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caso

Ieri a Bologna sono caduti i primi fiocchi di neve della stagione: giusto una spolveratina durata pochi minuti ma che, se fosse andata avanti, avrebbe gettato nell’illegalità tutti coloro che avessero deciso di usare la bicicletta o il motorino per muoversi. 

La giunta comunale del capoluogo emiliano ha infatti emanato tre settimane or sono un provvedimento che mette al bando qualunque veicolo a due ruote in caso di neve o nevischio, pena una contravvenzione di 39 euro.

L’assessore ai lavori pubblici, Malagoli, ha giustificato la decisione con motivazioni di sicurezza: «Lo scorso anno ho visto cose che non stanno né in cielo né in terra: anziani in bicicletta che mettevano a rischio la loro incolumità e quella degli altri» e ha aggiunto: «dobbiamo attrezzarci psicologicamente al fatto che il clima è cambiato».

Secondo il decreto Balduzzi a Milano sono a rischio chiusura numerose strutture sanitarie. Ad esempio l’Istituto Stomatologico che ha 52 posti letto. Saranno stati così utili negli anni passati? Qualcuno ha controllato?

Ipotizziamo e analizziamo una possibile situazione di spreco in ospedale. Poniamo il caso di una persona che si presenta al pronto soccorso di un qualsiasi ospedale. All’ingresso vengono eseguiti gli esami previsti dal protocollo di pronto soccorso. In caso di ricovero, in reparto, fanno gli esami previsti dal protocollo del reparto. Gli viene riscontrata una patologia specialistica, ad esempio cardiologica. Viene trasferito in cardiologia, dove gli fanno gli esami previsti dal protocollo di reparto specialistico. Naturalmente, prima della dimissione, gli vengono ripetuti gli stessi esami. Risultato: ha fatto, probabilmente, 4 volte il colesterolo, 4 volte i trigliceridi, 4 volte T3 T4 TSH, 4 volte l’emocromo… quando bastava, sì e no, una volta! Lo spreco è enorme di risorse e di tempo se non in termini di DRG (Diagnosis Related Group).

Confesso subito: non so se avrei avuto lo stesso coraggio di Alessandro Sallusti, che ha messo in gioco la sua libertà personale per porre una questione di principio e di diritto Costituzionale che tutti fingono di ignorare. Ho tre figli e quel che avrei fatto al posto suo sarebbe dipeso da loro. Ma non comportarsi così avrebbe pesato anche a me, e sarebbe stato difficile guardarli negli occhi dopo.

In queste ore- come è accaduto in questi mesi- leggo e sento i commenti più disparati sul caso, e noto che la maggiore parte nascono dalla assoluta ignoranza dei fatti e pure delle sentenze pronunciate. Sia chiaro a tutti che è assolutamente falso che Sallusti è stato arrestato per avere pubblicato il falso diffamando un magistrato della procura dei minori di Torino, il giudice Giuseppe Cocilovo. Non è così, e questa storia è davvero piena di bugie. Sallusti finisce in carcere perchè in carcere si voleva fare finire lui e nessun altro giornalista italiano. Gli si vuole fare pagare le sue opinioni su altro, e il caso Cocilovo è un pretesto, il primo a disposizione. Anche la reazione corale dei pm di Milano dopo che Edmondo Bruti Liberati aveva legittimamente avocato a sé l’esecuzione di quella sentenza, stabilendo gli arresti domiciliari, e poi la derisione sugli arresti dorati a casa Santanchè, sono il segno di questo regolamento di conti con la persona di Sallusti, e nulla hanno a che vedere con la vicenda giudiziaria.

E’ da questa vicenda giudiziaria però che tutto nasce, e allora sarebbe bene raccontarla nei particolari reali, lasciando da parte la leggenda e le bugie che sono circolate in questi mesi. Ecco tutto quel che serve da sapere per giudicare.

