Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

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Appalti alle aziende di parenti e amici, assunzioni poco trasparenti, gestione opaca del patrimonio immobiliare e peculato. Queste e altre ancora le pesanti accuse contenute nella documentazione consegnata lo scorso 25 ottobre al nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Verona dall’avvocato Michele Croce, presidente di Agec (l’Azienda gestione edifici comunali) fino al 6 novembre scorso, quando è stato revocato dal sindaco Flavio Tosi. La revoca è arrivata a seguito di un presunto scandalo relativo al costoso maquillage dell’ufficio di presidenza voluto da Croce. Le ragioni della defenestrazione, secondo l’avvocato, sarebbero invece da cercare nella volontà di fare luce sulle attività dell’Agec. Una “pulizia” iniziata in agosto e di cui sarebbe sempre stato tenuto al corrente anche Tosi che, per pronta risposta, ha smentito di aver mai saputo “di situazioni irregolari nella gestione dell’Agec”, accusando l’ex presidente di essersi accorto delle “presunte irregolarità solo dopo che sono diventati di pubblico dominio gli ingenti costi dei lavori nel suo ufficio”. Uno scambio di accuse destinato a vivere un nuovo capitolo fin da domani, quando Croce ha annunciato una conferenza stampa per dimostrare la veridicità delle proprie affermazioni.

La Corte dei Conti ritiene che siano“indilazionabili” misure di risanamento dei principali fondi dell’Inps e la razionalizzazione di quelli minori. E’ quanto scrivono i magistrati contabili nella Relazione sulla gestione finanziaria Istituto nazionale di previdenza 2011 chiedendo un “monitoraggio assiduo” dell’incidenza delle riforme di lavoro e previdenza obbligatoria sulla spesa pensionistica fino all’entrata a regime del sistema contributivo e di “sottoporre a riesame il modello della previdenza complementare, la cui eventuale confermata configurazione privata impone misure di rilancio, per incentivare le esigue iscrizioni e di razionalizzazione, per ridurre l’estrema polverizzazione dei fondi”.

Ospito volentieri un intervento di Milano in Movimento sul grande affare dell’Expo milanese: un grande affare per pochi, un grave danno per la collettività.

Venerdì 26 ottobre il collettivo Off Topic, il Comitato No Expo e il Centro sociale ZAM hanno presentato il dossier “Exit Expo 2015″, realizzato e diffuso in alcuni specifici eventi (tra cui il Climate Camp e alcuni incontri in università’) già da molti mesi.
Il rapporto, esaustivo e interessante, analizza, passo per passo, non solo l’essenza e la storia degli Expo comparando le esperienze nei diversi paesi, ma anche gli elementi di criticità e ambiguità che ne hanno caratterizzato, e ne caratterizzano, l’esperienza milanese degli ultimi anni.

L’Ilva di Taranto ha ottenuto l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha infatti concluso la procedura per il rilascio del documento che aggiorna l’autorizzazione concessa ad agosto dello scorso anno. Il ministero ha acquisito i pareri dei ministeri della Salute, del Lavoro, degli Interni, dello Sviluppo Economico e delle Politiche Agricole e ha recepito le prescrizioni presentate dalla Regione Puglia. Ma il documento autorizzativo – che al momento regolamenta solo le emissioni – perché possa realmente considerarsi ‘integrato’ dovrà a breve integrare anche la gestione dei rifiuti e delle acque. Nella nota diffusa, il ministero guidato da Clini ha spiegato che con successivi provvedimenti si procederà a disciplinare le discariche interne, la gestione dei materiali, i sottoprodotti e rifiuti inclusi, gestione delle acque e delle acque di scarico” entro il 31 gennaio 2013. Infine, entro il 31 maggio 2013, saranno regolamentate “le restanti aree ed attività dello stabilimento” compreso “il sistema di gestione ambientale e la gestione energetica”.

Uno scontro in punta di penna. I quattro custodi giudiziari dell’Ilva si infliggono colpi attraverso lettere al vetriolo, evidenziando un divario troppo netto per essere colmato. Tra Bruno Ferrante da una parte e i tecnici Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento dall’altra, si gioca una partita a scacchi fatta di note firmate e finora riservate. Il via alla battaglia epistolare lo ha dato Bruno Ferrante, presidente del cda Ilva e amministratore nominato dal tribunale del riesame il 7 agosto, revocato poi dal gip Patrizia Todisco e infine reintegrato lo scorso 28 agosto.

Ricevo e pubblico volentieri la replica al mio ultimo post di Eleni Vassilika, direttore del Museo Egizio di Torino, preceduta da una mia breve controreplica.

