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La Commissione industria del Senato ha approvato all’unanimità, contro il parere negativo del governo, l’emendamento che proroga di 5 anni le concessioni demaniali balneari come fa sapere il relatore del Pd, Filippo Bubbico, dopo il via libera della commissione al decreto sviluppo.

L’emendamento presentato in commissione Industria dai relatori, Simona Vicari (Pdl) e Filippo Bubbico (Pd), prevedeva che le concessioni demaniali balneari fossero prorogate sino al 2045. La commissione Bilancio del Senato ha bocciato la modifica, dando invece il via libera condizionato a una proroga di 5 anni, sino al 2020, più compatibile con quello che potrebbe essere il frutto della mediazione del governo con la Commissione europea che pretende invece l’indizione di un’asta.

A meno di dodici ore dall’emanazione del decreto i legali dell‘Ilva hanno depositato alla Procura di Taranto una istanza con la quale chiedono l’esecuzione di quanto contenuto nel dl firmato dal presidente della Repubblica ed entrato in vigore ieri, consentendo così all’azienda di rientrare in possesso degli impianti sequestrati. Contestualmente il gruppo ha rinunciato all‘istanza di dissequestro del prodotto finito e semi lavorato, istanza che doveva essere discussa dinanzi al tribunale del Riesame il 6 dicembre prossimo. 

(Chiedo scusa se vi ho trascurato, so che avete sentito la mia mancanza – soprattutto i moderatori! – ma come sapete ho avuto di peggio da fare).

Il mondo ideale del luogocomunista è un mondo austero, popolato da virili lavoratori a torso nudo, dal bicipite tornito e dalla mascella squadrata (come in un affresco littorio o sovietico), che producono, producono, producono, senza preoccuparsi troppo di chi comprerà. In questo mondo sobrio e severo nessuno regala niente, devi meritarti tutto. Come dicono gli economisti: non ci sono pasti gratis, non ci sono free lunch, e, naturalmente, non bisogna vivere al di sopra dei propri mezzi.

Gianluca Roselli

La vittoria di Bersani ora spingerà Berlusconi a candidarsi. E la situazione per un’alleanza con la Lega si complica». Roberto Maroni al consiglio federale della Lega Nord, in via Bellerio, fa il punto della situazione il giorno dopo le primarie del Partito democratico. Un evento che non tocca direttamente il partito padano, se non in ciò che ora, di conseguenza, farà il Cavaliere. Se scenderà in campo direttamente, infatti, l’alleanza con la Lega sarà impossibile. Mentre proprio domenica il leader del Carroccio aveva aperto a un’intesa a patto che «Alfano prenda in mano la situazione e faccia cadere il governo Monti subito dopo l’approvazione della legge di stabilità, per andare all’election day il 10 febbraio». 

Il feeling con Tremonti Insomma, l’alleanza a livello nazionale tra Pdl e Lega si allontana sempre più. «Queste elezioni il centrodestra le perde. Quindi perché dovremmo andare in soccorso del malato che sta per morire? A questo giro ci conviene andare da soli, anche perché così aumentiamo i voti, mentre insieme a un Pdl ancora targato Berlusconi rischiamo di perderli», spiega un autorevole esponente del Carroccio. Tanto più che Maroni è convinto che la prossima legislatura non durerà più di due anni.

Il ragionamento non fa un grinza. E i sondaggi lo confermano. Il partito del Nord è dato al 6,3 per cento. Un risultato incredibile se si pensa che solo qualche mese fa il movimento usciva a pezzi dalla vicenda Belsito. Così, mentre il Carroccio sul fronte nazionale si appresta a replicare lo scenario del 1996, quando si presentò da solo, a Milano continua a cercare l’accordo con il Pdl. E qui è proprio Berlusconi il più convinto nel sostenere la candidatura unitaria di Maroni. Che considera l’unica carta a disposizione del centrodestra per cercare di vincere le Regionali. E se sarà Bobo il candidato al Pirellone, alla segreteria del movimento arriverà quasi certamente il sindaco di Verona, Flavio Tosi. 

