Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

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Per far fronte alla crisi, al costo della vita che si alza e agli stipendi che al contrario restano sempre uguali, gli italiani hanno cominciato ad intaccare il “gruzzoletto”. Circa 220 euro al mese per un totale di 21 miliardi. Undici milioni di italiani insomma stanno danto fondo ai risparmi oppure hanno chiesto prestiti, come rivela un’indagine condotta da Swg su un campione di 1.100 persone pubblicata da Repubblica. 


I numeri – I due terzi della famiglie hanno infatti visto ridursi le proprie entrate, in particolare il 63 per cento degli intervistati ha detto di trovarsi in cassaintegrazione o con una riduzione dello stipendio. Il 34 per cento ha perso il lavoro (o perché ha chiuso l’attività o perché è stato licenziato) e il 24 per cento ha rinunciato per motivi di salute (o per il pensionamento). Così la metà di quei due terzi inzia a dar fondo al gruzzoletto mentre l’altra metà fa ricorso al credito al consumo. 
I giovani – Fanno parte di questa seconda categoria i giovani (fra i 18 e i 34 anni) che non sono riusciti ad accumulare i risparmi. I giovani sono peraltro i più colpiti dalla perdita di reddito per licenziamento, riduzione del salario o fallimento di iniziativa privata. E sono loro che arrivano a chiedere contemporaneamente un aiuto finanziario alla famiglia, un prestito in banca e a intaccare quel poco messo da parte.

“Non c’è ammanco di un solo euro”. Respinge così le accuse, l’ex capogruppo Idv alla Regione Lazio Vincenzo Maruccio, di fronte ai magistrati della procura di Roma, rivendicando di aver utilizzato per sole finalità politiche il danaro prelevato dal conto del partito. Indagato per peculato ed interrogato oggi per quattro ore dai magistrati che indagano sulla gestione dei fondi regionali, Maruccio ha descritto un sistema da lui gestito, e privo di controllo, in base al quale dirottava i soldi sui suoi conti correnti, una decina, risultando, per lui, più pratico poi indirizzarli per le varie attività politiche.

Buco spaventoso di 900 milioni, a fronte di un debito che, complessivamente, sarebbe di 10 miliardi. Sotto pressione la giunta del governatore Roberto Cota (nella foto).

pubblicato da Wallstreet Italia
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Piemonte "tecnicamente fallito"

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Quotidiani

Il Denaro, Il Fatto Quotidiano, Libero Quotidiano

Riunificare il fronte del lavoro, oggi frammentato in tanti rivoli dalle sciagurate ed irrazionali leggi che si sono accumulate nel corso degli ultimi anni, apparentemente prive di ratio se non quella di indebolire il singolo lavoratore e la singola lavoratrice assoggettandoli a ogni genere di arbitrii e ingiustizie, deve costituire un imperativo prioritario per chiunque si ponga seriamente l’obiettivo di trasformare l’Italia in un Paese equo, solidale e serio.

La tutela del lavoro corrisponde peraltro al dettato della nostra Costituzione, a norma del cui art. 1, troppo spesso dimenticato e trascurato, quando non apertamente violato e vilipeso dalla classe politica dedica a banchetti e grassazioni, la Repubblica italiana è per l’appunto fondata sul lavoro.

Necessitano politici onesti. Ma anche bravi e creativi. L’economia senza fantasia non va.

Certo, di fronte a schiere di ladri e tagliagole un politico come Monti, che è sobrio e mette la moglie a cucinare per il pranzo di Capodanno, sembra un gigante.
Ma non possiamo pensare di uscire dal tracollo solo grazie a persone che hanno il merito di non indossare maschere da maiali.
Serve di più.

