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Si è appena candidato e già è stato malignamente battezzato “Il sindaco tronista”. Alfio Marchini, 47 anni, erede della famiglia di costruttori ribattezzata  ”Calce e martello” ha deciso di candidarsi a sindaco di Roma. Aiutato dagli esperti di comunicazione di Obama, Marchini ha annunciato la sua discesa in campo alla trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata. “Mi candido – ha spiegato – con una lista civica, primo passo verso un Movimento metropolitano”. Ammette di non aver votato alle primarie ma di averne apprezzato lo spirito, dice: “Non mi sento vicino al centrodestra. Speravo che Alemanno potesse essere il Petroselli di destra, ma il suo fallimento è acclarato”. Poi ha aggiunto: è arrivato il momento di qualcosa di nuovo perché nell’offerta politica non c’è nulla che soddisfi le aspettative del 30, 40 o 50% delle persone”. A Grillo riconosce la capacità di creare un movimento che non è antipolitica. “Manca però concretezza nelle soluzioni”, sottolinea.

La rete delle amicizie  Nella sua avventura politica Marchini può contare su un’ampia rete di amicizie, tra cui quella con Francesco Gaetano Caltagirone ereditata dal nonno che Alfio, è amico di Massimo D’Alema e l’ex consigliere della sua fondazione Italianieuropei (la sede è in un palazzo della famiglia Marchini), e quando l’ex premier era segretario del Pds, Alfio investì per breve tempo anche nell’Unità. Ha buoni rapporti con Giuliano Amato, Mediobanca (era uno dei preferiti di Enrico Cuccia), il Vaticano, e un’amicizia con l’ex premier israeliano Shimon Peres, che gli ha aperto le porte del mondo ebraico. 

 


pubblicato da Libero Quotidiano

Milla Jovovich, relax al parco con la famiglia

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 A Milano vige il rito ambrosiano. Qui non si fanno feste con facce da maiale e costumi da ancelle di Ulisse. Ci s’incontra semmai da Sadler o da Cracco per cene (davvero) eleganti, si siglano patti seri e professionali, anche se un po’ informali, che permettono di succhiare 47 milioni di euro dal San Raffaele e 70 dalla Fondazione Maugeri. Questo, almeno, secondo le accuse al faccendiere della sanità Pierangelo Daccò, appena condannato a 10 anni per il buco San Raffaele.

Dear Prime Minister Monti…”. Così si apre la missiva con la quale il professor Lionel Salem ringrazia il presidente del Consiglio per aver reso possibile la restituzione alla sua famiglia del meraviglioso Cristo portacroce di Girolamo Romanino, che apparteneva alla Pinacoteca di Brera. Ma non è una lettera di cortesia. Il mittente chiede che ora Monti faccia staccare di corsa un altro quadro rinascimentale dalle pareti di Brera – una Madonna col Bambino attribuita a Bernardo Zenale – e glielo spedisca a Londra il più speedly possibile. I due quadri facevano parte della collezione del nonno di Salem – Federico Gentili, ebreo e console italiano a Parigi fino al 1940 – e vennero venduti all’asta dal governo di Vichy nel 1941. Secondo la famiglia, quella vendita si dovette alle leggi razziali: su questa base, un tribunale francese ha deciso la restituzione di cinque quadri del Louvre.

La loro colpa? Essere una famiglia numerosa. E’ per questo che la famiglia Calò di Padova ha ricevuto minacce di morte. La triste storia di Alessandra, madre di 13 figli, raccontata dal Giornale, è quella di un nucleo famigliare abbandonato dalle istituzioni e lasciato da solo di fronte alla inciviltà dei vicini, magari infastiditi dai giochi rumorosi dei più piccoli. “A morte le famiglie numerose”, hanno scritto sul muro della loro casa. Non solo. Più volte gli hanno tagliato le gomme della loro unica macchina per due volte in un anno, e se il capofamiglia, Ferrucci, rimasto senza lavoro chiede aiuto al Comune dal Comune arriva una raccomandata di rifiuto. “Ci sarà pur da qualche parte un lavoro per mio marito o per i miei figli più adulti?”, si chiede Alessandra che intanto ha sporto denuncia in Questura e non esclude di trasferirsi con tutta la tribù in un’altra città visto che il suo sindaco fa spallucce. “Nemmeno una riga da parte del nostro primo cittadino, Flavio Zanonato”, dice Alessandra amareggiata. “Credo che se questa scritta fosse apparsa contro una famiglia extracomunitaria, ci sarebbe subito stata una dichiarazione politica di sdegno verso tanta inciviltà”.

Da amico dei Lampada e dei Valle a relatore antimafia in un convegno organizzato dal “Museo della ‘ndrangheta” a Reggio Calabria. Da stamattina è in carcere il medico Gabriele Quattrone, primario del Policlinico della Madonna della Consolazione, con l’accusa di aver falsificato alcune perizie psichiatriche, disposte dal Tribunale di Catanzaro, sul boss Antonio Forestefano certificando la sua incompatibilità con il regime carcerario. Un favore per il quale lo specialista di igiene mentale sarebbe stato pagato 5mila euro dalla cosca di Cassano dello Jonio. L’operazione è stata condotta dai Carabinieri del Ros di Cosenza. 

