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Food

Roma, 4 dic. – (Adnkronos) – Il 10 dicembre sarà il Terra Madre Day, la festa di tutte le culture gastronomiche locali. Giunta alla sua quarta edizione, l’iniziativa promossa da Slow Food che nel 2011 ha registrato la partecipazione di 200 mila persone in 125 Paesi, prevede anche quest’anno festival gastronomici e cene a tema, mercati contadini e visite in fattoria, degustazioni nelle scuole e conferenze con il coinvolgimento di produttori, comunità del cibo, cuochi, giovani, accademici e consumatori appassionati o semplicemente curiosi. Per trovare l’evento più vicino alla propria città basta visitare il sito http://goo.gl/8RuW8.

Si potranno riscoprire cereali antichi e ricette tradizionali per fare in casa pani e dolci; partecipare a uno dei tanti incontri tra produttori e co-produttori per conoscere le storie di chi con il proprio lavoro si prende cura della terra e degli animali; conoscere contadini e allevatori che operano nel proprio territorio e toccare con mano le tecniche virtuose con cui il nostro cibo è prodotto; portare con sè i più piccoli a cui sono dedicate iniziative di educazione alimentare e coinvolgenti laboratori. Non mancheranno le cene che vedranno gli chef all’opera con i prodotti dei Presìdi, dalle carni delle razze tutelate da Slow Food al pollo bianco di Saluzzo all’agnello di Alpago.

A l’Eat-In di Torino, sabato 8 tutti sono invitati a portare e condividere il proprio cibo, acquistato localmente e preparato in casa, per un pranzo aperto. Anche nel resto del mondo i gruppi locali di Slow Food si stanno preparando: nel campo profughi di Farra a Nablus, in Palestina, in collaborazione con la Youth Development Association e la locale scuola femmnile, si terranno laboratori e conferenze per degustare e ricordare i piatti della tradizione palestinese. A Toronto, in Canada, i soci Slow Food hanno lanciato una sfida gastronomica ai membri delle loro comunità: preparare i pasti utilizzando solo materie prime ed evitando tutti i prodotti industriali, dagli ingredienti strani e impronunciabili, di provenienza non certificata o dal colore improbabile.

Roma, 26 nov. – (Adnkronos) – “Un aumento del 79% delle malattie polmonari cronico-distruttive, +78% di infezioni acute dell’apparato respiratorio nei bambini e +30% di malattie dell’apparato respiratorio in generale: tutti dati relativi all’area della Valle del Sacco e da ricollegare alla presenza degli inceneritori di Colleferro”. Così Francesca Litta, portavoce delle Condotte Slow Food – Territori del Cesanese e Colleferro, riassume all’Adnkronos i dati contenuti nell’ultimo rapporto Eras, lo studio realizzato dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (Arpa) e dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale della regione Lazio.

Un territorio su cui l’industria bellica, chimica e gli impianti di trattamento rifiuti hanno lasciato il segno e continuano a destare la preoccupazione, tanto per la salute di chi abita i comuni lungo le sponde del fiume Sacco, quanto per l’economia di un territorio “che prima dell’arrivo dell’industria era a vocazione prevalentemente agricola e che oggi è messo in ginocchio dall’inquinamento – spiega la Litta – sia per i comuni che rientrano nella provincia di Roma, interessati dall’inquinamento chimico, sia per quelli della provincia di Frosinone che, non interessati dall’inquinamento, fanno comunque le spese della ‘cattiva reputazione’ dell’area, perché associati all’inquinamento”, spiega Litta.

Un territorio, sottolinea, ancora in attesa di bonifica, ma per il quale potrebbe arrivare il primo passo di risanamento e riqualificazione grazie ai progetti presentati in occasione dell’iniziativa organizzata dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco e dall’Associazione Culturale Gruppo Logos e che si chiude dopo le tre giornate di lavoro che hanno chiamato a raccolta a Colleferro molti dei comitati ambientalisti dei siti di interesse nazionale.