Mozione contro Grilli  Nel frattempo Bobo si muove. E tesse la sua tela. Domani, al circolo della stampa di Milano, terrà una conferenza stampa insieme a Giulio Tremonti, con cui ha ritrovato un feeling dopo mesi di gelo. E l’ex ministro dell’Economia, con la sua lista “Lavoro e Libertà”, è tra i maggiori sponsor della candidatura Maroni in Lombardia. Mentre non è stata confermata, sempre per domani, una manifestazione a Roma contro il governo Monti. Sempre sull’onda anti-Prof, verrà presentata in Parlamento nei prossimi giorni, invece, una mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Economia Vittorio Grilli. «Ci ha imbrogliati», dicono i leghisti, perché «il Fondo monetario ha certificato il fallimento di questo governo smentendo le previsioni di crescita, mentre il pareggio di bilancio si avrà solo nel 2017».

Nuova bacchettata dell’Europa ai tentativi italiani di sorvolare sull’evidenza pubblica per le concessioni balneari in scadenza nel 2015. Dalla Commissione Ue arriva un sonoro “no” dopo che l’emendamento al decreto legge Sviluppo, presentato nella commissione Industria di palazzo Madama dai relatori Simona Vicari (Pdl) e Filippo Bubbico (Pd), ha chiesto un’ulteriore proroga di 30 anni alle concessioni. Proroga o rinnovo automatico, evidentemente per l’Ue cambia poco. “Un rinnovo automatico di 30 anni non sarebbe compatibile con quanto prevede il diritto comunitario”, ha detto nelle ultime ore Stefaan De Rynck, portavoce del commissario Ue per il Mercato unico Michel Barnier. “Le concessioni degli stabilimenti balneari– ha scandito De Rynck- dovrebbero essere accordate per un periodo di tempo appropriato e limitato e non dovrebbero essere aperte a rinnovi automatici né dare alcun altro tipo di vantaggio al gestore la cui autorizzazione è scaduta”. E dato che “un’estensione di 30 anni di tutte le concessioni attuali sarebbe incompatibile con le leggi Ue”, la Commissione invita l’Italia “ad adottare regole compatibili con la direttiva Servizi”.

Apocalisse rinviata, per decreto governativo. Più si avvicina il giorno fatidico, il 21 dicembre, data indicata dalla profezia Maya per la “fine del mondo”, più si moltiplicano gli attacchi di panico, le scene di isteria collettiva, le reazioni incontrollate. Soprattutto in un paese come la Russia, tradizionalmente succube di ogni forma di esoterismo. E allora il governo di Mosca ha dovuto diffondere un comunicato chiarificatore. “Avendo avuto accesso a informazioni e monitoraggio del comportamento della Terra – ha fatto sapere il ministro delle Situazioni di emergenza – possiamo assicurare che il mondo non finirà a dicembre”. Vista la credibilità di cui sono soliti godere i politici, chissà quanti gli daranno retta. Per il momento, prosegue la corsa all’accaparramento di prodotti alimentari, e nelle ultime settimane sono stati denunciati parecchi casi di furto di beni di prima necessità. Nei negozi, si fa incetta di candele, fiammiferi, zucchero.

Il nome fa il verso a quello della popolare applicazione per cellulari della finlandese Rovio, Angry Birds. Ma al posto di agguerriti uccelli a caccia di maialini verdi, sullo schermo compaiono beni di largo consumo come acqua, latte e pane, e “dal cielo” piombano carrelli della spesa.

L’ultimo esempio di irriverenza sul web si chiama Angry Indec e spopola su telefonini e pc di tutta l’Argentina. Il gioco nasce dall’ingegno di un gruppo di cinque studenti dell’università tecnologica nazionale di Zarate Campana, alle porte di Buenos Aires, guidati dal professor Sergio Viera. Obiettivo è smascherare, con un pizzico di ironia, le “bugie” del governo a proposito del reale tasso di inflazione, secondo l’Istituto statistico argentino (l’Indec, appunto) ufficialmente assestato intorno al 9 per cento ma nei fatti prossimo al 30.

