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Scambiata per una minorenne, Martina Monti, l’assessore Idv del Comune di Ravenna, si è vista rifiutare un calice di vino dal barista che ha voluto vedere i suoi documenti. Forse per colpa delle tanto criticate scarpe da ginnastica All Star e per il suo look troppo casual e giovanile (tanto che il Pdl la espulse dal partito) la Monti sembra infatti una ragazzina.

Sabato sera, riporta il sito Romagnanoi.it, l’assessore è andata in uno storico locale del centro e al bancone del bar le hanno chiesto la carta d’identità per poterle servire alcol. “Mi hanno chiesto i documenti per bere un bicchiere di vino. Titolari ligi al dovere”, ha commentato poi sulla sua pagina Facebook. Dove però fioccano le critiche: “Queste Converse ti stanno dando un sacco di problemi…”. “Tutta colpa delle Converse e del raffreddore costante”. 

“Non intendo farmi condizionare dalla ciclica comparsa di documenti, più o meno autentici, sulla casa di Montecarlo. Basta leggere gli ultimi per capire che non contengono nulla di nuovo e definitivo rispetto all’effettiva proprietà. Esattamente come nell’estate di due anni fa. Da allora, l’unica certezza è l’archiviazione in sede giudiziaria della denuncia a mio carico”. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, interviene così sulle indiscrezioni di stampa: i documenti sono stati pubblicati anche dal fattoquotidiano.it.

“Nell’ambito della mia vita privata quanto scritto dall’Espresso suscita in me profonda amarezza per comportamenti che non condivido. Ma questo è un aspetto tutto e solo personale. Non ho mai mentito o nascosto qualcosa agli italiani e per questo -assicura il leader di Fli- continuerò il mio impegno politico a testa alta”. 

I documenti sui costi degli scandali e la posizione della società pubblicati ieri notte da Telecom Italia su richiesta della Consob. In dettaglio nel primo sono indicati i compensi degli ex manager Buora e Ruggiero e le spese sostenute dal gruppo di telecomunicazioni per far fronte alle accuse di spionaggio e di aver venduto sim false. Nel secondo, invece, un chiarimento sulla posizione della società rispetto alle ultime accuse della Procura di Milano verso l’ex presidente Tronchetti Provera e nei confronti di altri due dirigenti coinvolti negli scandali, Massimo Castelli e Luca Luciani.

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Terza versione dei Malacalza, in soli cinque giorni, sui documenti riservati pubblicati sabato da Indymedia riguardo al forte contrasto in corso con il socio Marco Tronchetti Provera nelle holding che controllano Pirelli.  ”In merito a recenti articoli di stampa in cui ci si chiede il perché non abbiamo mai smentito le indiscrezioni giornalistiche che ci riguardavano, ci sentiamo in dovere di dare una risposta che è più semplice e lineare di quanto si possa credere”, scrive la famiglia degli imprenditori in una nota diramata in serata. Il 3 settembre “abbiamo ricevuto due singolari diffide da Marco Tronchetti Provera & C Sapa e da Camfin, firmata dal Dott.  Tronchetti, a rispettare il silenzio (oltretutto da sempre serbato) e coerentemente ci siamo comportati. Noi abbiamo rispettato tale diffida esponendoci anche a erronee interpretazioni della vicenda.”, sostiene la Malacalza Investimenti. 

Una serie di documenti inediti, sequestrati al re delle slot machine Francesco Corallo, riapre il mistero della casa di Montecarlo dove abitava Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini. Lo scrive l’Espresso in un articolo dell’edizione di venerdì. Secondo il settimanale, che ha diffuso un’anticipazione, “nel gennaio 2008 Tulliani aprì nel paradiso fiscale di Saint Lucia una società rimasta finora sconosciuta, la Jayden Holding, che aveva come attività le compravendite immobiliari”. Per farlo, “si appoggiò a James Walfenzao, lo stesso fiduciario che figura come rappresentante legale della Printemps, la società di Saint Lucia che nel luglio 2008 acquistò da An l’appartamento di Montecarlo”. I documenti, scrive ancora l’Espresso, sono venuti fuori durante la perquisizione effettuata nella casa romana di Corallo e disposta nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti concessi dalla BpM al proprietario del gruppo Betplus (ex Atlantis World). “Si tratta di una serie di fax inviati durante i primi mesi del 2008 dagli uffici di Corallo allo studio di Montecarlo di Walfenzao, che è rappresentante legale del trust a cui sono intestate le quote del gruppo Atlantis”.