La riqualificazione, spiega la portavoce di Slow Food, deve ripartire proprio “dall’agricoltura di sostegno, quella cioè non destinata all’alimentazione, pensando a colture destinate alla produzione energetica oppure, per esempio, di mais utilizzato per realizzare il Mater-bi. Poi – specifica – bisogna definire quali sono le aree inquinate e capire come bonificare con sistemi non invasivi, cioè senza costruire altre fabbriche o utilizzare altro cemento”.

Slow Food fa la sua parte attraverso la Condotta del Cesanese, un’area di produzione che interessa sia la provincia di Roma che quella di Frosinone, “fortemente interessata al recupero dell’agricoltura per la presenza di questo importante vitigno e perché qui c’è ancora tanto territorio ancora non inquinato e un paesaggio bellissimo da rivalutare. Nei prossimi mesi – annuncia – presenteremo anche la comunità dei piccoli produttori di legumi degli Altipiani di Arcinazzo”.

E si pensa anche agli allevatori e, in particolare, ai produttori di latte, “vittime della speculazione dei grandi gruppi che acquistano il loro latte sottocosto. Per loro – conclude – vogliamo trovare sbocchi commerciali diversi, come la vendita diretta”.

Torniamo a occuparci della PAC, la politica agricola comune dell’Unione Europea. Un tema che quasi tutti considerano per addetti ai lavori, salvo che di contadini in giro ce ne sono sempre meno. Già qualche mese fa avevo rilevato come il processo di riforma della PAC sia cruciale per il nostro futuro (non solo in tema di agricoltura e alimentazione) e avevo lamentato quanto sia scarsa l’attenzione per l’argomento sui media e nella pubblica opinione, non solo in Italia. Sarà che le politiche europee in genere ci sembrano distanti, e diventa importante occuparsene solo quando si traducono in divieti fastidiosi o in saccenti rimproveri.

C’era bisogno di una guida che ci introducesse alla novità di birrifici e birre italiane? Forse sì, se guardando il nuovo volume dello Slow Food scopriamo che nel nostro Paese abbiamo superato gli oltre 400 produttori di birra artigianale. La “Guida alle birre d’Italia 2013″ si affianca alle decine di pubblicazioni, cartacee ed online, dedicate a trattorie o ristoranti, nonché alle varie guide per i vini. Ma la sua presenza non ci stupisce, perché il mondo di questa meravigliosa bevanda, fresca, dissetante e così estiva non è più fatto solo di camionisti o muratori ma si è generalizzato; non vive più della contrapposizione (forzata) con il vino, considerato da alcuni più elitario. E soprattutto ha definitivamente sfondato nei gusti dei giovani. Così con la consueta precisione e professionalità Slowfood arriva a recensire 227 birrifici e descrivere dopo averle provate (beati loro) 1.191 birre. Un fiume di schiuma in cui sono state premiate 144 birre per un settore che non sembra conoscere crisi.

Nuovo presidio Slow food nel parco del Cilento: si tratta del “Cece di Cicerale”, il primo in Italia e a livello internazionale, nonché il settimo sostenuto dall’Ente Parco. A spingere per l’intesa il presidente dell’area protetta Amilcare Troiano: “Si aggiunge un altro tassello al meraviglioso mosaico del Parco, che è il territorio più certificato del Mediterraneo: alla sua istituzione (1995) da parte del ministero dell’Ambiente sono seguiti i prestigiosi riconoscimenti dell’Unesco: Riserva Mondiale di Biosfera (1997), Patrimonio Mondiale dell’Umanità “come paesaggio culturale di rilevanza mondiale” (1998), Patria della Dieta Mediterranea (2010) e l’inserimento nella lista europea e mondiale dei Geoparchi (2010), a cui si aggiungono l’istituzione delle due Aree Marine Protette (2010) di S.Maria di Castellabate e Costa degli Infreschi e della Masseta, le undici Bandiere Blu della Fee e le Vele del Touring Club e Legambiente assegnate ai Comuni della Costa cilentana e, con quest’ultimo, i sette Presidi di Slow Food che vanno ad arricchire, ulteriormente, un Parco di terra e di mare, un vero e proprio laboratorio di Biodiversità”.

