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La recita continua. E’ quella sulla legge elettorale, che va in scena ormai da mesi in Parlamento. L’aula del Senato dovrebbe votare a partire da domani il testo messo a punto in commissione Affari istituzionali, prima che il provvedimento passi poi dal giudizio di Montecitorio. Ma l’accordo tra le forze politiche (fortemente auspicato dal presidente della Repubblica Napolitano) appare ancora lontanissimo. L’ultimo capitolo della vicenda è di oggi: trattasi della proposta presentata dal vicepresidente dei senatori Pdl, Gaetano Quagliarello, che prevede un premio di maggioranza secco alla coalizione che raggiunga il 40% delle preferenze. Soglia già di per se difficile (se non impossibile) da raggiungere e che, sommata al premio (che tradotto in percentuale equivale a poco più dell’8%) non garantirebbe necessariamente la maggioranza. Qualora nessuna coalizione raggiunga il 40%, il premietto fisso dei 50 scatterebbe a favore del partito che raggiungesse il 30% delle preferenze. Il Pd l’ha respinta nettamente, bloccando ancora una volta le trattative.

Il punto è che, lo si è ormai capito, Berlusconi vuole tenersi il “porcellum” (niente preferenze – per avere il controllo delle liste elettorali – e premio di 340 deputati alla coalizione che ottenga la maggioranza relativa delle preferenze)  e queste sortite (o proposte, a seconda di come le si voglia chiamare) hanno essenzialmente lo scopo di far saltare il banco. Obiettivo al quale il Cavaliere è ormai vicini e in attesa del quale avrebbe fatto slittare l’incontro con Bruno vespa (per la presentazione dell’ultimo libero del giornalista Rai) che era atteso da molti come l’occasione per annnunciare (o smentire) definitivamente una sua discesa in campo. 

 

“Era giusto provarci, è stato bello farlo insieme”. E’ passato solo un quarto d’ora dalla chiusura dei seggi del ballottaggio del centrosinistra e Matteo Renzi ha già concesso a Twitter la vittoria al contendente Pierluigi Bersani. Un esito molto “all’americana” non solo per l’uso del social network, ma soprattutto per la rapida ammissione della sconfitta del sindaco di Firenze. Seguita poco dopo da una telefonata a al segretario: “Hai vinto, congratulazioni”.

Trenta deputati della coalizione hanno votato contro, ma Merkel la spunta. Passa la nuova tranche dal Bundestag. Alla Germania costerà 730 milioni. Uno dei due maggiori sindacati statali ellenici ha indetto una nuova astensione dal lavoro, in segno di protesta contro il pacchetto di austerità approvato dal Parlamento.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Da Germania nuovi aiuti a Grecia, ma la maggioranza non c'è

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Quotidiani

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Dopo l’ennesimo rinvio la legge elettorale arriverà in Senato il 5 dicembre e potrebbe arrivare in aula un testo condiviso. Si profila una intesa fanno sapere, al termine della Conferenza dei capigruppo, sia Maurizio Gasparri che Anna Finocchiaro. “E’ vicina una soluzione positiva” dice il capo gruppo al Senato del Pdl, “Si intravede una soluzione positiva e condivisa” conferma la capogruppo del Pd a Palazzo Madama. “Io sono ottimista – ha detto Finocchiaro al termine della conferenza dei capigruppo – ci sono ancora dei nodi da sciogliere ma si intravede una soluzione positiva e condivisa”. Gasparri ha confermato: “Siamo vicini ad una possibile intesa, ad una soluzione positiva. La legge elettorale non va solo discussa ma anche approvata”. Già nei giorni scorsi aleggiava la possibilità di un accordo. 

Il presidente della Repubblica, irritando il premier che si è trincerato dietro a un enigmatico silenzio, è entrato a gamba tesa sulle questioni politiche (e non tecniche) sottolineando che “Mario Monti è senatore a vita. Dunque non si può candidare perché è già parlamentare. Non è un particolare da poco, anche se qualche volta lo si dimentica”. Una frase con cui “riportare all’ordine” la sua creatura: Napolitano intima a Monti di non “macchiarsi” del colore di qualche partito (ma non solo…). Al di là delle implicazioni politiche dell’interventismo del Colle, c’è un fatto che è stato abbastanza trascurato: non è vero che Monti non si possa candidare. 

