure il leggendario Yascin. Lusi terzino di fascia destra che distribuisce i contributi pubblici a tutta la squadra nell’ora d’aria. Del Turco stopper d’altri   tempi, di quelli che tranciavano le gambe, forte di un’accusa per associazione a delinquere. Crisafulli terzino statico e rinviato in giudizio per concorso in abuso d’ufficio”.

“Con questa difesa – attacca Grillo – ci si può permettere un centrocampo offensivo a rombo con il quartetto formato da La Ganga forgiato da 20 mesi di reclusione, patteggiati, per   finanziamento illecito ai partiti; Delbono con il gioco di gambe affinato dal patteggiamento per truffa aggravata e peculato; Tedesco regista di grande esperienza indagato per associazione a delinquere corruzione, concussione, turbativa d’asta e falso; e Bassolino “meglio e pelè”, sotto processo per truffa aggravata, dal lancio lungo, che smista palloni su palloni in avanti”.

“Il trio d’attacco – va avanti l’ex comico – è da sogno. Zoia Veronesi, quota rosa, segretaria di Bersani e allenatrice in campo, centravanti di sfondamento, indagata per truffa. Nasconde il pallone   ai difensori. Alle ali, con libertà di convergere al centro verso l’Udc, Pronzato ex consigliere di Bersani, arrestato per corruzione e Cimitile arrestato per falso”.

“In panchina Renzi come allenatore in seconda, una risorsa per il Paese. In tribuna il patron Rigor Montis, insieme al finanziatore Riva e ai rappresentanti delle agenzie di rating internazionali, ad ammirare la formazione politica che lo confermerà presidente del Consiglio.

 

Le Primarie del centrosinistra non le ha vinte Pierluigi Bersani; le ha vinte Maurizio Crozza. Il quale, a forza di sputtanare amorevolmente il segretario del Pd, alla fine un paio di giaguari glieli ha smacchiati davvero.
Basti guardare il finto Crozza/Francesco Guccini,  che è apparso a La7 (“Crozza nel Paese delle meraviglie” venerdì, La7, prime time), una sorta di oracolo ruvido, un ex comunista al Barolo e salame, che commentava le gesta tv dei due candidati alle Primarie, evocando i tempi in cui la propaganda si faceva nelle sezioni, giocando a scopone. Sosteneva il Crozza/Guccini sulla retorica gonfiata a metafore di Bersani, quella del “meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto”: “Come diceva il compagno Mao, se vuoi aiutare un povero non regalargli un pesce, insegnagli a pescare; ecco, Bersani mica ti regala un tacchino, ti dice che il tacchino è sul tetto, poi son tutti cazzi tuoi: costruisci una scala se sei capace…”. La qual cosa è la plastica rappresentazione di cosa potrebbe avvenire nel gioco d’alleanza governative del nuovo corso bersaniano. Tra l’altro il Guccini- cantautore, ha rivolto un omaggio alla conduttrice del confronto Renzi/Bersani, Monica Maggioni l’unica rossa, una “con due tettone di felliniana memoria in Emilia ci sfamiano un asilo…”.

Crozza, oramai, come Jon Stewart in America o la redazione del settimanale Le Canard enchaîné  in Francia, è il vero punto di riferimento di chi della politica vuol capirci qualcosa. Prendete un nome a caso. Berlusconi. Non si capisce un tubo della sua strategia? Mi candido, non mi candido, faccio un nuovo partito ( “Il centrodestraitaliano, tutt’attaccato”, o “GrandItalia”, o “Italia rasata”, staccata) ? Crozza è lì, che registra. Registra un rap. Di smoking antinebbia tutto vestito come il rapper Psy, ne ripropone la versione di Gangnam Style, canzone più cliccata al mondo. E i versi di Op-plà Silvio Style sono: “Lo sapete che anche Alfano e la Meloni /voglion far da sé/che vuol fare le primarie anche la Santanchè” “Ho chiesto assoluzioni a pioggia/se ballo in questo modo ogni giovane mi appoggia”. Col ritornello che racchiude il vero pensiero di Silvio verso i suoi: ““Molto meglio esser me stesso senza voi/ sono stufo d’un partito di avvoltoi” . Share 8,31%: il formato ridotto funziona. Autori sempre più bravi. Avessero tempo, dovrebbero dare un occhio ai testi di Grillo…

 

Abbiamo tutti apprezzato lo stile con cui Matteo Renzi ha ammesso la sconfitta e si è congratulato con il vincitore Bersani, la professione di lealtà, il messaggio ai ‘suoi’ militanti di stampo giovanneo-kennediano (“andate a casa e siate orgogliosi”).
Meno comprensibile è la ritirata improvvisa, il mesto rientro a casa, anche se “tornare a fare il sindaco di Firenze 24 ore su 24” è impegno gravoso e di grande visibilità politica. Ma allora, viene da chiedersi, tutto questo ambaradam a cosa è servito, se dopo aver annunciato per mesi, su e giù per la Penisola, “cambieremo l’Italia”, Renzi non riesce neppure a cambiare la sua immagine di “ragazzetto ambizioso” (di cui ora si pente) sforzandosi di guardare oltre il suo orizzonte personale? Superata la comprensibile amarezza, lo sfidante dovrebbe considerare quel milione tondo di persone che gli hanno dato fiducia. Per cosa dunque? Per sentirsi liquidare con un “grazie, è stato bello” o farsi ripetere, in puro politichese, che adesso lui “darà una mano” o farà la “risorsa” del centrosinistra? Ingaggiare una vera battaglia politica d’opposizione dentro il Pd non significa accontentarsi del premio di consolazione o ritagliarsi una “correntina”. Vuol dire dare seguito, per esempio, alle proposte sul lavoro o sulla crescita o sui costi della politica, alternative a quelle di Bersani. E poi Renzi non si fidi troppo dei suoi 38 anni e del tempo per le rivincite che certo non gli manca. La politica ci mette poco a dimenticare. O peggio a ricordare Renzi come quello che voleva rottamare D’Alema e non ci riuscì.

