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Francesco Di Maggio, vicecapo dell’amministrazione penitenziaria nei primi anni Novanta, avrebbe cercato di contattare il boss della mafia catanese Nitto Santapaola “per cercare di frenare gli attacchi della mafia” all’epoca delle stragi. Lo afferma  Rosario Cattafi, avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto accusato di essere un’eminenza grigia di Cosa nostra, davanti ai giudici del processo Mori a Palermo. Di Maggio, stimato magistrato della Procura di Milano che raccolse tra l’altro le confessioni del boss Angelo Epaminonda, “mi disse che doveva contattare Santapaola, perché aveva saputo che era più malleabile degli altri, per cercare di frenare l’attacco della mafia”, ha raccontato Cattafi, aggiungendo un elemento nuovo alla vicenda della trattativa fra Stato e Cosa nostra. Elemento sul quale Di Maggio, deceduto nel 1996, non potrà dire la sua. 

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“Ecco, mancava una bella intercettazione telefonica tra Massimo Ciancimino e Sandra Amurri: provvediamo subito. Anzi, a dirla tutta avrebbero già provveduto i blogger Enrico Tagliaferro e Antonella Serafini, ma il paradosso è che per la grande informazione è come se non esistessero. Provvediamo anche a questo, dunque torniamo ai protagonisti. Massimo Ciancimino non ha bisogno di presentazioni ma solo di un buon avvocato; l’altra, Sandra Amurri, è una cronista del Fatto Quotidiano che già ricordammo per la manipolazione di un verbale che la vide sanzionata con la «censura» dall’Ordine dei giornalisti: un passaggio di un’intercettazione, in cui un mafioso diceva «da lì», lei lo trasformò in «D’Alì», cognome di un senatore siciliano. Ma Sandra Amurri è anche altro: è la cronista – già candidata con Antonio Di Pietro – che tempo fa si scaraventò nell’inchiesta sulla «trattativa» perché testimoniò di aver origliato una sconcertante conversazione di Calogero Mannino alla pasticceria Giolitti di Roma. Cioè: secondo la Amurri, l’ex ministro Mannino si sarebbe messo a declarare ad alta voce, in mezzo al bar, che le cose che Ciancimino aveva detto su di lui erano tutte vere. Parola di una cronista già censurata per aver manipolato delle parole scritte: su quelle orali possiamo fidarci. Così come possiamo fidarci del suo interlocutore Ciancimino, già arrestato per aver contraffatto un «pizzino» manoscritto del padre e avervi trasposto il nome di un noto funzionario di Polizia. Insomma, un dialogo tra intenditori: del resto i due se la raccontarono e scrissero anche in vari festival del giornalismo e in località turistiche – coi vari Sandro Ruotolo e Francesco La Licata – nel periodo in cui il citato Ingroia definiva Ciancimino «quasi un’icona dell’antimafia». Questo l’ambiente. L’intercettazione che andiamo a presentare riguarda una conversazione perfettamente in linea con la caratura dei protagonisti, giacché verte su cose che non si sa neppure se esistano, anzi. Una per esempio è «il signor Franco», il presuntissimo uomo dei misteri siciliani, l’agente dei servizi che per 30 anni sarebbe stato l’ufficiale di collegamento fra la mafia e pezzi dello Stato: questo naturalmente secondo Ciancimino”. Filippo Facci racconta sul numero di Libero in edicola venerdì 2 novembre il retroscena del menage a trois tra lui, Travaglio, il direttore del Fatto; lei, la Amurri, cronista della stessa testata; e la “malafemmina”, Ciancimino, fino a poco tempo fa personaggio portato sul palmo della mano dai professionisti dell’antimafia. Sentite che dice il figlio dell’ex sindaco di Palermo: “Marco è fortunato che per la calunnia non c’è l’arresto, altrimenti… “.