Napolitano sbaglia… – La legge infatti sembra dare torto al capo dello Stato. In primis perché non c’è niente che possa vietare al Professore di candidarsi alla Camera, ovviamente rinunciando al Senato (un’ipotesi poco credibile per motivi di buonsenso, perché sarebbe una sorta di “schiaffo” a Napolitano: Monti dovrebbe rinunciare alla nomina di senatore a vita che Re Giorgio gli ha conferito). Inoltre – e soprattutto – la legge elettorale non impedisce una possibile corsa di Monti a Palazzo Chigi: carta canta, e il “Porcellum” prevede che il capo della coalizione indicato dai partiti possa anche non essere candidato al Parlamento.

Porcellum, nessun vincolo – Anche nel caso in cui Napolitano, nel suo intervento a Parigi, alludesse all’impossibilità di Monti di essere a capo di una coalizione, sbagliava. Come detto, l’attuale legge elettorale, non pone alcun vincolo: le liste collegate che vogliono indicare il Professore come prossimo capo del governo lo possono fare, ovviamente con l’eventuale consenso di Monti stesso. Il Porcellum, infatti, non prevede in alcun suo comma che l’uomo a capo della coalizione debba essere candidato alla Camera o al Senato. Inoltre l’indicazione del capo della coalizione non è vincolante (come capo coalizione potrebbe essere indicato proprio Monti, e semmai il prossimo presidente della Repubblica potrebbe rifiutare la nomina del presidente del Consiglio: un’ipotesi, questa, da fantascienza politica).

Il piano di Re Giorgio – Alla luce di queste considerazioni, appaiono sempre più evidente – ammesso che ce ne fosse bisogno – i significati politici dell’intervento a gamba tesa di Re Giorgio. Non si tratta solo di un’implicita richiesta a Monti di non schierarsi con alcun partito in quest’ultima parte di legislatura. Si tratta anche e soprattutto del fatto che, come abbiamo scritto su Libero negli ultimi giorni, Napolitano ha le idee chiare e un disegno ben preciso da realizzare prima di abbandonare il Colle: spedire Pierluigi Bersani a Palazzo Chigi e Monti al Quirinale stesso. Peccato però (ahinoi) che il Professore ci abbia preso gusto, con la politica, ma soprattutto con Palazzo Chigi stesso…

Giorgio Napolitano ha deciso: Monti non è candidabile. Peccato che non sia vero. Monti è candidabilissimo come premier indicato da una coalizione, e anzi con l’attuale legge elettorale ogni alleanza ha l’obbligo di indicare un nome come “Capo della coalizione”, con la dichiarata volontà di portarlo a Palazzo Chigi. Di più: per un senatore a vita non vi è alcun esplicito divieto di candidarsi alla Camera dei deputati, e in caso di elezione optare per Montecitorio o Palazzo Madama. Decidere se e a che cosa candidarsi spetterà perciò solo a Monti.
Giorgio Napolitano, una volta di più, si è comportato come fosse investito di poteri di cui invece nell’attuale ordinamento italiano il presidente della Repubblica non gode. Parlava da Parigi, ma non è l’aria notoriamente elettrizzante della Ville Lumière ad avergli fatto confondere le sue prerogative con quelle volute da De Gaulle per il presidente francese. Tali prerogative, infatti, “Re Giorgio” (da qui l’appellativo con cui laudatori e avversari lo designano nei fuori onda) se le sta attribuendo quasi fossero ovvie, “moral suasion” dopo “moral suasion”, nella plaudente indifferenza dei media sempre più proni o anestetizzati. A questo punto manca solo che nello sciogliere le Camere indichi anche le percentuali di voto che devono andare a ciascun partito, e potremo risparmiare i soldi e la fatica dell’election day.