Aveva paura che Benedetto XVI fosse manipolato, ma precisa che non è stato il gesto isolato di un folle. Infatti ha aggiunto che non solo lui ha fornito nei mesi scorsi documenti riservati alla stampa. E ha anche denunciato presunte violazioni dei suoi diritti di detenuto: una cella troppo piccola e luce accesa tutto il giorno. E’ stato il giorno di Paolo Gabriele: l’ex maggiordomo del papa ha deposto oggi davanti al tribunale della Città del Vaticano nel processo che lo vede imputato di furto aggravato di carte riservate del pontefice. Dopo la decisione dei giudici di stralciare la posizione del tecnico informatico della Segreteria di Stato, Claudio Sciarpelletti, le luci della ribalta sono solo per lui: la seduta prevedeva infatti un unico interrogatorio, quello dell’imputato. Per gli 8 testimoni convocati, compreso il segretario del Papa, monsignor Georg Gaenswein, dovrebbe esserci tempo nelle due successive udienze che precederanno la sentenza, prevista dal presidente del Tibunale, Giuseppe Dalla Torre, entro sabato prossimo.

E’ scritto chiaramente nei documenti. Tra i timori, quello che ci siano “arretramenti rispetto alle misure prese per mettere in sicurezza i conti pubblici”.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Non solo Fitch. Anche Bruxelles teme l'uscita di scena di Monti

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Frutto delle perquisizioni contro Paolo Gabriele e ora sottoposti a sequestro, ci sono non solo documenti sottratti dall’ appartamento papale, ma anche un assegno di 100.000 euro intestato al Papa, una pepita d’oro e una edizione dell’Eneide del 1581. Oggetti erano regali fatti a Benedetto XVI. Oltre a PaoloGabriele, i magistrati vaticani hanno rinviano a giudizio anche Claudio Sciarpelletti, l’analista programmatore della Segreteria di Stato. Questi deve rispondere del reato di favoreggiamento. Era stato arrestato in maggio e poi gli era stata concessa la libertà provvisoria. 

Il ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sono gli snodi attraverso i quali passano le decisioni relative al regime carcerario del 41 bis. Gli avvicendamenti ai vertici di queste amministrazioni e i documenti prodotti tra il 1992 e il 1993 sono all’esame della Procura di Palermo che indaga sulla presunta trattativa. Ecco le carte più importanti. 

Il primo decreto 41bis firmato da martelli il giorno dopo via damelio

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Delega Martelli al Dap

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Decreto nomina Di Maggio

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Appunto amato 6 marzo dg n.115077 del 06 03-1993

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LEGGI GLI ALTRI DOCUMENTI SULLA TRATTATIVA
Trattativa, i documenti/1. L’elenco dei boss “alleggeriti” dal 41 bis nel 1993
Trattativa, i documenti/2. La lettera dei familiari dei boss a Scalfaro

tovato su: Il Fatto Quotidiano

Nel febbraio del 1993, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro riceve una lettera firmata da alcuni familiari di detenuti al 41 bis, che lamentano le condizioni di detenzione dei loro congiunti. Potrebbe essere questo l’inizio della presunta trattativa fra lo Stato e Cosa nostra. La lettera, infatti, è indirizzata per conoscenza ad altri soggetti che si riveleranno simbolici rispetto alle successive stragi di mafia di quell’anno: il Papa (attentati contro le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro), il vescovo di Firenze (strage di via dei Georgofili), Maurizio Costanzo (bersaglio di un fallito attentato a Roma). Ecco il testo integrale della lettera indirizzata a Scalfaro. 

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