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“Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”: a leggere le dichiarazioni euforiche di molti esponenti del centro-sinistra viene in mente Giovanni Trapattoni. La vittoria nettissima del segretario del Pd alle primarie ha finito per provocare una sorta di ottimistico corto-circuito che fa scambiare il risultato di domenica con quello delle future e incerte elezioni politiche. Letta (Enrico, non Gianni) afferma che lo sconfitto Matteo Renzi: “Deve entrare nella squadra di governo”. L’ex Idv Nello Formisano spiega che “la questione meridionale sarà al centro del governo che verrà”. Rosy Bindi, felice per non essere stata rottamata, discetta al pari di Letta de “la squadra di governo”. E persino il solitamente misurato Pierluigi Bersani assicura che la “prossima avventura è il governo del cambiamento”.

“In questo modo si arricchiranno solamente le aziende private. La gente berrà lo stesso e forse continuerà a farlo sempre di più”. L’Adam Smith Institute, un think tank britannico per le libertà e per il libero mercato, boccia sonoramente il progetto di legge del governo guidato da David Cameron di alzare il prezzo minimo degli alcolici per ridurre il tasso di alcolismo dei sudditi del Regno Unito. Cameron presenterà ufficialmente la legge in parlamento entro poche settimane e poi questa verrà messa al vaglio dei ministri competenti e sarà soggetta a una consultazione pubblica. L’intenzione di Cameron è questa: “Vogliamo portare a 50mila crimini legati all’alcol in meno all’anno e a 900 morti per alcolismo in meno, sempre all’anno. Questo risultato sarà possibile con la mia legge entro il 2020”. Al momento, in Inghilterra – diversa la legislazione in materia in Scozia – non esiste praticamente un prezzo minimo e le bevande alcoliche, soprattutto la birra, si possono trovare a tariffe veramente basse, soprattutto nei negozi “off licence”, spesso gestiti da cittadini extracomunitari e aperti 24 ore su 24. Portando il prezzo minimo a 40 pence (centesimi di sterlina) a unità alcolica (una birra in lattina è in genere composta da due unità e mezzo), Cameron spera quindi di ridurre fenomeni come il “binge drinking”, il bere quasi “compulsivo”, e la criminalità collegata.

Matteo Renzi è stato protagonista di questa bella avventura, ci ha messo energia, freschezza, è una risorsa come siamo tutti in questo grande squadrone”. Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, all’indomani del successo alle primarie, insiste sul concetto di “squadrone”. Ma questa volta, nel suo ipotetico dream team, inserisce anche il nome del suo rivale di questi ultimi mesi, augurandosi che il sindaco di Firenze (nonostante in diverse occasioni abbia ripetuto di non volersi impegnare), possa avere un ruolo politico in vista delle elezioni politiche. O forse anche dopo l’appuntamento elettorale. Bersani, fermato dai cronisti prima di entrare nella sede del Partito, si è soffermato anche a parlare della sua idea di governo: “Deve essere del cambiamento nel senso dei contenuti, dei programmi e delle cose da fare con anche una nuova generazione in campo, nuove persone”. Come procederà in caso di vittoria per nominare la sua squadra? Bersani non ha dubbi: “Niente manuale Cencelli”. Inoltre a chi gli chiede se farà un governo con Sel, il segretario del Pd ribadisce: “Con Sinistra ecologia e libertà, certo, ma deve essere anche espressione di un civismo, della riscossa civile; un governo che non è un manuale Cencelli, aperto con la testa”.

Cinque coloni israeliani sono entrati nella notte scorsa in un edificio di cinque piani nel quartiere di Jabal Mukaber, uno dei quartieri arabi di Gerusalemme est. Un edificio costruito da poco e quasi vuoto, tranne per una famiglia palestinese che abita all’ultimo piano. I residenti della zona, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, hanno riferito che il palazzo, costruito dai palestinesi, sarebbe stato comprato da un’organizzazione vicina al movimento dei coloni, Elad, due anni fa. Come in altre zone della città, i coloni cercano di “mettere piede” nei quartieri arabi per poi iniziare un braccio di ferro con le autorità municipali che, in genere, si conclude a loro favore. Il movimento pacifista Gush Shalom (Peace Now) ha duramente condannato l’accaduto: “E’ una provocazione – ha detto in un comunicato – Entrare nelle case nel cuore della Gerusalemme palestinese fa aumentare la tensione, in una città che è già un punto molto sensibile”.

