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“Non volevamo che accadesse”. È la frase di rito del conduttore, più o meno basito, quando il talk show trascende. Come lunedì mattina, ad Agorà su RaiTre, tra Ferruccio Sansa e Fabrizio Rondolino. Senz’altro Andrea Vianello, professionista serio e garbato, era sincero. Eppure quella frase è la meno adatta a chiudere uno scazzo catodico, poiché – salvo rari casi – il talk show vive sperando che quel “qualcosa” accada. Ancor più nell’era di Youtube.

“Vogliamo orgia”. E’ questa la frase che fino a ieri “compariva” sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni, candidata alle primarie del Pdl. In realtà nella foto di copertina, quella più grande, del profilo social dell’ex ministro del governo di Silvio Berlusconi compariva la scritta “Vogliamo Giorgia” ma un’immagine pià piccola della Meloni copriva le prime due lettere. In pochi minuti la rete è stata invasa da commenti più o meno ironici che facevano riferimento alle presunti nottate “bunga bunga” dell’ex premier. Ovviamente, pagina Fb e copertina sono state rimosse subito dopo.  


pubblicato da Libero Quotidiano

Parto dal dato di fatto che ho varcato da pochissimo la soglia dei tre decenni, per dire che ultimamente mi trovo spesso a confrontarmi con persone più piccole di me, anche aventi la metà dei miei anni. Questo avviene grazie al pubblico dei live, ma anche grazie ad altre iniziative nelle quali sono stato coinvolto, come quelle che cercano di portare l’Hip Hop nelle scuole o nelle comunità, per trasmettere il valore costruttivo che questa cultura ha, valore spesso sminuito o addirittura ridicolizzato da parte dei media. Un altro spunto di riflessione sulla nuova generazione che si sta formando è arrivato dalla visione del nuovo video di Lorella Zanardo, ispirato dal suo nuovo interessante libro “Senza chiedere il permesso”, nel quale l’autrice narra del suo itinerario attraverso varie scuole per trattare l’argomento dell’utilizzo erroneo che i media fanno del corpo delle donne, soffocando in una dannosa stereotipizzazione la varietà che rende l’universo femminile così interessante ed ipnotico agli occhi dell’anima e dell’arte.

“A letto non contano le misure ma l’uso che se ne fa”. Dimenticate questa frase perché uno studio condotto dallo psicologo scozzese Stuart Brody afferma il contrario: “A letto le dimensioni di lui contano e rendono più facile il raggiungimento dell’orgasmo”. La ricerca, recentemente pubblicata sull’autorevole “Journal of Sexual Medicine” dichiara che le donne che hanno frequenti orgasmi vaginali raggiungono il piacere con un pene di dimensioni più larghe. Intervistato un campione di 323 studentesse, si è capito che le ragazze con una maggiore quantità di orgasmi erano quelle che avevano avuto rapporti con uomini ben dotati e quindi in grado di stimolare l’intera zona della vagina e della cervice.

Usa, Obama rieletto presidenteUsa, Obama rieletto presidenteVoglio annotare due frasi che ho raccolto, una all’inizio della notte di Obama, l’altra alla fine. A Roma, la più importante notte elettorale in molti anni è iniziata in un albergo dove l’ambasciatore americano aveva riunito alcune centinaia di persone (soprattutto americani a Roma) per vedere in diretta l’evento. Ma prima ha fatto un discorso, gentile e diplomatico, da ambasciatore. Salvo una cosa. A un certo punto ha detto: “Queste elezioni sono costate 6 miliardi di dollari. É una cifra davvero eccessiva. Troppi soldi e troppo poche idee”.
In quell’istante, senza sapere il risultato che sarebbe venuto dopo alcune ore, l’ambasciatore Thorne ha spiegato il senso, ma anche la gravità di ciò che stava per concludersi, quella notte, in America: una cifra immensa riversata sulle elezioni americane con un unico scopo, rimuovere Barack Obama. Per questo la seconda frase mi sembra memorabile. Ha detto il conduttore della Cnn, Wolf Blitzer, quando la vittoria di Obama è apparsa sicura: “La prima elezione di Obama è un evento storico. La sua rielezione è un miracolo”.