Per anni Napolitano non ha esercitato il potere che la Costituzione gli riconosce davvero, rifiutare la firma di una legge, anche quando si trattava delle ricorrenti leggi-vergogna berlusconiane, autentiche leggi-mazzata contro la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, ma da quando ha creato il “suo” esecutivo non fa che intervenire perfino sui dettagli delle leggi e della conduzione del governo. Con distorsioni micidiali sui poteri de facto dell’istituto che ancora per qual che mese ricoprirà, e che si trasmetteranno pericolosamente anche al successore. La sentenza che ha chiesto alla Corte costituzionale (sentenza già scritta, secondo il miglior presidente della Consulta, Zagrebelsky), è solo la più minacciosa e grave di tali distorsioni.

Un sondaggio da paura per la nomenklatura del Pd, quello apparso oggi su Il sole 24 Ore. No, non dice che Renzi è favorito su Bersani alle primarie di domenica prossima. Anzi, fissa in dieci punti percentuali (48% contro 38%) la distanza tra i due. Però dipinge, in caso di successo del sindaco di Firenze, uno scenario che rottamerebbe davvero il maggior partito del centrosinistra da capo a piedi. La coalizione guidata da Renzi candidato premier otterrebbe, infatti, il 44 per cento delle preferenze alle politiche 2013, contro il 35% di voti che otterrebbe, alla guida della stessa coalizione, il segretario Pd Pierluigi Bersani. Il che significa che Renzi andrebbe persino sopra quel 42,5% delle preferenze che costituisce la possibile soglia per ottenere il premio di maggioranza. Risultato che lo metterebbe al riparo da qualunque ricatto da parte della nomenklatura Pd o dell’alleato Vendola. Il premier Renzi, cioè, potrebbe davvero fare quel che “minaccia”: cioè scegliere la squadra di governo in totale autonomia e mandare davvero in soffitta i “nonni” del Partito democratico. Com’è possibile che ciò accada? Per il fatto che Matteo Renzi raccoglierebbe anche i voti di una consistente parte di elettori delusi dal centrodestra: se infatti il 76% degli elettori di Bersani si professa di sinistra, solo il 43% di quelli di renzi lo fa. E sempre un 43% di sostenitori del sindaco di Firenze dice di aver votato per il centrodestra alle elezioni del 2008. 

Il Pd non è solo potenziale vittima ma è anche carnefice, in un tentativo di riforma elettorale dell’ultima ora che strumentalizza la – ormai datata – ondata anti Porcellum per rafforzare i partiti che hanno sostenuto Monti. Pdl, Lega e Udc sembrano uniti nel tentativo di togliere il premio di maggioranza o di indebolirlo al punto da evitare che ‘gli altri’ vincano, con le elezioni, anche il governo. Ma sentite qua la controproposta del Pd, per bocca della Finocchiaro:

A questo punto è ormai chiaro che si voterà il 10 e l’11 marzo anche per il Parlamento. Le incognite sono tante, ma la principale è su quello che farà il presidente del Consiglio Mario Monti.

1. Monti si candiderà alle elezioni?
Per ora no. Per due ragioni: è già senatore a vita e quindi non ha bisogno di essere eletto in Parlamento. La seconda ragione è che dovrebbe schierarsi con una lista di parte mentre ancora ricopre la carica di presidente del Consiglio, perdendo legittimità. Al professore della Bocconi non piace affrontare situazioni di cui non ha il totale controllo, ma una volta che le variabili saranno più chiare, se capirà che questo è l’unico modo per assicurare che i frutti del lavoro fatto non vadano persi, potrebbe vincere le proprie ritrosie.

Continuano a circolare bufale sulla riforma elettorale, per cui anche oggi, che volevo scrivere di ben altro, mi sento spinto a ritornarci.

Che sia al 42 al 40 o al 30 la soglia per il premo di maggioranza non è certo l’unico rimedio possibile al presunto rischio che una minoranza governi il paese. Avete mai sentito parlare di doppio turno? Eppure ce l’abbiamo in vigore per i comuni! Serve proprio a far scegliere agli elettori anche una seconda volta: dopo aver scelto il meglio, l’ipotesi più vicina, se nessuna ipotesi supera il 50% si sceglie tra le prime due. Se veramente la preoccupazione che guida i vari Rutelli, Fini, Napolitano eccetera – e molti editorialisti – è il rischio che con percentuali attorno al 30% una coalizione prenda la maggioranza dei seggi, bene, si dia la possibilità agli elettori di scegliere tra le prime due ipotesi in ballottaggio. Perché non se ne parla?

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