Nella settimana del ballottaggio, Bersani ha dato due sole risposte sull’Ilva, che nel frattempo era ridiventato il tema più attuale e scottante. In una si diceva sconcertato dalla situazione (conflitto tra magistratura e autorizzazione governativa) perché non si danno certezze agli investitori stranieri, che paese siamo (non che paese siamo per vetustà e insalubrità degli impianti, ma che paese siamo per toghe verdi esagerate..). Nella seconda si esprimeva parere favorevole al decreto del governo. Tutto ciò mentre il suo nuovo principale alleato Vendola, governatore della regione in cui si trova l’Ilva di Taranto, criticava preventivamente l’intenzione del governo di fare un decreto per scavalcare la magistratura.

“Election day” sì, ma il 10 febbraio e non il 10 marzo. Aprendo la crisi subito per stringere una nuova alleanza. Dopo settimane di tentennamenti e fughe, il numero uno della Lega Roberto Maroni, ieri, ha lanciato un appello preciso al segretario del Pdl Angelino Alfano. Parlando davanti a centinaia di militanti riuniti al porto vecchio di Genova (lo stesso luogo in cui nel novembre 1994 Bossi fece pollice verso al primo governo Berlusconi), l’ex ministro degli Interni ha rotto gli indugi in vista delle elezioni politiche 2013: “Condivido la proposta di fare l’election day per risparmiare 100 milioni di euro ma gli faccio una proposta: siccome il 10 febbraio sono fissate le elezioni regionali, facciamo l’election day lo stesso giorno, anticipando la scadenza della legislatura”. Per farlo, secondo Maroni, il Pdl dovrebbe “staccare subito la spina al governo”. Scelta, ha lasciato intendere, che potrebbe aprire nuovi scenari anche nei rapporti con la Lega. Il segretario leghista ha anche annunciato che il Carroccio presenterà nei prossimi giorni una mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Economia. Un assist al Pdl per togliere la spina ai tecnici già prima di Natale. 

Un partito che torna “compatto” e si avvia alle politiche 2013 “senza ticket e senza corrente” perché Matteo Renzi ha promesso di essere “leale” col segretario Pd. Dario Franceschini rispolvera la foto di Vasto e invita ad aprire ai moderati, mentre il sindaco da avversario si trasforma in “una risorsa” per Rosy Bindi. Anche se ha promesso di tornare a fare il sindaco dopo la sconfitta e di non avere intenzione, quindi, di entrare nei palazzi romani, nonostante per Enrico Letta, dato il risultato, debba prendere parte alla squadra di governo. All’indomani della vittoria del segretario alle primarie del centrosinistra, che ha battuto lo sfidante conquistando oltre il 60% delle preferenze, i dirigenti del partito, tanti dei quali rientravano nella rosa di nomi da ‘rottamare’ commentano soddisfatti il risultato.

 

 

“Renzi ha finalmente fatto qualcosa di sinistra, ha perso”. La freddura che girava al quartier generale di Pierluigi Bersani mentre arrivavano i dati dello spoglio delle schede delle primarie la dice lunga su come l’apparato del partito democratico intende muoversi ora che ha incassato la benedizione della base. Il Pd aveva la possibilità di chiudere con il passato e invece resta quello che è stato finora: un partito vecchio. Un’occasione perduta per mancanza di coraggio, per quella paura del nuovo che caratterizza la sinistra, per quell’immobilismo suicida che ha affossato l’Italia. 