Un monumento all’allegria di Mike Bongiorno tra una stele in ricordo degli ebrei trucidati dai nazisti e un parcheggio dedicato a un capitano ucciso a Nassirya.
Succede nel comune di Meina, meno di 3mila anime in provincia di Novara, dove la famiglia del noto presentatore morto nel 2009 vorrebbe realizzare una statua di Mike in bronzo, alta due metri con tanto di copione e scritta “allegria”. L’opera, nei progetti della giunta di centrodestra, sarà collocata sul lungolago all’interno del parco della Fratellanza, ma serve ancora il via libera della Soprintendenza.
Nell’attesa, è scoppiata la polemica. Secondo la minoranza di centrosinistra l’omaggio a Mike striderebbe con i ricordi dell’eccidio nazista del 1943 e con quello del capitano Massimo Ficuciello, ammazzato in Iraq dagli islamici nel 2003. Ai quotidiani locali il consigliere d’opposizione Andrea Ferrarese ha parlato addirittura di «soluzione ridicola». Di opinione diametralmente opposta l’assessore alla Cultura Filippo Borroni, che ha in tasca la tessera del Pdl. «Basta funerali a Meina!» dice a Libero. L’obiettivo, spiega, è offrire alternative ai ricordi tristi degli ebrei uccisi e di Nassirya. D’altronde «Mike ha unito l’Italia» e quindi «non vedo dove sta il problema», anche perché «l’allegria non ha mai ucciso qualcuno».
La famiglia del presentatore, attraverso la fondazione Bongiorno, ha deciso di collocare la statua proprio lì, dove il mito della tv italiana era passato durante la seconda Guerra mondiale, innamorandosi del paesaggio. Tanto da tornarci, anni dopo, come villeggiante e insieme alla moglie Daniela Zuccoli. Il comune di Meina vorrebbe anche un percorso intitolato a Mike, con tanto di pannelli in rame che possano ricordare le sue trasmissioni. Il tutto senza archiviare l’idea di un museo.
Tanta carne al fuoco che non convince tutti. Nell’attesa del parere della Soprintendenza, la giunta ha già deciso di realizzare anche un bar-ristorante griffato “Aulenti” e che probabilmente verrà battezzato “Dell’Allegria”. Cosa ci sarà da essere così contenti?, si chiedono da sinistra. Il capogruppo Aldo Rho parla di «irriverenza» visto che l’area verde «è da sempre dedicata ai 14 ebrei trucidati nel 1943». Insomma, «si può trovare una soluzione diversa». Di parere opposto il sindaco Paolo Cumbo (Pdl), contentissimo perché «siamo onorati che la famiglia Bongiorno abbia scelto Meina e non Arona» per collocare la statua. Ma Piero Regazzoni, ex vice-primo cittadino di centrosinistra, assicura: «Mike non avrebbe mai voluto una statua dell’allegria vicina alla lapide che ricorda la strage degli ebrei». La polemica è appena iniziata.
(ha collaborato Maurizio Robberto)

Dopo l’esplosione dell’indignazione popolare per le offese via Facebook lanciate contro Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il ministro Anna Maria Cancellieri annuncia provvedimenti disciplinari contro Paolo Forlani, uno dei quattro poliziotti condannati con sentenza definitiva per omicidio colposo. La decisione della titolare del Viminale fa seguito alle frasi scritte da Forlani sulla pagina dell’associazione Prima Difesa. La pagina in questione era già stata rimossa dopo le segnalazioni sui contenuti di alcuni post dai contenuti gravemente offensivi, uno dei quali affibbiava al ragazzo ucciso l’epiteto “cucciolo di maiale”.

Da Rosarno all’aula bunker di Rebibbia. Sono poco meno di 650 i chilometri che separano Giuseppina Pesce, figlia, sorella e nipote di boss di una delle cosche più potenti della Calabria, dalle sue origini, dalla sua storia e dalla sua famiglia. Ma è una distanza enorme quella percorsa da questa giovane mamma di 30 anni che dal suo arresto, nell’aprile del 2010, è diventata una collaboratrice di giustizia. Che lunedì prossimo a Roma testimonierà contro gli imputati del maxi processo di Palmi – iniziato nel luglio dell’anno scorso – contro esponenti della ‘Ndrangheta che anche lei, passando per una sofferta ritrattazione, ha contribuito a far arrestare. Compresi i suoi familiari più stretti. Giuseppina è l’unica delle donne che, negli ultimi tempi, sono andate contro la ‘Ndrangheta a essere viva. Maria Concetta Cacciola è morta dopo aver bevuto misteriosamente dell’acido e i suoi familiari sono in carcere per istigazione al suicidio. Il corpo di Lea Garofalo invece non è mai stato trovato. I sei uomini che sono stati condannati all’ergastolo, compreso l’ex marito e padre di sua figlia, l’avrebbero sciolta in cinquanta litri di acido. A tutte e tre queste donne è stato dedicato l’ultimo 8 marzo. 

Ha forse avuto un iniziale ripensamento Maurizio Cevenini prima di gettarsi nel vuoto. Il consigliere regionale del Pd, che si è tolto la vita martedì sera lanciandosi dalla torre della Regione, avrebbe, secondo l’ipotesi degli inquirenti, tentato di gettarsi prima dalla finestra, ma poi ridisceso per un motivo ignoto, uscito dall’ufficio e salite le scale che portano alla terrazza, si sarebbe lanciato. È questo quello che ipotizzano i magistrati dopo le indagini svolte ieri sul posto, e durate circa sette ore.

Un tempo lungo, ma utile per chiarire un elemento inizialmente inspiegabile: cioè che la finestra dell’ufficio del Cev al settimo piano era chiusa con la maniglia al momento in cui la polizia era entrata nel suo ufficio, ma erano presenti impronte che avrebbero fatto supporre che proprio da lì Cevenini si sarebbe buttato.

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