1- Sallusti ha pubblicato una notizia falsa e diffamatoria sul giudice Cocilovo che avrebbe costretto una ragazzina ad abortire contro la sua stessa volontà? Falso. E’ stata la Stampa a pubblicarla il giorno 17 febbraio 2007. Il giornale diretto da Sallusti, Libero, l’ha ripresa il giorno successivo in due modi: un articolo di cronaca firmato da Andrea Monticone, in cui si dava conto della versione pubblicata su La Stampa, ma anche di versioni diverse fornite da ambienti della procura di Torino. E poi un commento certo molto forte (ma si tratta di opinioni e idee) firmato Dreyfus. In nessuno dei due articoli è nominato il giudice Cocilovo, che poi avrebbe querelato portando all’arresto di Sallusti. L’articolo di cronaca di Libero, quello dove si riportavano i fatti, è stato riconosciuto corretto dalla Cassazione, che ha annullato le precedenti sentenze di condanna nei confronti di Monticone, chiedendo di ricelebrare il processo di appello. I fatti dunque pubblicati quel giorno con Sallusti direttore non sono falsi, anzi. La cronaca è stata riconosciuta equilibrata e veritiera dagli stessi giudici che hanno condannato Sallusti. La condanna quindi riguarda esclusivamente il commento di Dreyfus, quindi delle opinioni. Un direttore responsabile è stato condannato al carcere (poi tramutato in arresti domiciliari) per non avere controllato l’opinione di suoi collaboratori.

La Stampa è stata querelata? No, da nessuno. Ha rettificato la notizia? No, il giorno successivo, quello in cui sono usciti i due articoli di Libero, ha pubblicato la versione della procura solo all’interno (molto al fondo) di un nuovo articolo sul caso, titolato per altro in modo da rafforzare la notizia della ragazzina costretta all’aborto. Tanto è che il 21 marzo, tre giorni dopo, la Stampa ha dovuto pubblicare una ulteriore rettifica questa volta inviata formalmente dal presidente del Tribunale dei minori, Mario Barbato. Con grande evidenza? No: nella rubrica delle lettere, confusa fra decine di altre.

2- Sallusti non ha mai rettificato la notizia. Questo fatto in sé è vero. Su Libero non è apparsa alcuna rettifica di una notizia che per altro non Libero aveva dato, ma La Stampa. Il giudice del tribunale dei minori ha inviato una rettifica alla Stampa, ma a Libero no. Quale rettifica doveva essere pubblicata, visto che nessuna rettifica è mai stata formalmente inviata da nessuno? Ricordo poi che l’articolo di cronaca inizialmente incriminato, è stato assolto in Cassazione, ritenuto corretto e quindi non bisognoso di rettifica. La procura di Torino aveva sì fatto filtrare (riportata da “ambienti della procura”) una rettifca alla notizia della Stampa già la sera stessa della pubblicazione, ma solo sulla agenzia Ansa a cui Libero non era abbonato. Quella rettifica- per altro ufficiosa- non poteva essere a conoscenza di Sallusti.

3- Il caso Farina. Sallusti è stato condannato per non avere vigilato sulle idee di Dreyfus. Trattandosi di pseudonimo, si è detto che la firma è stata atribuita al direttore responsabile, quindi allo stesso Sallusti. Questo non è vero. Dreyfus era Renato Farina, che lo ha dichiarato pubblicamente dopo la condanna. Ma che Dreyfus fosse Farina lo sapevano anche i giudici di Cassazione, visto che gli avvocati di Sallusti lo avevano dichiarato e comprovato nel loro ricorso, quindi tutti sapevano benissimo chi aveva scritto quelle opinioni ritenute diffamatorie.

4- Il caso Taormina. Di questo non ha parlato nessuno, perchè tutti sputano giudizi e sentenze, ma è faticoso andare a leggere gli atti e informarsi. Secondo la sentenza della Cassazione e perfino secondo i giudici di secondo grado, la colpa di Sallusti non sarebbe solo quella di non avere rettificato volontariamente la prima versione dei fatti a cui faceva riferimento il commento di Dreyfus-Farina (quella de La Stampa). Ma di avere messo in piedi una campagna stampa contro il magistrato Cocilovo, anche se questo ultimo mai è stato nominato su Libero. Una campagna stampa? Sì’, la Cassazione scrive che circa una settimana dopo la pubblicazione di Dreyfus – il 23 marzo- su Libero c’è stato “un prosieguo della campagna di offuscamento dei soggetti, a vario titolo intervenuti nella vicenda, attraverso la riproposizione da parte di un noto avvocato, della assenza del consenso della minorenne”. Quel noto avvocato è Carlo Taormina, che in effetti in una sua rubrica settimanale che gli aveva dato Vittorio Feltri su Libero molti giorni dopo prende per buona la vecchia versione de La Stampa e critica il comportamento di quell’anonimo magistrato. Secondo la Cassazione proprio l’articolo di Taormina dimostra l’intenzione di Sallusti di compiere una “crociata contro un giudice dello Stato italiano”. Questo particolare a dire il vero era ignoto anche allo stesso Sallusti, con cui ho parlato dopo che erano uscite le motivazioni della Cassazione. Non aveva letto all’epoca la rubrica di Taormina (che mandava alla segreteria di Feltri e veniva pubblicata di rigore), e soprattutto non sapeva nemmeno che proprio quella rubrica è il fondamento della sua condanna. Due articoli a due settimane di distanza, allora era una campagna stampa volontaria contro il giudice Cocilovo.

