Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

commissariamento

Travolte dai debiti, a un passo dal tracollo. Nella corsa contro il tempo per evitare il default, il rischio è di svendere il patrimonio pubblico locale. Nelle foto, il sindaco torinese Piero Fassino e il presidente della Provincia lombarda Guido Podestà.

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Provincia Milano e Torino rischiano il commissariamento

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Per decidere le sorti dell’euro e il commissariamento della periferia, la congregazione massonica internazionale sbarca in gran segreto in Italia. Ma sceglie il posto sbagliato: il presitgioso hotel De Russie nei pressi del Festival di Roma. Draghi fra gli invitati.

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Riunione straordinaria di Bilderberg a Roma

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Accelerare sulle elezioni perché per le regioni, a differenza dei Comuni, “non è previsto il commissariamento”. Il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri al Festival del Diritto di Piacenza ha affrontato il nodo delle urne a seguito di quanto è successo nel Consiglio regionale del Lazio, travolto dallo scandalo Fiorito che ha portato alle dimissioni del presidente Renata Polverini. ”Abbiamo fatto approfondimenti tecnici con gli esperti del ministero e dell’avvocatura dello Stato per le elezioni nella Regione Lazio, l’indicazione è quella di rispettare il termine dei 90 giorni”, ha detto il ministro.

Una decisione, ha proseguito, che “risponde anche ad un’esigenza di tipo operativo, prima si va alle elezioni e meglio è, anche perché per le regioni non è previsto il commissariamento”. 

Le parole di Mario Draghi, passata qualche ora dal suo intervento che ha deluso e fatto crollare i mercati, possono essere analizzate con più cura, in profondità. Il governatore – escluso il numero uno della Bundesbank, il falco Jeins Widmann – è riuscito a limare il fronte del rigore. I mercati, però, si attendevano una sorta di pokeristico “all in”: tutto sul piatto. E invece no, sul piatto, di fatto, ieri Draghi ci ha messo poco e niente. La “colpa”, ammesso che di colpa si possa parlare, non è però sua: la Bce ha le mani legate, poteri limitati, e senza l’assenso dei governi Ue (leggasi: Germania) non può aprire il fuoco col tanto chiacchierato bazooka (che sia la licenza bancaria o gli acquisti illimitati). Ma, come detto, l’ex numero uno di Bankitalia ha assottiliato il fronte rigorista (e la stampa tedesca ha già iniziato a preoccuparsi, mettendolo nel mirino): il risultato lo ha ottenuto ponendo condizioni ai governi molto più stringenti. La politica dei Paesi beneficiati dagli eventuali aiuti, ha rimarcato il governatore, deve alzare bandiera bianca.

Il “memorandum di intenti” – Stiamo parlando dei pazienti più preoccupanti, Italia e Spagna: per accedere all’aiuto dell’Eurotower dovranno chiedere l’intervento dei fondi di salvataggio (oggi l’Efsf e, a settembre, l’Esm). I due fondi potranno comprare Btp e Bonos a lungo termine (questa la vera novità), mentre in parallelo la Bce continuerà l’acquisto di titoli a scadenza breve (come fece la scorsa estate, quando però l’unica condizione posta era la celebre lettera d’intenti mandata a Roma; è evidente il “salto di qualità” delle condizioni poste oggi, che di fatto prevedono l’ok a un commissariamento, messo nero su bianco). Per ottenere i nuovi aiuti Monti e Rajoy dovranno sottoscrivere un “memorandum d’intesa”, ha spiegato Draghi, che impegna i loro Stati su un calendario di misure (nuove manovre) spalmate sugli anni a venire (inoltre Roma e Madrid dovrebbero accettare le verifiche di Bruxelles e Francoforte). Si tratterebbe, nei fatti, di un commissariamento a tutto tondo.

Verso il commissariamento – Per ottenere gli aiuti e – si spera – la salvezza del Paese dobbiamo pagare con la moneta della democrazia: l’ipoteca che si prepara a firmare Monti non è solo finanziaria, ma politica. Il premier nega, ma sa che a breve potrebbe essere costretto a chiedere gli aiuti. L’ipotesi è concreta, quasi sicura: il problema non è tanto lo spread Btp-Bund volato a 500 punti base, ma il fatto che non si schiodi dai 400 punti, una soglia che non ci permette l’indipendenza finanziaria. Monti si appresta a firmare il memorandum. La conseguenza? Il programma politico dei partiti che si affronteranno alle prossime elezioni diventerà all’istante carta straccia. I partiti della “strana maggioranza” si presenterebebro alle elzioni con le mani legate, senza possibilità di autodeterminazione, sarebbero ancor prima del voto soggetti ai voleri di Germania, Bruxelles e Francoforte (mentre, in parallelo, potrebbero raccogliere ancora più consensi le forze populiste anti-sistema e anti-euro, Beppe Grillo in primis).