 

di Marco Gorra

Vocazione maggioritaria di ritorno o incipiente delirio di onnipotenza che sia, nel Partito Democratico in piena sbornia da primarie la tentazione di fare da sé si fa fortissima. Gli elementi che spingono in questa direzione sono due: il trend positivo innescato nei sondaggi dal successo delle primarie (ieri il sondaggio del Tg7 di Enrico Mentana dava il Pd al 34,6%, che sommato agli apporti di Sel e cespugli assortiti proietta la coalizione oltre il 40%) e la quasi certezza che alle urne si andrà con il Porcellum. Lo scenario che si prospetta a Bersani, pertanto, è quello di una maggioranza massiccia alla Camera e dignitosa in Senato raggiungibile en solitarie, ovvero senza dovere chiedere il soccorso bianco di Casini e soci e contentandosi di coprirsi al centro con le risorse presenti in casa (Renzi) e nel vicinato (Tabacci). (…)

Il Pd, insomma, pare destinato a governare. Proporrà la consueta accozzaglia di sinistra, ad alto rischio di ingovernabilità. Ma Bersani e compagni reggeranno abbastanza almeno per presentare il nuovo elenco dei ministri al Quirinale, dove troveranno il successore di Giorgio Napolitano (magari Mario Monti). E chi saranno i vari ministri, vicepremier e sottosegretari? Tutti i nomi della papabile squadra di governo li trovate su Libero di martedì 4 dicembre. In ordine sparso, vi diamo il nome di qualcuno dei “vecchi mostri”: Massimo D’Alema, Nichi Vendola, Anna Finocchiaro, Vasco Errani, Walter Veltroni

Leggi l’approfondimento su Libero di martedì 4 dicembre

 

 

Il leader del Pd, Pierluigi Bersani, si riempie la bocca della parola “progressita” e delle sue varianti. Gli piace, quell’etichetta. Peccato che nel Partito Democratico, di progresso, non se ne veda l’ombra. L’esito delle primarie parla chiaro: un bel tuffo nel passato a tinte rosse. Un passato che non cambia mai. Un barlume di speranza lo aveva dato Matteo Renzi, bocciato dal popolo di sinistra, attaccato a vecchi schemi e facce antiche. Speranza vana. Vince Bersani, e il palco del teatrino di sinistra si riempie di figure con le quali, nostro malgrado, abbiamo imparato ad avere confidenza: i postulanti che al segretario e al suo apparato chiedono “un posto”.

Padrone Nichi – Una sedia, e anche di un certo rilievo, la vuole Nichi Vendola, il presidente della Regione Puglia, comunista, e a cui spetterà in caso di vittoria della sinistra un posto importante nella nuova squadra di governo. Alle primarie, Nichi, è stato schiacciato, umiliato da Renzi: ma il suo peso specifico, nelle logiche di sinistra, diventa maggiore rispetto a quello del rottamatore. Vendola vuole più tasse per i ricchi e la patrimoniale (a cui, non a caso, Bersani ha aperto nell’ultimo confronto televisivo prima del secondo turno delle primarie). Nichi, inoltre, non ha perso tempo e scordando di governare la sua Puglia ha iniziato a dettare l’agenda di un possibile governo a Bersani: “La Carta di intenti – tuona Nichi – archivia l’agenda Monti. Continuo a essere un oppositore del governo Monti”. Il governatore, con un tratto di penna, si arroga il diritto di cancellare tutta quella corrente del Pd che vuole proseguire, giusto o sbagliato che sia, nel solco tracciato dal premier. E Bersani, di fatto, accetta: “Un governo con Sel? Certo, ma anche espressione di civismi, di riscossa civica”.

Strepitoso, e puntualissimo, l’intervento di Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi, che ha inviato una lettera agli iscritti al Partito socialista subito dopo la conclusione delle primarie. “Ancora una volta, care compagne e cari compagni, i socialisti hanno mostrato di esserci: in piedi e con la schiena dritta”. Tralasciando l’attacco al sapore di soviet, arriviamo alla sostanza. Nencini verga: “L’elezione a candidato premier della coalizione di Pier Luigi Bersani, che abbiamo sostenuto sin dal primo turno in accordo con i nostri compagni del Pse, è motivo di compiacimento poichè la coalizione Italia bene comune, di cui il Psi, nella sua piena autonomia e libertà è parte integrante, ha mostrato – pur nel corso di una campagna elettorale in cui non sono mancate asprezze talora anche eccessive – coesione e forte volontà di rinnovamento nella prospettiva, sempre più concreta, di assumere la responsabilità del governo della nostra Italia per i prossimi cinque anni”. Eccoli, i socialisti, che cominciano a bussare alla porta del leader nella “prospettiva” di “assumere responsabilità di governo”: un ruolo non deve essere negato nemmeno al loro “uno virgola”.