Proprio il caso Taormina però dimostra come la decisione su Sallusti sia esclusivamente ad personam, un regolamento di conti e non un caso di giustizia. Quell’articolo è stato fondamentale nella condanna di Sallusti? Sì, lo dice la Cassazione. Taormina è mai stato querelato dai magistrati di Torino? No, mai. Qualcuno ha inviato rettifica per contraddirlo? No, mai. Lui non interessava ai magistrati di Torino. Quella che volevano era la testa di Sallusti. E questa hanno ottenuto nel silenzio complice e interessato di chiunque dovrebbe avere a cuore l’articolo 21 della Costituzione.

 

 

“Finalmente tiriamo un sospiro di sollievo”, dice ora la madre di Richard O’Dwyer, lo studente universitario britannico di 24 anni che rischiava l’estradizione negli Usa per aver infranto le leggi americane sul copyright. O’Dwyer, fra il 2008 e il 2010, aveva messo in piedi TVShack, un sito web “pirata” che ritrasmetteva gratuitamente le televisioni di mezzo mondo. E, secondo l’accusa, era arrivato a guadagnare in introiti pubblicitari circa 150mila sterline in pochi mesi. Arrestato su richiesta degli Stati Uniti, il giovane rischiava appunto di finire in una prigione americana. Ma, ora, grazie all’intervento dell’Alta Corte inglese, O’Dwyer ha potuto patteggiare: nessuna estradizione, in cambio del pagamento di un piccolo risarcimento e della promessa di non operare più in questo “business”.


pubblicato da Libero Quotidiano

Caso pubblicità, nel Pd ci sono due pesi e due misure?

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Peppe Rinaldi

Una grande festa democratica. La rivincita della partecipazione sull’antipolitica dilagante. Un successo che spiana la strada alla parte sana di quest’Italia imbruttita da vent’anni di becerume berlusconiano. Certo, come no. Chiedere, ad esempio, alle centinaia di povericristi reclutati nei campi della Piana del Sele, a sud di Salerno, costretti a dare il proprio contributo alla palingenesi del Paese nella rinnovata veste di democrats tutti d’un pezzo. Il punto non proprio trascurabile è che loro neppure sanno chi sia Bersani e, quando c’è, di Firenze hanno notizia perché magari da quelle parti vive uno loro parente, un amico, un familiare. Ma costretti da chi? Ovvio, dai loro «padroni», cioè da quelli che nella migliore delle ipotesi li pagano – quando lo fanno – 30 euro dopo un’intera giornata trascorsa a raccogliere finocchi, verza o scarola.

L’esempio Cgil  C’è stato un tempo in cui questo tipo di truppe le organizzava la Cgil: il delegato sindacale li caricava a bordo di bus presi in fitto e accompagnava le frotte di extracomunitari ai diversi appuntamenti democratici del caso. Oggi ci pensano direttamente i latifondisti: attraverso la solita rete di caporali, prelevano bulgari, marocchini e romeni vari disseminati sul territorio portandoli ai seggi dopo averli stipati negli stessi furgoncini che prima dell’alba, normalmente, si dirigono verso i campi. Democraticamente, s’intende. 

 

Sì padrone Eppure è successo domenica scorsa e, prevedibilmente, succederà anche la prossima. «Noi solo votare scheda padrone» dicevano a chi, spinto dalla curiosità di vederli in fila nell’unico giorno (forse) libero della settimana, se li trovava nei seggi organizzati per le primarie: il tutto sotto lo sguardo vigile del bersaniano locale che controllava l’andazzo. «Bersaniano» è solo un caso: se al potere locale ci fosse stato un renziano o un hitleriano, la scena sarebbe stata identica. Perché il latifondo – come la sinistra ci insegna da sempre – sta col potere. Eccolo spiegato il successone di Pier Luigi Bersani al Sud, non è che ci volesse tanto a capirlo. In uno dei seggi allestiti nel comune di Eboli, uno dei più estesi d’Italia, in località Corno d’Oro (cui si riferiscono le foto) la vicenda ha assunto tratti a dir poco surreali. La maggioranza politica che governa la città resa famosa da Carlo Levi è interamente schierata col segretario (naturale, ha in mano le chiavi delle candidature prossime al Parlamento). Il sistema di potere ha determinato il coinvolgimento diretto di grossi proprietari terrieri: i quali da un ente locale possono sempre aspettarsi concessioni edilizie e permessi vari per le attività che coinvolgono le grandi aziende agricole. Alla trafila burocratica per la partecipazione al voto ci hanno pensato loro, come pure l’obolo da due euro per la causa democratica è stato versato dai piccoli e grandi boss della terra della Piana: un pacchetto completo per non meno di quattrocento stranieri, tra comunitari e non, come si legge in uno dei verbali di contestazione immediatamente formalizzato da chi a questo spettacolo non intendeva piegarsi. Inutile dire che è un verbale cui nessuno farà caso: non sia mai che una tale festa della democrazia venga rovinata dalla puntigliosità di qualcuno. 