Il fatto è che Obama ha affrontato la rischiosissima prova della rielezione (essere presidente una volta sola è un segno che resta, non gradevole, nella storia del Paese e che si fa notare persino ai bambini a scuola) facendo il contrario di ciò che un buon manager o stratega avrebbe dovuto suggerirgli: non ha ceduto su nulla, non ha ridisegnato la sua immagine secondo un profilo più accettabile per il probabile nemico. Non ha lasciato cadere gli aspetti più contestati delle cose fatte o di quelle da fare. Qualcuno avrà fatto caso a una piccola frase del suo discorso che, da sola, lo distingue da tutti i predecessori. Eccola: “L’America è di bianchi e di neri, di nativi americani e di ispanici, di giovani e di vecchi, di abili e disabili, di etero e di gay”. Mai detto prima nella storia americana. Nuove minoranze entrano, accettate alla pari nel “melting pot”, la grande fusione di religioni e di razze che a mano a mano ha preso a bordo gli esclusi.

La bellezza della memoria, a volte, può trafiggerti.
C’è una frase, «Arrendersi era una parola non prevista dal vocabolario…», che nel bellissimo Terra! (Rete 4, domenica ore 23.45) viene pronunciata da un reduce di El Alamein, nel 70esimo aniversario della battaglia; l’uomo accarezza il ricordo d’una guerra combattuta «dalla parte sbagliata; e la frase fotografa alla perfezione lo spirito d’un’epoca. Di El Alamein e Tobruk mi parlava, gli occhi velati di commozione, mio nonno, ufficiale decorato, che trascinò la sua compagnia attraverso il deserto prima d’essere fatto prigioniero dagli inglesi. El Alamein fu l’apice di un conflitto sbagliato, ma anche la punta inarrivabile dell’italianità. Toni Capuozzo conficcato alle pendici del sacrario egiziano che raccoglie resti e ricordi di 5.000 militari italiani, ne ha ricordato col solito stile rigoroso il sacrificio. E ha lanciato dei servizi da brivido. Citazioni, così, random: le testimonianze di alcuni reduci raccolte dieci anni fa; il ricordo dei paracadutisti della Folgore; lo scrittore Mauro Corona -cantore di bellezza perduta-  che evoca la figura del reduce/fornaio Berto De Giusti il quale, sopravvissuto, in segno di pace, piantò a terra un’immensa croce di pane. Il tutto a memento dei ragazzi d’oggi che, una volta tanto, hanno rinfrescato parole come «coraggio», «dovere», «patria», roba solitamente inavvicinabile agl’italiani. El Alamein è un mito suo malgrado.  Fu un inferno di morti ammazzati, ma pure il luogo dove il senso dell’onore  giganteggiava sugli scarsi mezzi, e l’eroismo fiammeggiava nei petti di italiani migliori della media, direbbe Toni Capuozzo. Winston Churchill stesso ci concesse uno straordinario onore delle armi: «Prima di El Alamein non avevavno mai vinto, dopo non abbiamo più perso». Me lo ricordava mio nonno che pure, comprensibilmente, odiava gl’inglesi.
La forza evocativa  di questo Terra! l’avevo provata, forse, soltanto nel film  El Alameil- la linea del fuoco di Enzo Monteleone del 2005. «Non arrendersi mai» è una frase che vale anche per il giornalismo di Capuozzo, prima spostato in rete e orario assurdi; ma, tra poco, riproposto in prime time su TgCom24. É una di quelle rare volte che m’inorgoglisco guardando la tv…

 