Rispunta Tonino – Una “bussatina” prova a farla anche il derelitto Antonio Di Pietro, che con la sua Italia dei Valori, oggi, viene accreditato di percentuali poco superiori a quelle dei socialisti di Nencini. “L’Italia dei Valori – spiega Tonino – ha partecipato a queste primarie per individuare non solo il candidato premier, ma soprattutto quale linea politica portare avanti. Ora Bersani deve decidere se è con Monti, in tal caso noi costruiremo una proposta politica alternativa, oppure se in discontinuità con Monti, in questo caso saremo vicini per costruire insieme un’alternativa”. Sorvolando sul contributo che possa dare l’Idv oggi, il messaggio è chiaro: caro Bersani – questo il sottointeso di Di Pietro – ci siamo anche noi e, per piacere, non dimenticarci.

Dipietrini in fuga – Poi c’è un altro ex pm che si spende in felicitazioni. “Un cambiamento radicale nei contenuti politici da parte del segretario Pd Bersani, appena uscito vittorioso dalle primarie”: questo il pomposo auspicio espresso dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Auspicio per che cosa? Per un’alleanza tra il suo movimento Arancione e il Partito Democratico, ovviamente. De Magistris non si nasconde, e “bussa duro”: “Per una eventuale alleanza dobbiamo vedere quali saranno i contenuti politici proposti dal Pd”. Tra gli ex dipietristi, merita una menzione anche Massimo Donadi, fresco di strappo con l’Idv, e che con il suo nuovo partitino si è subito proposto come papabile alleato di via del Nazareno.

Vecchi “mostri” – La lista dei postulanti si arricchisce poi con tutti i volti, che con agilità, da decenni slittano di legislatura in legislatura. Rosy Bindi lo ha detto: vuole una deroga per essere rieletta, e Livia Turco si è affannata a far sapere che “mi batterò affinchè la ottenga”. Bersani ribadisce che “il Pd osserverà la norma statuaria che limita a tre i mandati parlamentari”. Ma poi aggiunge: “Salvo deroghe richieste individualmente e votate dalla direzione del partito”. Una farsa, insomma. Poi c’è Massimo D’Alema che – nobile gesto – non si ricandida. E spiega: “Per quanto mi riguarda, posso dare una mano a Bersani e gliela darò”. Come? Ottenendo una bella poltrona da ministro nel caso di vittoria ovviamente. Il dicastero degli Esteri, nel dettaglio: a sinistra non si fa che parlare di Baffino alla Farnesina. Nel nome del rinnovamento…

 

A 20 mesi dal loro matrimonio, il 29 aprile 2011, i duchi di Cambridge William e Kate, aspettano un erede. Dopo le indiscrezioni delle ultime settimane, lo ha annunciato ufficialmente St. James Palace, la residenza ufficiale dei principi. In un comunicato viene specificato che la “gravidanza è nelle prime fasi”, e che la principessa è stata ricoverata nella mattinata di lunedì 3 dicembre, a Londra, perché “ha sofferto di nausee mattutine”.

“Periodo di riposo” – Kate è stata ricoverata presso l’ospedale King Edward VII, nel centro della capitale britannica. Poiché la gravidanza, come detto, è nella sua fase iniziale, Sua Altezza Reale resterà in ospedale per qualche giorno, “e in seguito – spiega il comunicato – dovrù osservare un periodo di riposo”. Così si conclude la note del Palazzo, che sottolinea anche tutta la gioia di Sua Maestà, la Regina Elisabetta II, che diventerà bisonnna. Felicitazioni anche da parte dell’intera famiglia reale e del governo.  

Linea di successione – William è il secondo in linea di successione al trono, dopo il padre Charles, principe di Galles. Il 28 ottobre del 2011 i capi di governo del Commonwealth, di cui è formalmente sovrana Elisabetta II, proposero all’unanimità di cambiare la legge di successione al trono per consentire anche ad una erede donna di diventare regina, in presenza di una fratello minore. Ma il processo legislativo non è stato ancora completato.  

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