 

Leggi l’articolo su Libero in edicola venerdì 2 novembre

 

Affari, politica e il sospetto della più grande tentativo di corruzione (fallito) della storia: 275 milioni di euro di tangente da ripartire, secondo la gola profonda Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle comunicazioni di Finmeccanica, tra l’ex ministro Claudio Scajola, l’onorevole Pdl Renato Nicolucci e l’allora ministro della Difesa brasiliano Jobin. L’inchiesta Finmeccanica – con l’arresto di Paolo Pozzessere, ex direttore commerciale e attuale senior advisor per i rapporti con la Russia, gli avvisi di garanzia all’ex ministro Pdl Claudio Scajola, al deputato Massimo Nicolucci e al presidente degli industriali napoletani Paolo Graziano – ieri è deflagrata aprendo nuovi scenari. Anche quello di pressioni su Silvio Berlusconi da parte dell’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola, in carcere da mesi per i finanziamenti all’editoria e gli appalti per le carceri modulari a Panama. Ma non solo: il Cavaliere, stando alle carte, avrebbe raccomandato un senatore Pdl per un ulteriore affare in Indonesia. Il politico poi avrebbe poi chiesto “provvigioni” a Finmeccanica come compenso dell’intermediazione. Insomma, in questa vicenda, che per le cifre fa impallidire la storica maxi-tangente Enimont l’ex presidente del Consiglio sembra sponsorizzare potenziali corrotti.

 

di Claudio Antonelli

Purtroppo, ma è un dato di fatto, in Finmeccanica in questo periodo si vedono più manette che contratti.  Dopo il consulente italo-svizzero delegato per l’India ieri su richiesta dei pm napoletani Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock per «pericolo di fuga» è stato arrestato Paolo Pozzessere, ex direttore commerciale della holding e ora senior advisor per la Russia. Viene accusato di corruzione in concorso con Valter Lavitola, l’ex editore de L’Avanti e consulente di Finmeccanica a Panama. Le indagini «riguardano le forniture effettuate al governo di Panama nell’ambito degli accordi stipulati con l’Italia». In sostanza sarebbe stata costituita una società ad hoc la Agafia intestata a Karen Yizzel De Garcia Castro, vicina a Lavitola, con l’obiettivo di nascondere una tangente da 18 milioni di euro diretta al numero uno della repubblica centro americana, Ricardo Martinelli

Il filone panamense parte tredici mesi fa quando Pozzessere viene intercettato al telefono con Debbie Castaneda, anch’essa consulente della holding. I due secondo l’accusa parlano di ritorni su un appalto da 600 milioni. Da qui si arriva all’ordinanza di ieri in cui il gip tiene a precisare di essere «di fronte a un preoccupante ricorso a pratiche corruttive». E si tratterebbe solo di un elemento del puzzle. Il resto dello scenario è disegnato da Lorenzo Borgogni. Nel 2011 all’ex direttore delle relazioni esterne il pm Paolo Ielo contesta circa 7 milioni su conti esteri. Da lì parte la valanga di dichiarazioni che hanno coinvolto numerosi esponenti politici (vedi Marco Milanese), Guido Haschke, il consulente per l’India. E novità di ieri, l’ex ministro Claudio Scajola, il deputato campano del Pdl Massimo Nicolucci e l’attuale numero uno di Confindustria Napoli, Paolo Graziano. Qui ci sposta su un altro fronte. Siamo in Brasile e l’accusa di Borgogni fatta propria dalla procura è che siano girate stecche all’interno della mega commessa di fregate con capofila Fincantieri e sub contractor la stessa Finmeccanica. Dichiara Borgogni il 10 novembre 2011: «Pozzessere mi disse che Graziano (che è anche  ad della Magnaghi Aeronautica e si è dichiarato totalmente estraneo alle accuse, ndr)  era parte attiva nell’affare delle fregate e mi disse chiaramente di aver capito il motivo per il quale Fincantieri era molto più avanti di noi. In poche parole Pozzessere mi disse che Bono di Fincantieri e Graziano gli avevano chiaramente detto di aver trovato un canale tra l’Italia e il Brasile tale da agevolarli». 