Un problema che riguarda anche il vincitore (gli altri due problemi che ha si chiamano Monti e Grillo). Dopo la festa e le passerelle televisive, vedremo se Bersani sarà costretto a pagare qualche conto al sinedrio dei dinosauri e dei capicorrente che lo hanno sostenuto nella cavalcata finale. Per ora dice di voler concedere “spazio e occasioni ai giovani”. Speriamo non siano solo parole di circostanza per lasciare tutto come prima.

Finisco il discorso di ieri con qualche osservazione sulla comunicazione di Bersani alle primarie. Molti a dire il vero l’hanno chiamata ‘non comunicazione’ o ‘anti-comunicazione’; molti, anche in questi giorni, hanno ribadito quanto Bersani sia ‘negato’ in comunicazione. D’altra parte, solo un anno fa se ne usciva con affermazioni del tipo “La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia“. Dove comunicazione e finanza sono cattive, politica ed economia buone. E tutti giù a dirgli – inclusa me – che ‘non si può non comunicare’, che non è vero che la comunicazione è fuffa e la politica sostanza, che comunicazione (in senso alto) e politica (in senso alto) coincidono dal V secolo a.C, che se continui così, caro Bersani, ti fai fregare dal primo ‘bravo comunicatore’ che passa, come ha fatto la sinistra con Berlusconi. A un certo punto però…

“La sifda con Berlusconi? Non vedo l’ora”. Pier Luigi Bersani lancia il guanto di sfida da Tripoli risponde all’ipotesi che Silvio Berlusconi possa essere il candidato del centrodestra alla guida del Paese. E chiede che il Pdl chiarisca sull’election day ribadendo che la posizione dei democratici è quella di “tenere separate le regionali dalle politiche”. Il candidato premier del centrosinistra sottolinea che “esistono delle norme e io chiedo al Pdl di chiarire una volta per tutte cosa intendono dire quando chiedono di fare l’election day: vuol dire che dobbiamo anticipare le elezioni politiche a febbraio? Noi non siamo di questa opionione, Alfano e  e Berlusconi – aggiunge il segretario del Pd – dicano una parola chiara”

Su Renzi Bersani ha parlato anche del rapporto con Matteo Renzi ed è stato chiarissimo: “Io non pretendo il monopolio del partito, ma nemmeno che ci sia un duopolio: non ci sono voti di Renzi o di Bersani ma c’è un partito che non è proprietà nè di Renzi nè di Bersani ma un grande collettivo aperto e plurale”. Secondo il numero uno dei democratici, il Pd “è un grande partito che lavorerà in un rapporto di fraternità e di amicizia, per troppo tempo siamo stati abituati all’idea dell’imperatore e dell’uomo solo al comando e ci è entrato nella testa e anche nelle ossa che discutere sia alternativo a decidere. Noi siamo una squadra e faremo questo insieme. 

Politica estera “Lo schieramento e il partito che rappresento – ha aggiunto Bersani – sono particolarmente vicini alla rivoluzione libica e intendono instaurare un dialogo fraterno. C’è tantissimo da fare, assistiamo ad un grande cambiamento e a dei mondi in evoluzione, la richiesta che ci arriva è che l’Italia ci sia e l’Italia deve esserci. Le nuove istituzioni in Libia stanno crescendo – ha aggiunto – è il momento di stringere”.   Bersani, rispondendo alle domande dei giornalisti sul dibattito in materia di politica estera durante le primarie del centrosinistra, ha aggiunto che “in Italia si è un pò persa l’abitudine di parlare seriamente di questi temi, ci siamo dimenticati di essere un grande Paese del Mediterraneo che può svolgere un ruolo importante. Io non vedo l’ora di occuparmi seriamente di questi temi e credo che il Pd abbia la cultura politica sufficiente per occuparsene in maniera positiva”

Il neo-candidato premier del centrosinistra, in visita in Libia, si dice contrario all’election day: “Ho sempre pensato che sia sensato tenere separate le elezioni regionali e politiche. Dopo di che voglio capire se Alfano e Berlusconi vogliono e come le elezioni politiche a febbraio. Parlare di election day senza capire cosa significa è difficile”.

E riguardo a una futura sfida con Berlusconi, Bersani incalza: “Auguri… se sarà sfida la faremo. Non vedo l’ora“. Bersani è poi tornato sul tema delle primarie: “Quello che abbiamo fatto non l’abbiamo fatto io e Renzi, non sono voti di Renzi o Bersani. Ticket? Non abbiamo il duopolio, io non pretendo il monopolio ma siamo un collettivo aperto e plurale, discutiamo insieme e poi siamo uno squadrone che vuole servire il Paese”.

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