Monti dopo Monti – Di fatto, gli impegni che l’Italia potrebbe essere costretta a sottoscrivere già nei prossimi giorni, obbligherebbero il paese a un governo di Grande coalizione-bis. Una circostanza che tutti – Casini escluso -, a parole, vorrebbero evitare. Ma per una politica che non può scrivere il suo programma non c’è altra possibilità. L’opzione del “Monti dopo Monti”, insomma, si fa sempre più probabile. Lo ammette anche l’ex ministro Antonio Martino, tra i fondatori di Forza Italia: “E’ un’ipotesi che va tenuta in considerazione. A patto di varare le vere riforme, che non sono l’Imu”. Lo spread rischia di condannarci: ci terremo ancora il Professore.

di Tommaso Montesano

Quando esce da Palazzo Chigi, dopo oltre un’ora di colloquio con Mario Monti, Raffaele Lombardo gonfia il petto: «L’incontro è andato bene. Come noi sostenevamo, quella sul default della Sicilia era una grande balla». Una balla come quella del commissariamento della Regione di cui è presidente. «Ipotesi che non è mai esistita», assicura. Eppure il commissariamento, di fatto, è stato sancito proprio ieri nel corso dell’incontro chiesto e ottenuto dal governatore siciliano dopo la lettera dei giorni scorsi con la quale Monti esprimeva «viva preoccupazione», in tempi di spending review, sulla stabilità finanziaria della Regione. Un grido di allarme, però, che non ha impedito alla Sicilia di incassare, dopo i 400 milioni dello scorso 18 luglio, altri 240 milioni di euro per la sanità. E in vista c’è anche una « forte accelerazione all’impiego dei fondi strutturali». 

SICILIA SOTTO TUTELA
Il “commissariamento” è messo nero su bianco nel comunicato con il quale Palazzo Chigi, alla fine del vertice, annuncia che «nelle prossime settimane» sarà redatto «un piano di rientro finanziario e di riorganizzazione della pubblica amministrazione regionale». Un programma «vincolante negli obiettivi e nei tempi» che sarà «costantemente monitorato dalle strutture tecniche del governo nazionale, alla cui realizzazione saranno subordinati i trasferimenti nazionali nel quadro realizzativo del federalismo fiscale». Insomma, o a Palermo faranno sul serio, o stavolta i rubinetti si chiudono davvero. Almeno sulla carta. 

Nel frattempo, il flusso di denaro verso Palermo non si ferma. «Oggi (ieri, ndr) lo Stato ci ha sbloccato 240 milioni per la sanità. A prescindere dai 400 di cui si è parlato nei giorni scorsi», spiega Lombardo dopo il faccia a faccia con il governo. Oltre a Monti, infatti, dall’altra parte del tavolo c’erano Vittorio Grilli, ministro dell’Economia, Piero Gnudi, ministro per gli Affari regionali, e Fabrizio Barca, numero uno della Coesione territoriale. Saranno loro a vigilare sul rispetto dei patti da parte di Lombardo. 

Monti, pur lodando «la riduzione dell’organico del personale regionale, dei dirigenti e delle società partecipate», nonché i «primi risultati raggiunti nell’ambito del piano di rientro dal disavanzo sanitario», non si fida. Per questo ha chiesto e ottenuto dal governatore siciliano che in tempi brevi «parta un processo di confronto serrato, a livello tecnico, per un’analisi di dettaglio di tutte le componenti di spesa del bilancio regionale». Obiettivo: «Garantire un quadro di massima conoscibilità e trasparenza dei dati». 

Traguardo che al momento, quindi, evidentemente ancora non è stato centrato. Eppure ieri il governatore ha fatto sfoggio di ottimismo respingendo le accuse: «La Regione siciliana ha conti solidi e quindi è in grado di pagare gli stipendi del personale e di onorare i propri debiti.  La mancata corresponsione degli emolumenti è un’altra menzogna».