Borgogni prosegue e spiega che le dritte per approcciare i brasiliani arrivavano da Scajola e dall’onorevole Nicolucci, in qualche modo vicini al ministro della Difesa carioca Jobin. «Ancora», prosegue Borgogni, «Pozzessere mi disse di aver appreso da Fincantieri o da Bono che in cambio delle agevolazioni era stato pattuito un ritorno dell’11 per cento dell’affare complessivo, pari quest’ultimo, per la sola parte di Fincantieri, a 2,5 miliardi di euro». Al momento altro agli atti non sembra esserci.  I pm ipotizzano per tutti i coinvolti corruzione internazionale. Scajola si dice sereno e si è messo a disposizione degli inquirenti. Stesso discorso per Nicolucci. Ma non finisce qui. I magistrati pensano di allargare il fronte investigativo anche su Singapore, sull’Indonesia (dove ipotizzano un coinvolgimento del senatore Pdl Esteban Caselli, anche se non c’è stata alcuna vendita) e su Mosca. Si parte da un cambio di atteggiamento (captato da conversazioni intercettate e deciso dai vertici del gruppo dopo che il nome di Pozzessere era comparso nell’inchiesta su Lavitola) per non parlare ai media dell’acquisto di un elicottero da parte di Putin, nonostante la notizia fosse stata in precedenza divulgata dallo stesso Orsi. 

Insomma, per i pm «L’esigenza di tenere riservati gli affari di Finmeccanica con Putin e la Russia» lascerebbe intendere cose occulte. Intanto il titolo Finmeccanica crolla del 3% in Borsa e tutti i siti mondiali tengono la notizia in continuo aggiornamento.

 

“Quello che mi sta a cuore, adesso, è difendere la mia, la nostra storia. Non abbiamo governato questo paese, noi lo abbiamo portato in Europa. Questo è un fatto, non un’opinione”. Così Massimo D’Alema, in una intervista a Repubblica, parla del Partito democratico e mette a tacere le voci di una spaccatura tra lui e il segretario del partito Pierluigi Bersani: “Nessun disaccordo e nessuna polemica”, dice, “nessun attacco e nessuna replica”. 

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Eppure in questa “nostra storia”, nella storia del Partito democratico, D’Alema non ci ha mai creduto. Come potete vedere in questo video del 13 marzo 1999, pubblicato sul sito wittgenstein.it e rilanciato da Enrico Mentana su Twitter, Baffino non parla certo come Walter Veltroni. Il suo discorso inizia così: “Mettiamo un po’ di ambientalismo perché va di moda, un po’ di sinistra ma come Blair, poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito”. E come si chiamerà questo nuovo partito? “Lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno”, continua D’Alema. Del resto, “Verdi è troppo duro, Sinistra suona male”, ma “democratici siamo tutti”. Ecco fatto. “Chi può essere contro un prodotto così straordinariamente perfetto?”, si chiede Baffino. Nessuno viene da rispondere. Lo pensa pure lui: “C’è dentro tutto”. Ma c’è un però. “Però io non ci credo. Auguri”.  

 

E’ ripartito dopo la pausa estiva il processo a Silvio Berlusconi per il caso Ruby con una udienza dedicata a uno dei temi più caldi, quello sui presunti rapporti tra Ruby e il Presidente egiziano, Hosni Mubarak. Il primo testimone è Valentino Valentini, l’ex consigliere per le relazioni internazionali per Palazzo Chigi, che ha ricordato come nel maggio 2010, mese prima del fermo di Ruby, si tenne un vertice bilaterale Italia-Egitto. Durante il pranzo, in una fase più rilassata, Berlusconi disse a Mubarak di avere conosciuto una ragazza egiziana di una famiglia a lui vicina che si chiamava Ruby e ne nacque una conversazione piuttosto confusa. Mubarak chiese “Ruby, la famosa cantante?” e anche i membri dell’entourage dicevano la loro”. 

Domanda il Pm, Ilda Boccassini: “Si parlò di un grado di parentela?”. “No, ma di una familiarità”. Valentini ha anche raccontato di quando, nel mese di giugno, durante un viaggio in Francia, Berlusconi venne raggiunto dalla notizia del fermo di Ruby. “Fu una mia iniziativa – spiega Valentini – quella di contattare la Questura di Milano per capire cosa stesse accadendo. Dissi a Berlusconi che se voleva potevamo intervenire. Lui mi disse: sì, digli che c’è una ragazza egiziana senza documenti, vedi se ti puoi informare”. “Eravamo sull’aereo, il capo scorta chiamò il capo di Gabinetto della Questura di Milano, Ostuni, e gli spiegò la situazione; a questo punto il Presidente fece segno di passargli il telefono”.  ”Il Presidente disse a Ostuini, che era stata fermata una ragazza egiziana innocua sprovvista di documenti e si offrì di mandare la consigliera regionale Minetti per aiutare l’identificazione e alla fine disse: mi risulta che potrebbe essere parente del Presidente egiziano Mubarak”.