Elisa Calessi

Il giallo ha tenuto banco una buona mezz’ora. Salvo finire con una auto-rettifica dell’Ansa. Ma dietro all’errore giornalistico, si muove una partita verissima. E decisiva. Succede che la nota agenzia di stampa attribuisce a Pier Luigi Bersani, in visita a Torino, la seguente frase: «Se vinco io, faccio Renzi ministro». Lo staff del segretario subito smentisce. Pochi minuti dopo, anche l’agenzia si corregge. Frase annullata. In realtà Bersani, alla domanda se, in caso di vittoria alle primarie e poi alle elezioni, avrebbe offerto un posto al governo al rottamatore, ha risposto così: «Abbiamo un sacco di sindaci che sono enormi risorse, certamente Renzi e tanti altri amministratori. Volete mica fare adesso il giochino del governo?». Ma la frase più interessante l’aveva pronunciata poco prima, ripetendo con grande chiarezza (l’aveva già detto altre volte) che non si ripresenterà al congresso. Quello che, per statuto, dovrà svolgersi il prossimo anno: «Non mi ricandiderò segretario. Credo che al prossimo congresso debba girare la ruota». Un’affermazione che apre, ufficialmente, la corsa alla successione. Ma chi saranno i partecipanti? O il partecipante, se Bersani, una volta diventato premier, passerà il testimone a una persona precisa? Questa è la vera offerta che il segretario ha fatto al sindaco. 

La reazione Renzi nega  Sia di essere interessato a un posto nel governo, sia di puntare al partito: «Se perderemo le primarie saremo leali con chi le ha vinte. Però io non farò né il ministro, né il sottosegretario, né il parlamentare». Anche se, secondo un sondaggio diffuso ieri dal Tg di La7, sarebbe al secondo posto, dopo Monti, come il premier più gradito. Quanto al partito, «mi sembra che questa cosa Bersani l’abbia già detta», ha tagliato corto. Chi conosce il sindaco, assicura che la partita non gli interessa. Di sicuro non il governo, non da ministro: sembrerebbe uno strapuntino. Ma nemmeno il partito. Molto meglio fare il primo cittadino di una delle principali città italiane che caricarsi il peso di un carrozzone litigioso, peraltro senza avere la prospettiva di elezioni vicine. Eppure il tema c’è.  Prima dell’estate, secondo una fonte autorevolissima, Bersani mandò Dario Franceschini da Renzi proprio per offrirgli la guida del partito. In cambio di una rinuncia alle primarie. «Ci sono le elezioni, ora concentriamoci su questo. Poi, dopo l’estate, facciamo il congresso e tu ti prendi il partito», gli avrebbe proposto Franceschini per conto di Bersani.  Il sindaco declinò l’offerta. E pare non abbia cambiato idea. I suoi, però, spingono perché si candidi. «Se perdiamo, bisognerà trovare uno sbocco a questo movimento di gente che si è creato attorno a Matteo», spiega uno dei fedelissimi. Se non vuole scendere in campo lui, almeno indichi qualcuno. Il nome più gettonato, in alternativa a Renzi, è quello di  Graziano Del Rio, presidente dell’Anci. Uno che, si dice, potrebbe unire anche chi ora sostiene Bersani. Un’altra soluzione è Franceschini, anche se l’interessato preferirebbe fare il ministro o il presidente della Camera. Altro aspirante alla successione è Enrico Letta. «Prima del ciclone Renzi», si spiega al Nazareno, «era l’uomo del dialogo tra maggioranza e minoranza e qualche chance ce l’aveva». Ma oggi è diverso. C’è poi Enrico Rossi, governatore della Toscana e riferimento dell’ala neo-laburista del Pd. Se si andasse allo scontro tra bersaniani e renziani, potrebbe rappresentare i primi.     