Il buon dio si nasconde nel dettaglio, e quando la dottoressa Vassilika scrive che quella che lei stessa definisce onestamente «privatizzazione» «colpisce» la gestione del Museo Egizio non resta che prenderla sul serio. Per aver colpito, in effetti ha colpito: nel maggio 2005 il Consiglio scientifico apprese dai giornali la nomina del direttore decisa dal Consiglio d’Amministrazione (chiunque può leggere online l’articolo di Salvatore SettisChe confusione al Museo Egizio, «Repubblica», 18 gennaio 2006). Ho parlato di giurisdizioni diverse e di conferimento in uso: e la direttrice conferma puntualmente ciò che ho scritto, e cioè che una fondazione di diritto privato produce un utile annuo ‘usando’, come un’azienda, un patrimonio pubblico, che presto le sarà totalmente conferito. Se questo è un modello virtuoso, cambiamo l’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica privatizza il patrimonio storico e artistico della Nazione». E buonanotte.
Tomaso Montanari 

All’inizio (1215, Magna Charta Libertatum) le prerogative del Parlamento non erano un odioso privilegio. I parlamentari controllavano il potere in nome della legalità e le guarentigie li proteggevano dalle prepotenze del Re. Poi il potere si è mangiato la politica: Parlamento e governo sono diventati espressione di una sola casta. Dove più, dove meno, il controllo di legalità (pubblica, quella che riguarda la gestione del potere) è stato abbandonato dal Parlamento; e, negli Stati democratici e in particolare nell’Italia del dopoguerra, è finito nelle mani della Magistratura. Il conflitto, da intra-specifico che era stato, è diventato extra-specifico (Lorenz, Il cosiddetto male), politica contro Giustizia.

Naturalmente, a questo punto, le guarentigie politiche non avevano più senso: il potere assoluto e i suoi irresistibili abusi erano spariti. Restava, per tutti, l’obbligo di rispettare la legge: l’accertamento e la sanzione di comportamenti illegali commessi da politici erano un fatto tecnico, incongruente con le guarentigie di un tempo. Certo, errori nell’applicazione della legge e abusi di potere commessi da magistrati corrotti restavano possibili. Ma per i politici, come per chiunque altro, sarebbero state sufficienti le garanzie del sistema giudiziario: l’indipendenza del giudice, il principio del contraddittorio, i tre gradi di giudizio. È successo però, in particolare nel nostro paese, che il potere ha corrotto la politica. Il suo tasso di criminalità è divenuto elevatissimo, superiore percentualmente a quello riscontrabile in una degradata periferia urbana. Ne è derivato un conflitto con il controllo di legalità. E le guarentigie di una volta sono state mantenute al solo scopo di garantire ai politici l’impunità. Solo che, a un certo punto, hanno dovuto ridimensionarsi: con Mani Pulite era diventato evidente il contrasto sfacciato tra l’enorme quantità di reati da loro commessi e il sistema di impunità di cui godevano. L’autorizzazione a procedere fu abolita; ma rimasero in vita le altre autorizzazioni, in particolare quelle a intercettare, all’uso delle intercettazioni indirette e all’arresto che, pur non impedendo il processo, ne rendevano difficile lo svolgimento.

Impiegati semplici venduti come personale specializzato con competenze e conoscenze avanzate. Risultato: spreco di denaro pubblico che, sulla carta, deve finire nelle casse della Mds di Gianfranco Mozzali, già uomo di fiducia di Pierangelo Daccò, facilitatore della sanità lombarda accusato di corruzione assieme al presidente Roberto Formigoni nell’inchiesta sulla Fondazione Maugeri. Ma anche supreconsulenze affidate a ultrasettantenni che sono in pensione è vero, ma, e il particolare non pare secondario, risultano anche amici di chi l’incarico lo decide.

Il Prefetto di Napoli Andrea De Martino nomina commissario prefettizio del Comune di Quarto Vincenzo Greco prefetto in quiescenza. Un provvedimento che nasce dalle dimissioni dalla carica del sindaco della cittadina flegrea Massimo Carandente Giarrusso, rassegnate il 10 luglio scorso e che saranno esecutive dalla mezzanotte di oggi 31 luglio. In attesa dell’adozione del decreto di scioglimento da parte del presidente della Repubblica, De Martino sospende anche il Consiglio comunale e affida la provvisoria gestione dell’Ente al Commissario prefettizio. A quest’ultimo sono stati attribuiti i poteri del consiglio comunale, del sindaco e della giunta. Greco, nominato prefetto nel 2004, è stato prima rappresentate governo di Vibo Valenza e Chieti ha già svolto incarico commissariale nel comune di Minturno. Contestualmente il Prefetto di Napoli, su delega del Ministro dell’Interno, nomina una Commissione di indagine in base alle norme antimafia, che opererà al fianco del Commissario prefettizio intervenendo sul diverso versante della verifica di eventuali fatti attinenti non solo alla gestione politica ma anche a quella burocratica dell’ente e che, eventualmente, possano integrare gli estremi di adozione del provvedimento di scioglimento per infiltrazione della criminalità organizzata del Comune di Quarto.

Dimezzamento dei costi e stop ai doppi incarichi. Per la Lega è arrivato il tempo della stretta interna. Dopo il congresso e il plateale cambio al vertice che ha visto l’uscita di scena di Umberto Bossi e del suo cerchio magico, il neosegretario Roberto Maroni punta alla svolta anche nella gestione dei conti del partito, mettendo mano alle dieci società che ruotano attorno al Carroccio. Il leader del movimento, al termine del consiglio federale di lunedì pomeriggio, è entrato nel dettaglio dell’operazione già anticipata nei giorni scorsi.

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