 

Cartoni misteriosi  Il bello è che mentre tutto ciò accadeva nella sterminata area della Piana del Sele, nell’altro seggio allestito nel centro cittadino si consumava una scenetta a metà tra l’esilarante e l’inquietante. Il sindaco Martino Melchionda, ex bassoliniano oggi bersaniano convinto (Bersani, dicono, pare abbia promesso incarichi di governo un po’ a tutti quelli che ha incontrato nel suo tour nel Mezzogiorno) è stato beccato insieme a un fornitore del comune mentre quest’ultimo stava per fare entrare nel seggio, da un ingresso secondario, due grossi cartoni, di quelli che si usano per contenere la pasta. Scoperto e imbarazzato l’esponente Pd non ha saputo inventarsi altro: «Stavo  allestendo un altro seggio, c’era troppa folla e volevo contribuire a farla smaltire». Ovviamente nessuno gli ha creduto, neppure i carabinieri intervenuti a sedare una prevedibile rissa con i renziani. Ma vuoi mettere: da qui rinascerà l’Italia.

 

Sicuri che sia Matteo Renzi a voler cambiare le regole del ballottaggio delle primarie del Pd? Certo, lui lo ha chiesto, invocato, ma non ha ottenuto risultati. Semmai, chi ha cambiato le regole in corsa, è la cricca di Pierluigi Bersani. Obiettivo? Rendere la vittoria del rottamatore pressochè impossibile. Il sospetto del broglio lo lancia il costituzionalista e senatore del Pd (ala veltroniana), Stefano Ceccanti, in una dichiarazione su L’Unità.

La “forzatura” – Ceccanti spiega che “la delibera del 26 novembre presenta una forzatura, e cambia in modo sostanziale quanto previsto dal regolamento che parlava di una ‘autocertificazione’ (il meccanismo che prevede che per votare al secondo turno, nel caso in cui non si abbia preso parte al punto, è necessaria una giustificazione, ndr). Si introduce un controllo delle motivazioni da parte dell’organismo provinciale, e peraltro all’unanimità, da parte dello stesso organismo. Insomma – sgancia la bomba Ceccanti -, proprio chi dichiara di non voler cambiare le regole in realtà lo sta facendo surrettiziamente”.

La prima dichiarazone – E per rendersi conto del trucchetto è sufficiente ripercorrere tutte le dichiarazioni del presidente dei garanti delle primarie, Luigi Berlinguer. Partiamo da domenica sera, subito dopo il voto. Berlinguer parla di “autocertificazione” e specifica che “non chiederemo il certificato medico”. Una linea confermata lunedì 26 novembre, nel pomeriggio: “Basta dichiarare, non certificare l’avvenuta impossibilità di votare”.

Il cambio di rotta – Peccato che nel pomeriggio del medesimo lunedì si registri l’incredibile cambio di linea. E’ in corso la riunione dei garanti, dove putacaso non ha diritto di voto l’ala renziana. Sono tutti in attesa dei risultati, ma l’attenzione viene monopolizzata da una dichiarazione del solito Berlinguer. Per la prima volta viene tirata fuori la “valutazione caso per caso da parte dell’ufficio elettorale provinciale, che ha diritto di veto”.