Qualche cosa di creativo anche Monti lo ha fatto: spegnere in parte i lampioni italiani di notte. Sembra poco ma si risparmiano milioni di euro. Dopo anni che lo ripetiamo in molti ho provato una certa soddisfazione…

“Profondo dolore per la scomparsa di Zenawi, leader che ha dedicato la vita a combattere la povertà garantendo il progresso del suo popolo”. E’ questo il testo di un messaggio twitter del ministro degli esteri Giulio Terzi, dopo la scomparsa del premier etiope Meles Zenawi. Peccato che Zenawi sia stato tutt’altro che, per dirla con un eufemismo, campione di democrazia. Alleato degli Stati Uniti  nella lotta al terrorismo e promotore di politiche di sviluppo per il suo Paese, fu accusato di violazioni dei diritti umani e di violenze contro i suoi oppositori. 

Metodi dittariali – Scomparso a 57 anni per una “infezione improvvisa” era alla guida dell’Etiopia dal 1991: prima come presidente del  governo transitorio che seguì al crollo del regime di Mengistu e poi,  dal 1995, con la vittoria alle elezioni, come primo ministro. Sotto la sua leadership, l’Etiopia, con una popolazione a maggioranza cristiana e una forte minoranza musulmana, raggiunse la stabilità, ma a caro prezzo: Zenawi è stato a lungo accusato   dai gruppi di difesa dei diritti umani di usare metodi dittatoriali nei confronti degli oppositori. Numerosi sono stati negli anni del suo  governo i giornalisti e gli attivisti imprigionati, altrettanti quelli  costretti all’esilio.

Brogli elettorali - Legesse Zenawi, questo il suo nome originario, era nato nella provincia di Tigray, nel nord del Paese, nel 1955. In seguito assunse il nome di Meles, in onore di un compagno caduto durante la rivoluzione. Studiò ad Addis Abeba e poi in Europa, in Gran Bretagna   e in Olanda, dedicandosi all’attivismo politico quando era ancora uno studente. Dopo la deposizione dell’imperatore Haile Selassie nel 1974  e l’instaurazione della dittatura comunista di Mengistu, il periodo  del “terrore rosso”, come viene ricordato in Etiopia, Zenawi si unì al neonato Fronte popolare di liberazione del Tigray. Con il sostegno del Fronte popolare di liberazione  eritreo, all’epoca in cui l’Eritrea era ancora parte dell’Etiopia, nel  1991 il movimento di opposizione riuscì a rovesciare il regime di   Mengistu che ormai non poteva più godere del sostegno dell’Unione sovietica. Zenawi divenne primo ministro a seguito delle elezioni del 1995, mantenendo poi l’incarico per 17 anni, nonostante le accuse di brogli elettorali.

Arresti di massa – L’alleanza con il Fronte popolare di liberazione eritreo si spezzò definitivamente e nel 1998 scoppiò una guerra durata due anni  tra l’Etiopia e la nuova Eritrea indipendente. Un conflitto che costò, a due dei Paesi più poveri del mondo, decine di milioni di dollari e le vite di circa 100mila persone. La rivalità tra le due nazioni rimane alta e ancora oggi sono frequenti le violenze e gli scontri al confine tra i due Paesi. Nel 2005, la repressione dei movimenti di protesta in Etiopia fece 200 morti e portò ad arresti di  massa degli esponenti e simpatizzanti dell’opposizione. Sotto la guida di Zenawi il Paese è stato anche attivo   militarmente nella vicina Somalia, inviando le sue truppe per   combattere i movimenti islamisti e guadagnandosi così il sostegno dell’Occidente. Zenawi aveva annunciato di volersi presentare nuovamente elle elezioni nel 2015.

«Marine Le Pen? Una piccolo-borghese!». In genere il termine non viene dato in tono elogiativo. Che a definire così la leader del Fronte Nazionale in un’intervista pubblicata ieri dall’inglese Times sia stato lo stesso papà, fondatore e presidente onorario del partito Jean-Marie, ha dunque scatenato in Francia una ridda di ipotesi e speculazioni. 