L’unica «criticità», concede, «si chiama liquidità. Liquidità legata alla riduzione delle entrate tributarie e ai crediti che abbiamo con lo Stato». Crediti pari complessivamente a un miliardo di euro che però, come dimostrano i trasferimenti degli ultimi giorni, poco a poco stanno rientrando nelle casse regionali.

DIMISSIONI VICINE
Sul tavolo di Palazzo Chigi, Lombardo mette anche la conferma delle proprie dimissioni da governatore. «Il 31 luglio», ribadisce. Questo significa che, «a Dio piacendo», i siciliani si recheranno alle urne il 28 e 29 ottobre. E «in questi mesi di campagna elettorale, da qui alle elezioni non ci saranno sperperi», assicura il governatore. «Abbiamo concordato con Monti che non ci saranno spese pazze, ma rigore nei conti».

Raffaele Lombardo si dimette? No, almeno non oggi. Oggi preferisce attaccare tutto e tutti, respingendo ogni accusa. Il mercoledì caldo del governatore della Sicilia, cui il premier Mario Monti ha chiesto ufficialmente le dimissioni immediate, è un susseguirsi di dichiarazioni che non placano le polemiche sulla regione “fallita” e schiacciata da un indebitamento previsto nel 2012 di 7 miliardi e con i fondi europei a rischio a causa di malagestione e sprechi assortiti. Ma la risposta di Lombardo, che aveva annunciato di lasciare ma solo ad agosto, è semplice: “Niente commissariamento”. 

“No al commissariamento” –  ”Chissà, magari mi posso dimettere anche domani (giovedì, ndr). Certo, non consentirò a nessuno che si rinviino le elezioni regionali in Sicilia, perché è giusto che si voti prima delle nazionali. Io il 24 mi presenterò dal premier Monti e gli annuncerò che mi dimetto, ma potrei averlo già fatto prima”. Così, davanti ai giornalisti, il governatore allontana momentaneamente l’ipotesi di passo indietro. Ma poi parte l’affondo. Si inizia proprio con Monti, la cui lettera viene definita “irrituale, un fatto anomalo”. Il commissariamento della Regione? ”Non è possibile. Tanti ne parlano, ma non si può fare. Le norme dello Statuto che hanno rango costituzionale, non sono state superare dalle altre leggi costituzionali. Quindi, stiano tutti più sereni”. 

Il governo pronto a un intervento di risanamento contro la bancarotta. Ipotesi commissariamento dell’isola. Ancora strascichi per la polemica innescata dal vicepresidente di Confindustria Ivan Lo Bello. E intanto la Lega esulta.

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Rischio default Sicilia, Monti a Lombardo: se ne vada

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Anna Maria Tarantola non si presenterà alla prima riunione del cda Rai, prevista per oggi alle 12. Il nuovo presidente designato da Mario Monti, la cui nomina dovrà essere ratificata dai nuovi consiglieri e, in caso positivo, approvata dai due terzi della Vigilanza, invierà una lettera ai nuovi consiglieri per motivare la sua assenza. Non si tratta di uno “sgarbo” ma di un gesto per sfuggire alle contrattazioni e ai veti incrociati del Pdl per bloccare alcune deleghe “pesanti” che il Presidente del Consiglio vorrebbe assegnare all’ex vicedirettore di Bankitalia. In sostanza il centrodestra non vuole che il presidente abbia potere assoluto di nomina dei dirigenti non editoriali e di gestione dei contratti fino a 10 milioni di euro senza il consenso del consiglio di amministrazione. 

Pdl in cortocircuito sulle nomine del consiglio d’amministrazione Rai, mentre la prima votazione di oggi in Commissione di vigilanza si risolve con un’altra fumata nera. Esattamente com’era accaduto nei due scrutini di ieri. E dal resto della maggioranza che sostiene Mario Monti si alza la richiesta di commissariamento della tv di Stato, sottoscritta fra gli altri dai leader di Pd e Udc Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini.

Prima della votazione, il senatore Paolo Amato, membro della Commissione di vigilanza, ha annunciato che sarebbe andato contro le indicazioni del partito: ”Di fronte alla situazione di stallo creatasi ieri in commissione di Vigilanza Rai e alle giuste rimostranze della pubblica opinione, ho deciso, oggi, di dare il mio voto alla candidata Flavia Nardelli”, ha spiegato all’Ansa. Nardelli è stata proposta da Fli e Idv, mentre il partito berlusconiano non ha ancora trovato una candidatura unitaria. Amato ha poi espresso l’intenzione di abbandonare il partito.

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