La deposizione di Galan  Giancarlo Galan, ex presidente del Veneto, sentito come testimone al processo Ruby, conferma quanto detto da Valentini: il nome Ruby a un certo punto venne fatto”. Galan ha ricostruito la sua partecipazione nel maggio 2010 a un vertice Italia-Egitto. A quell’epoca, Galan era ministro dell’Agricoltura. “Il pranzo durò tre ore, io ero seduto due posti a sinistra rispetto a Berlusconi. Non si trattò di una colazione particolarmente entusiasmante, parlava sempre Berlusconi, l’interprete traduceva e Mubarak non era molto brillante. Ricordo che il nome Ruby a un certo punto venne fatto. Onestamente – aggiunge – non prestai grande attenzione al dialogo, da quel che capii parlavano di una bella donna egiziana e l’idea che mi feci era che si trattasse di un’attrice o di una cantante”. 

 La ricostruzione Valentini dunque sostiene di aver contattato la Questura di sua   iniziativa e afferma di aver parlato con il funzionario Pietro Ostuni  che, nella sua testimonianza esclude invece categoricamente di avergli  parlato. Poi, ricorda Valentini “nei giorni successivi Berlusconi,  facendo riferimento a Ruby, mi fece capire che quella là non era  come pensava”. Per oggi era atteso anche l’ex ministro Franco Frattini  il quale ha fatto sapere che non potrà essere presente. I legali di Silvio Berlusconi comunicheranno nella prossima udienza del processo Ruby, fissata il 19 ottobre, se l’ex premier si farà interrogare nel processo in cui è imputato per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Durante l’udienza di oggi, qualche momento di tensione si è registrato tra il pm Ilda Boccassini e gli avvocati del leader del Pdl, proprio a proposito del tema testimoni. La rappresentante della pubblica accusa ha ricordato che i legali di Berlusconi avevano promesso, prima della pausa estiva, che avrebbero depositato la loro lista dei testimoni definitiva, ma non l’hanno fatto. Invitati dal collegio dei giudici, presieduti da Giulia Turri, allora Niccolò Ghedini e Piero Longo hanno presentato la lista dei testimoni per l’udienza del 19, una decina in tutto, fra i quali il cantante Mariano Apicella, il capo della scorta di Ruby e altri frequentatori delle feste ad Arcore

 

“Fu una mia iniziativa contattare la Questura di Milano per capire cosa stesse accadendo. Dissi al Presidente Berlusconi che se voleva potevamo intervenire. Lui mi disse: ‘Sì, digli che c’è una ragazza egiziana senza documenti, vedi se ti puoi informare’”. Lo ha raccontato in aula a Milano, al processo Ruby a carico dell’ex presidente del Consiglio, Valentino Valentini, già consigliere per le relazioni internazionali dell’ex premier e citato oggi dalla difesa come teste. Valentini ha ricordato come la notte tra il 27 e il 28 maggio di due anni fa, mentre l’ex capo del Governo accusato di concussione e prostituzione minorile si trovava a Parigi, fu informato fermo della giovane. In realtà marocchina e minorenne denunciata dalla coinquilina per furto. 

Un ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, che mente. E un ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, che tramò perché fosse normalizzato il rapporto con la mafia. In quella stagione di stragi e misteri che a distanza di 20 anni è al centro di un’inchiesta e che fa ancora discutere. Sono macigni le affermazioni dell’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e dell’ex ministero dell’Interno, Enzo Scotti, alla commissione Antimafia. “Lui era il dominus, colui che regnava”, anche se non isolato ma con “un consenso più ampio… scelse Conso, Amato, Mancino e Capriotti”. Il lui in questione per l’ex Guardasigilli socialista è Scalfaro indicato così come il protagonista della “regia che ci fu per la “normalizzazione del rapporto con la mafia” che, con l’obiettivo di fermare le stragi, passò anche per l’estromissione dall’esecutivo dei “politici che avevano esagerato nel contrasto”. Quella trattativa che è oggetto della indagine della Procura di Palermo e che vede tra gli indagati Nicola Mancino che prese la poltrona di Scotti. 

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