Jean-Marie è invidioso del modo in cui la figlia si è impadronita del partito da lui fondato e cerca di riprenderselo? O è un gioco delle parti? O magari, molto più semplicemente, a 84 anni può capitare di parlare un po’ a ruota libera. Specie se chi ti intervista non è uno dei soliti giornalisti francesi tradizionalmente ai ferri corti col partito dell’estrema destra, ma uno straniero che sembra sinceramente interessato a spiegare i perché dei successi della figlia.

Marine alle presidenziali è infatti arrivata terza raccogliendo più voti di ogni altro candidato del partito nel corso della sua storia, anche se con meno suffragi già una volta il padre era arrivato al ballottaggio. E sebbene a entrare all’Assemblea Nazionale non è stato né il padre e né la figlia, ma la terza generazione della nipote Marion Maréchal Le Pen, e sia pure con due soli deputati, per la prima volta il Fronte Nazionale ha avuto eletti in un voto politico non proporzionale. Senza contare che il centro-destra ha abbandonato quella pratica della «solidarietà repubblicana» per cui ai ballottaggi tutti i partiti facevano sempre blocco contro il candidato del Fn. 

Successo della «dediabolizzazione», come Marine ha definito la propria strategia di dare al partito un volto più giovane o moderato. Ma quel che il vecchio Le Pen ha spiegato al Times è appunto che Marine ci è riuscita perché è «una donna» e una «piccolo-borghese», mentre a lui l’élite culturale e economica francese non lo ha mai sopportato proprio per le sue origini umili. 

«Sono un uomo del popolo. Vengo da una famiglia di contadini e pescatori». «Sono stato ufficiale in un reggimento di paracadutisti, ho avuto una vita virile è il meno che si possa dire. Mia figlia, al di là di ciò che uno possa pensare, è una piccolo-borghese». «La mia reputazione diabolica si è imposta con metodo e tenacia nel mondo politico francese anche se la mia reputazione di antisemita è stata creata a tavolino». 

«Non è tanto Jean-Marie Le Pen che è il diavolo ai loro occhi, quanto piuttosto il difensore della Nazione». Qui è sembrata appunto scattare la nota polemica. «La strategia di Marine è fornire ai nostri avversari il minor numero possibile di appigli. Per esempio, tutti quei militanti coraggiosi e dinamici che si sono fatti notare perché avevano le teste rasate sono stati scartati». Ma poi ha rassicurato. «Il Fronte Nazionale non è cambiato e resta impegnato nella difesa dello Stato nazione contro la globalizzazione e le ondate selvagge di immigrati musulmani». 

Insomma, forse è un cicchetto alla figlia. Forse è l’abbozzo di una dialettica stile Bossi e Maroni nella Lega. O forse semplicemente ognuno dei Le Pen si rivolge a un segmento di elettorato differente.

di Maurizio Stefanini

La nuova moglie di suo padre è una nera africana, nipote di quel Félix Houphouët-Boigny che fu presidente della Costa d’Avorio. La stampa inglese la descrive come un «volto d’angelo dallo charme disarmante». Lei dice di rifiutare l’etichetta di fascista e spiega anche che non è che deve essere d’accordo per forza con tutto il programma del Fronte Nazionale: «Ad esempio, sono contraria al referendum per ristabilire la pena di morte. Un ergastolo effettivamente applicato senza sconti può bastare come deterrente». Di recente aveva assicurato di non volersi dare alla politica: «Non è la mia carriera». Invece, su preghiera di nonno Jean-Marie si è candidata, e ha fatto il botto. 