La svolta mancata - Renzi avrebbe potuto dare una svolta, ma così non è stato. E gli scenari che si vanno delineando in queste ore sono quelli dei vecchi nomi da prima e seconda Repubblica che stanno scaldando in motori per prendersi una poltrona. Si farà sentire Giuliano Amato, l’ex socialista, oggi al Pd, due volte premier, utilizzatore accanito della patrimoniale, collezionista di vitalizi, pensioni, ministeri, incarichi e poltrone (l’ultima quella da commissario – proprio lui! – sui tagli ai fondi ai partiti), che aspira al Quirinale. E pure Rosy Bindi, che ieri, subito dopo aver capito che non sarebbe stata “rottamata” da Renzi ha detto di non escludere un suo ruolo nell’eventuale governo Bersani. “Ribadisco che deciderà il partito per me, ho sempre rispettato le regole e la regola predeve che ci sia la deroga”, ha detto il vice presidente alla Camera del Pd intervistata da Mentana nello speciale TgLa7. Quanto a Massimo D’Alema, per lui Bersani è stato una specie di Davide contro Golia. “E’ stato costruito da uno schieramento pressochè unanime di tutti i media contro di noi”, ha assicurato. Alla festa dello stato maggiore del Pd ieri sera si è fatto largo sono arrivati tutti i vecchi volti del Pd e tra loro si è fatto largo Nichi Vendola per abbracciare Bersani. 

Lista unica?-  Abbraccio lungo e ricambiato. Tanto che qualcuno ha chiesto al governatore della Puglia se in serbo per lui c’è un ticket con Bersani. Vendola ha glissato la risposta: “Il significato sintetico e luminoso di questo voto finale è che il Paese chiede una svolta a sinistra nell’agenda di governo”. “Siamo riusciti a battere la forza della suggestione costruita intorno al tormentone della rottamazione”, dice Vendola, intervistato da Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Messaggero e Unità. Una lista unica Sel-Pd “la considero abbastanza fantapolitica, perchè io pongo un tema molto piu’ complesso, quello di un soggetto politico dei progressisti, di un partito del futuro. Le scorciatoie organizzative non mi interessano”, dichiara. Dalle primarie “esce l’indicazione di una svolta a sinistra, assolutamente senza Casini, mettendo l’accento più sulla questione sociale che su quella politica”, rimarca Vendola, secondo cui il primo provvedimento del governo di centrosinistra dovrebbe essere “un taglio alle spese militari, a partire dagli F35, per dare subito un segnale che si tolgono risorse da un uso inappropriato e si destinano a primi programmi di manutenzione e messa in sicurezza delle scuole”. 

 

 

Quattrocentosessanta milioni di shekel. Ovvero 120 milioni di dollari. Dollari di proprietà dell’Autorità nazionale palestinese, che il governo di Israele ha deciso però di non versare all’Anp. Sono i fondi derivanti dai diritti di dogana che Israele raccoglie per conto dell’Anp e che mensilmente devono essere trasferiti nelle magre casse palestinesi.

Questo mese il trasferimento non avverrà. Lo ha detto Yuval Steinitz, ministro delle finanze nel governo guidato da Benyamin Netanyahu: «Non ho intenzione di trasferire i fondi delle tasse dovute all’Anp – ha detto Steinitz – I fondi saranno usati per pagare i debiti che l’Autorità palestinese ha nei confronti della Israeli Electrical Corporation e di altre aziende». In pratica, il governo di Netanyahu ha deciso d’autorità di usare fondi di cui, in base agli accordi internazionali e bilaterali firmati a Parigi nel 1994, non può disporre liberamente. Soldi che peraltro servono a garantire stipendi e servizi nei territori amministrati direttamente dall’Anp.

Angelino Alfano tenta di tenere la barra dritta, nonostante la bufera che da settimane ormai ha travolto il Pdl. E così ancora oggi il segretario segna con una doppia riga blu la parola primarie. “Che sono da fare”, nonostante tutto e tutti. “Perché – prosegue – se ci dividiamo siamo destinati a scomparire”. Mica poco. Quindi spiega come “molteplici fattori hanno ridotto la nostra capacità di forza sull’elettorato. Ma la risposta non è quella di dividere ciò che è stato faticosamente unito, condannandoci tutti alla irrilevanza davanti ad una sinistra che ha saputo rilanciarsi dialogando con il suo elettorato”.

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