La truffa – Un radicale cambio di rotta, insomma, rispetto alle dichiarazioni solo di poche ore prima. Altro che “autocertificazione”, ora sono le sezioni provinciali a decidere caso per caso. Quindi martedì Berlinguer chiude la discussione: “Le regole non si cambiano, sono state approvate all’unanimità il 15 ottobre”, scrive in una nota. Peccato che invece le abbiano cambiate il pomeriggio precedente. Obiettivo? Favorire Bersani. La pietra tombale sulla discussione la pone poi Nico Stumpo, il responsabile primarie Pd a livello nazionale e bersaniano doc: “Non avete votato al primo turno perché eravate all’estero? Portateci i biglietti aerei…”. Oggi, mercoledì 28 novembre, è arrivato il “contentino” ai renziani: ci si potrà pre-iscrivere anche online, senza recarsi fisicamente alla sezione, ma comunque la richiesta di poter votare verrà vagliata caso per caso. Una truffa. Bella e buona.

L’Autorizzazione Integrata Ambientale, a decorrere dall’entrata in vigore del decreto legge e per 24 mesi,  ”esplica in ogni caso effetto” e perciò, dopo l’ok al decreto, “è in ogni caso autorizzata la prosecuzione dell’attività”  per tutta la durata stabilita “salvo che sia riscontrata l’inosservanza anche ad una sola delle prescrizioni impartite nel provvedimento stesso”. E’ quanto prevede la bozza di decreto sull’Ilva, che dovrebbe essere varato venerdì per trovare una soluzione alla chiusura dello stabilimento di Taranto

Secondo quanto riferito dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini si tratta di un provvedimento “subito operativo” per assicurare la piena attuazione delle disposizione dell’Aia, rilasciata all’Ilva il 26 ottobre scorso. 

tovato su: Il Fatto Quotidiano

Il Consiglio si riunirà in una seduta straordinaria per poi stabilire se sia il caso di mettere ai voti la richiesta di un referendum consultivo per far si che la Regione si stacchi dall’Italia.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Veneto indipendente? Si va verso referendum consultivo

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di Maurizio Belpietro

Alessandro Sallusti non andrà in carcere, ma dovrà vivere recluso per i prossimi quattordici mesi tra le mura di casa propria.  O meglio: in quella di Daniela Santanchè, sua compagna di vita. Non è ancora chiaro se da lì potrà uscire per recarsi al lavoro in un orario deciso dal giudice di sorveglianza o se dovrà rimanervi fino ad aver scontato la pena, dirigendo dunque a distanza il Giornale e, nel caso, se ai domiciliari potrà ricevere telefonate e avere quelle relazioni con le fonti che ogni giornalista intrattiene. A due mesi dalla condanna e a uno dalla notifica della sentenza, i lati oscuri del caso Sallusti sono infatti ancora molti, anche perché non capitava da tempo che un direttore finisse dietro le sbarre. L’ultimo, come è noto, fu nel 1954 Giovannino Guareschi, condannato prima per vilipendio al capo dello Stato e poi per diffamazione a mezzo stampa nei confronti dell’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

Se mi occupo del caso non è però per l’anomalia di un direttore che probabilmente sarà costretto a esercitare il controllo del giornale che dirige lontano dalla sua redazione.  Nonostante l’irrazionalità della cosa, i mezzi moderni consentono di fare una riunione con i colleghi anche se si è collegati dal proprio salotto, correggendo dalla camera da letto le pagine prima del visto si stampi. Se ne scrivo non è neppure per dovere di difesa di un collega. So perfettamente che i giornalisti non godono di buona fama e tra le persone detestate sono appena un gradino sotto i politici, con i quali condividono la poco invidiabile accusa di far parte di una casta di privilegiati. No. Intervengo sulla questione che riguarda la diffamazione e le sue pene solo per fare un paio di riflessioni che, forse, presi come eravamo dai guai di Sallusti, temo siano sfuggite al grande pubblico.

La prima riguarda il diffamato, cioè la vittima del reato contestato a Sallusti. Non parlo del giudice che si è sentito offeso e lo ha querelato, facendolo condannare. (…)