Eletta al secondo turno nella terza circoscrizione di Vaucluse, Marion Maréchal-Le Pen, nata il 10 dicembre 1989 a Saint-Cloud nel dipartimento Hauts-de-Seine, è divenuta a 22 anni la più giovane deputata della storia della Quinta Repubblica. Anche più precoce di suo nonno Jean-Marie Le Pen, che a 27 anni nel 1956 era stato solo il più giovane deputato nella terza legislatura della Quarta Repubblica. Nel contempo, Marion ha riportato il Fronte Nazionale all’Assemblea Nazionale dopo 25 anni, e per la prima volta con un sistema uninominale a doppio turno. Dal momento che sua zia Marine non ce l’ha invece fatta, sia pure per poche centinaia di voti, a questo punto è lei anche la terza generazione ormai alla ribalta politica della dinastia dei Le Pen. A volerla in politica era stato peraltro per prima proprio Marine, che con i suoi 44 anni abbastanza mal portati stona in modo singolare con l’avvenenza della nipote. Proprio con il suo volto fresco, quella studentessa in un master di diritto pubblico all’Università Paris II rappresentava un eloquente esempio di quella strategia di “dediabolizzare” l’Fn su cui Marine ha impostato la sua leadership, e che è sfociata anche nella decisione di presentarsi a queste elezioni non con l’etichetta tradizionale, ma con quella di Rassemblement bleu Marine. 

Mentre Marine è la terzogenita, la madre di Marion Yann è la secondogenita di Jean-Marie Le Pen. Il padre Samuél, figlio di un pastore pentecostale, fu invece il fondatore di quel movimento giovanile del Fronte di cui poi proprio Marine sarebbe diventata la leader. Personaggio controverso, accusato di scazzottate con avversari politici ma anche fautore di aperture all’Islam, accusato di aver fatto carriera proprio in quanto genero del capo, a un certo punto Samuél Maréchal ha rotto sia con la famiglia Le Pen che con il partito: divorziando, risposandosi appunto con un’africana e andando anche in un altro partitino di destra moderata. Ma nel movimento giovanile da lui fondato Marion si è iscritta a 18 anni, per essere poi candidata alle regionali dell’Île-de-France a 21. Ma non era stata eletta, e forse per la delusione aveva detto appunto di non voler puntare il suo futuro su una carriera politica. Ma nel collegio dove si è candidata era incluso quel cimitero di Carpentras teatro nel 1990 di una grave provocazione antisemita di cui era stato accusato il Front, ma i cui colpevoli erano stati individuati in militanti di estrema destra a esso estranei. Non è mancato chi ha parlato di provocazione dei servizi di Mitterrand per bloccare un Jean-Marie Le Pen allora in ascesa, e questa è comunque la convinzione che ha spinto il vecchio leader a chiedere alla nipotina di prestare il suo volto pulito «per lavare onore del Fronte». Il resto l’ha fatto il rifiuto della socialista Catherine Arkilovitch di ritirarsi al secondo turno, malgrado fosse arrivata solo terza. Da notare che Marion ha vinto con una campagna elettorale in stile grillino: pochissima spesa, nessun comizio, e un giro frenetico per piazze e mercato di una zona molto colpita dalla crisi. 

di Maurizio Stefanini

Un’interpellanza urgente “per sostenere l’azione e la proposta del presidente della Regione Campania Stefano Caldoro in ordine al recupero delle imprese della Campania e del Mezzogiorno” sul nodo compensazioni. Il provvedimento, presentato questa mattina, porta la firma dei parlamentari campani del Pd. Che pongono sostanzialmente tre questioni: adottare una strategia concreta di sviluppo; assecondare con particolari incentivi le attività manifatturiere e produttive; coinvolgere la Regione, le Province, le Comunità e le Città capoluogo perchè siano sostenute, a fronte della precarieta’ delle risorse, nelle loro azioni di governo e di rilancio dei piani e dei programmi di sviluppo.

tovato su: Il Denaro

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La Romania è uno dei due paesi ospiti (insieme alla Spagna) del prossimo Salone del Libro di Torino. In tale occasione verrà ristampato da Lite Editions Porno Bloc, rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista (in edizione bilingue italiano/romeno, traduzione di Mihai Mircea Butcovan, “l’osservatore romeno” per eccellenza), il romanzo fotografico che scrissi nel 2009 con Marco Belli dopo un soggiorno a Bucarest.

Tra gli appunti che buttai giù in Romania e che non sono entrati nel romanzo, ho trovato questi:

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