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A differenza di Carlo Lucarelli, sono andato a votare alle primarie del centrosinistra e, come lui avrebbe fatto se ci fosse andato, ho votato Vendola, pur sapendo che avrebbe perso. Non l’ho fatto per vocazione minoritaria.

Ho votato perché credo che il voto sia l’unico strumento non retorico di democrazia. E ho votato per Nichi perché lo apprezzo e stimo, perché dal centrosinistra mi aspetto anche “qualcosa di sinistra” e perché – come scrive Lucarelli sul suo blog – penso anch’io, da quando faccio il cronista (32 anni) che le politiche contro la mafia non siano solo un fatto di “sbirri” e magistrati ma la prima emergenza endemica, economica, politica, culturale di questo Paese.

Tante volte incontro persone che mi chiedono: ma io che cosa posso fare? Come si fa a cambiare questa situazione così compromessa? Nella domanda c’è a volte anche la risposta: noi non possiamo fare niente  se non votare e indignarci. Un atteggiamento che comporta conseguenze limitate, non coinvolge altri e non consente se non in modo molto indiretto a determinare una situazione o a favorire un cambiamento. Invece no. Sono molte le cose che si possono fare e in tanti ci stanno provando.

Nuovo look – capelli più corti – e un lungo diario per fare un po’ il punto della situazione. “Ho un po’ di cose da dirvi” così Ligabue inizia la lunga lettera ai fan pubblicata sul profilo ufficiale di Facebook. Il primo pensiero va all’Emilia, con Italia Loves Emilia il concertone organizzato per aiutare gli emiliani colpiti dal terremoto. Il rocker di Correggio fa anche una promessa: “Se riusciranno a mantenere i tempi di consegna, a Natale usciranno cd e dvd di quella serata”. Nell’elenco di pensieri ai fan, Liga parla anche del 2013 e del desiderio di “uscire con un album di inediti”. E infine anche un commento al nuovo taglio di capelli. Si era creato tanto rumore intorno al nuovo taglio di capelli, girava la voce che si fosse rasato a zero… Ecco allora la prova del taglio. E il perchè? Semplice. “Perché ne avevo voglia”. 

Io credo che il sesso faccia un bel po’ di danni (oltre a tanto bene ovviamente). La fedeltà è un concetto che temo errato, per quanto giustificato da come sono andate le cose alla razza umana da quando si è eretta e ha cominciato a zompettare su due gambe. Siamo l’unica specie animale (tranne forse una o due eccezioni) in cui il maschio bada, insieme alla mamma, alla crescita dei pargoli. E per più tempo. Fra le altre specie essi si rendono autonomi dopo poco. Questo perché milionate di anni fa l’uomo ha cominciato a diventar tale sviluppando il suo cervello non solo in qualità ma anche in quantità: ovvero ha cominciato a ingrandirsi. E siccome non erano sufficienti i nove mesi nel pancino della mamma per arrivare alla sua dimensione definitiva, a meno di sformarne le pelvi, è andata che per tot anni il nostro cervello cresce dopo che siamo venuti al mondo. 
Ergo si è imposto un periodo assai più lungo prima che i nostri figli diventino del tutto autonomi (qui non c’entrano i mammoni), e questo lungo tempo ha imposto a sua volta che la mamma avesse bisogno della figura paterna per crescerli negli anni: le era giustamente impossibile far tutto da sola. Da qui il sentimento dell’amore, dell’atmosfera famigliare, del focolare domestico, della figura paterna, eccetera. Tutte cose molto, molto belle, tenere e toccanti. Ma il sesso è passione, e la passione rilascia dopamina, e questa ha un suo picco ma poi decade. E quando decade, la cultura (i costumi, le consuetudini, l’amore romantico) pretende che ci si sacrifichi auto-imponendosi la fedeltà. O, il che è anche peggio, che in alternativa si faccia morire una bella storia d’amore complice incentrata su rispetto e dedizione.

“Io tutti i progetti che (…) ho fatto sono tutti a persone sue”. Quando Patrizio Mercadante, il funzionario comunale arrestato nell’ambito dell’inchiesta per corruzione sui finanziamenti alle case vacanze per anziani e bambini, parla in questo modo si riferisce all’ex assessore Mariolina Moioli della quale è il principale collaboratore, una sorta di braccio destro. Anche nella campagna elettorale, a giudicare dalle testimonianze di altri dipendenti del Comune. Il funzionario è stato direttore dei servizi “Minori e Giovani” del comune di Milano tra la primavera del 2009 e quella del 2011. “Era considerato un uomo di fiducia dell’assessore Mariolina Moioli, di cui condivideva la provenienza bergamasca e di cui divenne attivo sostenitore nel corso della campagna elettorale per le elezioni amministrative” dell’anno scorso scrive il gip Maria Vicidomini nell’ordinanza. Stando una testimone (segnatamente il direttore del settore acquisti del Comune di Milano) Mercadante “spesso non mi è sembrato all’altezza del suo compito di responsabile di procedimento. Questa sua carenza è diventata ancora più insostenibile nel primo semestre del 2011 quando, per attività elettorali nelle quali accompagnava l’assessore Moioli, era di fatto sempre assente delegando ai suoi funzionari tutto il lavoro senza nessun accertamento che questi fossero in grado di svolgerlo”.