Le elezioni Intanto, però, bisogna vincere le elezioni. Bersani è molto preoccupato dalla possibilità che attorno al Movimento Cinque Stelle si crei una coalizione che inglobi movimenti no Tav, Fiom, Di Pietro, liste civiche. Per questo si è convinto che occorra fare un grande listone. O una mini-coalizione. Da contrapporre a Grillo. Insomma un polo anti-Grillo. Molto dipende dalla legge elettorale. Ma la direzione è questa. E le trattative sono avviate. Per esempio con Oliviero Diliberto, Cesare Salvi e Gian Paolo Patta, che hanno rotto con la Federazione della Sinistra. Per loro o per uomini da loro indicati ci sarebbero tre posti alla Camera. Qualcosa di di più potrebbe andare alla pattuglia di eletti dell’Italia dei Valori che, guidata da Massimo Donadi, dovesse mollare Di Pietro. Otto seggi, poi, Bersani li avrebbe promessi a Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli che fra poche settimane lancerà il suo Movimento Arancione. Ci sono poi le donne di “Se non ora quando”, a cui il segretario ha già offerto 4-5 seggi. E altri andranno a Sel: il numero cambierà a seconda che il partito di Vendola entri tutto nel listone o si presenti alleato. In quest’ultimo caso, il Pd comunque garantirà 3-4 posti nelle proprie liste, nel caso i vendoliani non raggiungano lo sbarramento. 

 

L’effetto “choosy” e le polemiche successive alla frase del ministro sui giovani schizzinosi non si è fermato. La responsabile del Welfare si sente sotto pressione; in alcuni incontri è stata fischiata in altri contestata e poi quella frase. E così oggi il ministro del Lavoro Elsa Fornero avrebbe voluto proteggersi dai giornalisti nei due incontri organizzati a Torino. Il primo con avvocati e giuslavoristi, il secondo con i giovani, e due volte i rappresentanti della stampa sono invitati dagli organizzatori a lasciare le sale in cui si svolgevano i dibattiti. Il primo episodio è stato registrato questa mattina la prima volta in mattinata presso la Fondazione dell’Avvocatura torinese ‘Fulvio Croce’. Dopo l’intervento di uno degli organizzatori, prima che il ministro prendesse la parola, il moderatore ha sollecitato la stampa ad uscire sottolineando che l’incontro era a “porte chiuse”.

“Io e Berlusconi abbiamo due stili diversi”. La frase, se detta da Bersani, si perderebbe tra le tante dichiarazioni politiche anti-Cav del segretario Pd. Ma a pronunciarla, ieri, è stato il leader di Sinistra e libertà, Nichi Vendola. E allora si presta a molteplici interpretazioni: due stili in che senso? Che al Cavaliere piace l’azzurro e al governatore della Puglia il rosso? Che il Cavaliere si tinge i capelli mentre lui mette l’orecchino? Che a Silvio piacciono le donne e a lui i maschietti? No, Nichi si riferiva a grigie vicende giudiziarie: “Io, se condannato in primo grado, lascerei la politica”. certo, da uno che ha detto che vorrebbe sposarsi e avere pure un figlio 8con un altro uomo, evidentemente) ci si poteva aspettare di più. Quando sarà ai giardinetti, Nichi avrà più tempo per dedicarsi a queste cose.

A due giorni dall’infelice battuta fatta durante il servizio pre-match tra Juventus e Napoli, il giornalista del Tgr Piemonte Giampiero Amandola si è scusato con i napoletani. Il cronista, che in passato si è occupato anche del caso Thyssen, ha espresso il suo rammarico per la frase a poche ore dalla partita: “Mi dispiace se qualcuno si sia sentito offeso, ma il tutto nasce da un equivoco enfatizzato dai media. L’equivoco sta nel fatto che la mia frase, sul riconoscere signorilmente i napoletani perché maleodoranti, era un’irrisione nei confronti dei cori razzisti dei tifosi juventini, dai quali profondamente mi dissocio”.


pubblicato da Libero Quotidiano

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