C’era bisogno de La Feltrinelli Red (Read Eat Dream)? Domanda impertinente, ma forse necessaria. Già, perché seguendo la moda della sinistra gourmet – vedi il Carlìn Petrini di Slow Food e del Salone del Gusto, vedi l’Oscar Farinetti di Eataly – anche l’imprenditore democratico per definizione ha deciso di fondare un nuovo supermercato del gusto, infilando nelle sue librerie prosciutti, vino e ristorantini. Se una volta i grandi spazi erano sinonimo di scarsa qualità, vedi gli autogrill, i supermercati, i fast food, la nuova moda prevede di portare la qualità alle masse, di sposare marketing e diversità. Il primo Red ha appena aperto a Roma, in via del Corso. Altri ne seguiranno. E così vince (ma non convince del tutto) un nuovo gigantismo culturale e gastronomico, che spinge il nuovo ceto gourmet a dimenticare il polveroso mantra “piccolo è bello”. Mentre Oltralpe vincono la bistronomia e la Petite cuisine à Paris, microristorante con due coperti, da noi ci si muove a torme con il carrellino in cerca del sacro cacio. Dimenticato Umberto Eco, con le sue provocazioni: per lui il museo perfetto dovrebbe avere un solo quadro. Niente da fare, ormai ci aspettiamo che nasca il Brico Center dei pistacchi di Bronte, che si imponga l’Auchan del fico secco di Carmignano, la Despar della lenticchia di Ustica e delle alici di Cetara.

“È ora di preoccuparsi davvero del rapporto tra grandi multinazionali del settore alimentare e salute. Ed è ora che decisori politici ed esperti di sanità pubblica comincino a interrogarsi su come interagire con i big dell’industria”. Questo, in breve, il messaggio lanciato dalla rivista specializzata PLoS Medicine con una serie di articoli dedicati appunto a “Big Food”, appena pubblicata.

Qualche giorno fa la National Oceanic and Atmospheric Administration del Governo Americano ha pubblicato le sue ultime elaborazioni climatiche. Si legge tra le altre cose che il mese di aprile 2012 ha fatto registrare, nell’emisfero nord del pianeta, il record di riscaldamento climatico dal 1880. E’ solo l’ultimo campanello d’allarme fatto suonare in tema di cambiamenti climatici (e nemmeno il più grave, giacché i dati dei primi quattro mesi del 2012 sono meno gravi della sola notizia concernente il mese di aprile).


La prima e unica pubblicazione che unisce l’Italia degli oltre 700 distretti della qualità.

Educazione ai consumatori, sostegno alle politiche della qualità,  la nuova dimensione della sicurezza alimentare: le tre peculiarità sintesi di questo nuovo format divulgativo


Come il libro di Pellegrino Artusi unì l’Italia frammentata delle ricette culinarie, così l’Atlante Qualivita FOOD&WINE, per la prima volta, avvicina mondi fino a oggi nettamente separati; agroalimentare,  settore vitivinicolo e biologico.

Il prossimo 16 maggio sarà disponibile in tutte le librerie la nuova edizione della Guida alle Birre d’Italia edita da Slow Food. La guida, primo ed unico esempio in Italia in materia di birre, ha il pregio di mappare tutto il territorio nazionale dal punto di vista della (micro)produzione brassicola, raccontando le storie, i sogni e i prodotti di centinaia di artigiani, che hanno scelto di produrre birra, in un paese a tradizione viti-vinicola dove anche il sistema fiscale predilige chi produce vino. Un settore, quello della birra artigianale, in continua crescita e che progressivamente registra un miglioramento in termini di qualità, costanza produttiva e di consapevolezza culturale, un settore “in netta crescita” come lo vedono i curatori della guida Luca Giaccone ed Eugenio Signoroni. Luca Giaccone, già curatore delle precedenti edizioni è anche giudice per Unionbirrai, all’European Beer Star e collaboratore dell’associazione inglese per la birra artigianale Camra, mentre Eugenio Signoroni, laureato all’Università di Scienze Gastronomiche, dal 2009 collabora con Slow Food anche per quanto riguarda la guida vini e quella sulle osterie.

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