Cose da pazzi. Metti una sera a cena sullo Jonio e le cose più interessanti, mentre parli di progetti e movimenti civili, te le tira fuori una ragazza cubana capitata a tavola quasi per caso. Con sei parole, sgranando occhi grandissimi mentre discuti d’altro. Dyanorys è arrivata in Calabria qualche giorno fa, dopo un paio di settimane passate a Milano da un amico. È venuta a trovare un’amica cubana che in Italia si è trasferita per amore. È entusiasta del mare calabrese, delle infinite spiagge libere e dell’acqua che cambia colore a ogni ora come nel Racconto di un naufrago. Ama meno la sabbia, che è il vero oro di Cuba, quella grana sottilissima e morbida qua te la sogni. Da qualche anno Dyanorys Ramos abita a Londra, lavora nel ristorante del marito francese. L’italiano lo parla bene, l’ha studiato a Londra, ed è perfettamente in grado di inserirsi nelle conversazioni. Con modestia, perché sa le buone maniere. Ma anche con efficacia. Tra i commensali una certezza sulle due ragazze cubane c’è: non si tratta di attiviste o simpatizzanti del regime. Non sono castriste.

Meglio, non sono “fideliste”, per usare il loro linguaggio. Come non capirle, d’altronde? Sono la terza generazione. Te lo spiegano bene. I nonni adoravano Fidel, aveva dato ai connazionali la dignità, tirandoli fuori da un destino di casinò e bordello della potenza dirimpettaia. I genitori erano andati a ruota, educati al mito della rivoluzione, ma con minor trasporto, anche se il padre di Dyanorys, che distribuisce il pesce per i mercati dell’Avana, è un comunista che ci crede e andò due volte in Angola a combattere il colonialismo portoghese. Loro, i giovani, vogliono la libertà dei coetanei occidentali. I cellulari a lungo proibiti, Internet, un po’ di consumi in più, una televisione che non ti dica ogni santo giorno che il mondo è brutto e Cuba è bella, la possibilità di uscire con i giovani occidentali senza che la polizia ti chieda cosa stai facendo. Per questo la nostalgia di Cuba è nostalgia dei luoghi e degli affetti, della gente, ma la libertà europea è impagabile e per chi ha 24 anni come Dyanorys vale di più. “A Cuba ci torno se cambia”. Fin qui è tutto logico, tutto perfettamente compatibile con quel che pensi da anni di Cuba e di Fidel. La svolta, che si fa storia di incontri, arriva a metà cena. Basta un accenno alla vita londinese. “A Londra in questo momento puoi anche morire di fame e non c’è nessuno che ti aiuti”, dice Dyanorys.

Un paio di mesi or sono, in questo blog, non avevo esitato a definire Mitt Romney – ormai sicuro vincitore delle primarie – “il candidato che non c’è”. Cose vecchie. Cose d’altri tempi. O meglio: cose dei tempi che, fino ad appena qualche ora fa, hanno preceduto l’ardimentoso annuncio – non per caso consumatosi in quel di Norfolk, Virginia, sulla tolda d’una nave da guerra – del nome del candidato repubblicano alla vicepresidenza. Fino a quel momento – vale a dire, fino a quando Paul Ryan, deputato del Wisconsin e indiscusso “cervello” economico della maggioranza repubblicana della House of Representatives – è balzato raggiante sul podio sistemandosi al fianco del candidato del Grand Old Party – la campagna di Romney era stata, in effetti, una sorta di gioco a rimpiattino, con curiose (e talora decisamente farsesche) assonanze omeriche. Poiché, come Ulisse a Polifemo, proprio questo – il mio nome è Nessuno – era quello che Romney era andato fino a ieri ripetendo all’elettorato. Io non ci sono, non esisto. E non chiedete a me (né chiedete a voi stessi) chi io sia, perché io in realtà non sono che un cappello depositato sulla poltrona presidenziale in attesa che qualcuno – qualcuno che, ovviamente, non sia Barack Obama – la occupi il prossimo gennaio.

Francesco Belsito si sentiva accerchiato, racconta, e così decise di ingaggiare degli investigatori privati “per capire alcune cose” su Roberto Maroni. Si aggiunge un ulteriore capitolo alla resa dei conti all’interno del partito prima dell’esplosione dello scandalo della Lega. Così avrebbe chiesto di realizzare un dossier sull’ex ministro dell’Interno. Materiale che però non è stato acquisito dai magistrati della Procura di Milano.

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