(…) Mi riferisco in astratto alla persona che un articolo di giornale può mettere alla gogna. Ne ha parlato in una sua lettera al Corriere della Sera Francesco Rutelli, uno dei più accesi sostenitori della punizione carceraria per i giornalisti. Secondo l’ex radicale, contemplare la detenzione è un deterrente contro la libertà di diffamare. E per spiegare il suo convincimento Rutelli ricorda i funerali di Enzo Tortora, 25 anni fa in Sant’Ambrogio a Milano. «Tortora volle  essere sepolto in compagnia di una copia della Storia della colonna Infame del Manzoni», ha scritto Rutelli,  aggiungendo che il presentatore  era stato distrutto da molte cause, non ultima l’accettazione  iniziale da parte di tanti giornalisti dell’infamia  che egli fosse, niente di meno, che un capo camorrista. L’ex sindaco di Roma ed ex tutto nella sua requisitoria contro i cronisti ha dimenticato però un passaggio fondamentale. Tortora non finì in cella per colpa dei giornalisti: a mettercelo, credendo alle fanfaluche dei pentiti, furono i magistrati. I colleghi raccontarono i fatti così come li presentò la pubblica accusa e alcuni (ricordo Enzo Biagi e Vittorio Feltri) dubitarono delle imputazioni, criticando l’impianto dei pm. Certo, forse avrebbero dovuto essere più duri, più determinati nella difesa di Tortora, ma avrebbero rischiato l’incriminazione per diffamazione. Se cito Rutelli e il riferimento a Tortora non è un caso. Spesso, quando i giornalisti finiscono nel mirino, c’è di mezzo un’inchiesta della magistratura. I magistrati accusano, i cronisti riferiscono (attingendo a fonti investigative e talvolta agli stessi pm), le vittime – della diffamazione – querelano. Alla fine chi paga? Ovvio, i giornalisti.  I quali saranno anche considerati dei privilegiati, appartenenti alla Casta, ma sono l’anello debole di un sistema. Ricordo che i magistrati del caso Tortora hanno proseguito la loro carriera, ma per Rutelli la colpa è dei giornalisti.

Seconda riflessione.  Scrivere un fatto non vero o esprimere un’opinione sbagliata è certamente cosa grave, che danneggia il protagonista della falsa notizia o della critica infondata. Ma, come ho spiegato prima, si tratta di un errore. Ci può essere imperizia o negligenza, perfino incapacità del collega, tuttavia in tanti anni di mestiere non ho ravvisato l’intenzione di diffamare. Un giornalista non scrive di proposito una balla, ne va della sua credibilità, e, cosa forse più importante, del suo portafogli: non tutti gli editori pagano le spese legali e, se le pagano, in caso di dolo, hanno la facoltà di rivalersi sul condannato.  Se poi il giornale chiude o fallisce – cosa non rara di questi tempi – il rischio di dover rispondere direttamente è ancor più forte.  Perché faccio la distinzione fra colpa e dolo per un articolo sbagliato? Perché nel codice penale è difficile ravvisare pene detentive in caso di reato colposo. Se uno si ubriaca e poi alla guida di un’auto uccide una persona, la legge prevede la prigione e pure se un medico non cura un malato e negligentemente gli procura delle lesioni personali, ma siamo nel campo dei danni fisici, addirittura della sopravvivenza. L’omicidio o le lesioni, pur se provocate da un comportamento colposo, sono punite con il carcere, ma la maggior parte degli altri reati colposi non ha rilevanza penale. Se un impiegato sbaglia, mica gli mettono le manette. Un  professore che si distrae e lascia che gli alunni sfascino la scuola o ne boccia uno che non lo merita, facendogli danno e rubandogli un anno, non viene messo al gabbio. Un operaio che rompe una macchina e blocca la produzione viene multato o al massimo cacciato, ma di certo non finisce in cella. Si dirà: un operaio, un professore o un impiegato hanno un trattamento al minimo. Ma se si trascurano alcune eccezioni, nella media anche i giornalisti stanno al minimo o poco sopra: se ogni volta devono pagare 50 mila euro finiranno in bancarotta. E poi diciamoci la verità: è più grave scrivere un fatto non vero o parzialmente vero o è peggio sbattere in galera un innocente, magari perché non si è ascoltato un testimone chiave o verificata una prova? Io non ho dubbi. Tuttavia non mi risulta che un magistrato sia mai finito dietro le sbarre per un errore compiuto nell’esercizio della giurisdizione né che abbia pagato di tasca propria. Due pesi e due misure? 

Insomma, chi fa un mestiere come il mio di errori ne commette tanti: per la fretta di scrivere, per impreparazione professionale e a volte per semplice stupidità. E per questo dovrebbe chiedere scusa senza tirarla troppo per le lunghe. Tuttavia, gli sbagli non sono mai intenzionali, mai mirati a diffamare. Eppure è il giornalista che paga per tutti. Per i magistrati e gli investigatori che gli hanno rifilato la patacca. Per i politici che non vedono l’ora di rifarsi su qualcuno e di vendicarsi degli odiati report. Per banchieri e imprenditori che così possono farsi gli affari propri. E la chiamano libertà di stampa.

 

 

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