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Duisburg

San Luca è un borgo antico, un pugno di case bianche arroccate tra i monti della Locride. Era il paese di Corrado Alvaro, il poeta che scriveva: “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile”. Ma è anche la roccaforte della ‘ndrangheta, della faida tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari, quella della strage di Duisburg, Germania, del 15 agosto 2007. Sei uomini uccisi nell’ultimo atto di una guerra tra ‘ndrine, cominciata nel 1991. La mente dell’agguato è Giovanni Strangio: voleva vendicare la cugina Maria, moglie del boss Gianluca Nirta, uccisa la notte di Natale del 2006.

La prima domanda è secca: per individuare i killer della strage di Duisburg lo Stato trattò con la ‘ndrangheta? La risposta arriva rapida e inquietante: “Sì, lo Stato trattò”. La seconda viene naturale: cosa volevano i boss? “Soldi e sconti di pena”. Ci fu scambio? “Sì”. Il governo sapeva? “I nostri referenti certamente”. All’epoca Romano Prodi è il presidente del Consiglio, Giuliano Amato sta al Viminale, mentre Arturo Parisi è ministro della Difesa. L’altra domanda allarga il campo: e ancora prima e oggi e domani? “Lo Stato ha sempre trattato con la ‘ndrangheta e nessuno lo ha mai fatto senza che la magistratura non ne fosse a conoscenza”. Anche per Duisburg? “Anche”. Perché? “Per non trattare le istituzioni devono essere determinate”. Se ne deduce che in rari casi lo furono? “Io ho sempre detto: signori miei, non è che ci sediamo al tavolo ma poi ci alziamo, ci rimettiamo i panni delle istituzioni e ci dimentichiamo. Se scendiamo a patti ci dobbiamo togliere la divisa o la toga e andare fino in fondo”. Qualche secondo di pausa, quindi un assunto dal quale non si può prescindere: “Sia chiaro: noi non abbiamo mai trattato l’impunità del reato”.

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