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«Protesto per una paga migliore: con quello che mi danno non riesco a comprare del cibo per i miei bambini che hanno meno di 6 anni». Sono le parole paradossali di Pamela Waldron al New York Times. Pamela lavora infatti in un Kentucky Fried Chicken della “Grande Mela” da otto anni ma guadagna poco meno di 8 dollari l’ora (5,50 euro) e per questo è in sciopero da giovedì scorso insieme ai suoi colleghi di KFC, McDonald’s, Burger King, Taco Bell, Wendy’s e a molti altri lavoratori delle catene di “fast food” o meglio “junk food” (cibo spazzatura).

Germana Giordano si batte ogni giorno nella Grande Mela per cercare di aiutare gli italiani che, ignari delle leggi Usa, finiscono nelle mani della giustizia. Quattro le ragioni principali: urinare in pubblico, rubare nei negozi, bere e fumare in luoghi dove è proibito

pubblicato da Wallstreet Italia
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L'avvocato speciale che soccorre gli italiani a New York

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Tucidide, lo storico e generale ateniese, a proposito delle vicende della metà del IV secolo a.C. scrive che Temistocle consiglio che “tutti aiutassero a costruire le mura, quelli che erano in città, senza distinzione: uomini, donne e fanciulli, senza alcun riguardo per edifici privati o pubblici, se se ne potesse trar qualche giovamento per la costruzione, magari tutto abbattendo”. Nel periodo tardo repubblicano fu eretto a Copia, un emiciclo. Nel muro perimetrale di questo fu reimpiegato in grande quantità materiale proveniente da edifici di epoca arcaica.

Le primarie si faranno, perché Berlusconi al momento non ha dato disponibilità a candidarsi. E’ il segretario del Popolo delle libertà, al termine di un lungo incontro (di quasi 5 ore) ad Arcore con Silvio Berlusconi al quale ha partecipato anche Gianni Letta, a dichiarare che “non è avvenuta alcuna marcia indietro”. ”C’è da lavorare per costruire il centro destra con un grande partito – aggiunge – Ho ribadito la mia ferma opinione relativa alla unità del Pdl trovando la grande disponibilità di Berlusconi” ha detto Alfano ai microfoni di Tgcom24 e ha assicurato: “Le primarie le abbiamo fissate per il 16 di dicembre e oggi non è avvenuta nessuna marcia in dietro”. Le parole del segretario arrivano dopo che due giorni fa aveva annunciato che la decisione sulle primarie sarebbe arrivata la prossima settimana e che aveva aperto a un ritorno di Berlusconi, che però sembra intenzionato a lanciare “Forza Italia 2.0″ e a cancellare le consultazioni popolari. Eppure era stato proprio lui a indire le primarie escludendo la sua discesa in campo.


pubblicato da Libero Quotidiano

La Sharapova a Milano per la "grande sfida"

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L'uomo con il bicipite più grande del Mondo: Moustafa Ismail, il bodybuilder egiziano

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Mentre tutti – con qualche riserva, in realtà – credevano al suo ritiro dalle scene, il Cavaliere rifletteva su come ribattezzare il partito, sostituendone la “bad company”.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Da "Italia che lavora" a "Grande Italia". Berlusconi pensa a 7 marchi post-Pdl

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Silvio Berlusconi si ritira dalla politica. Il PdL farà le primarie per sancire la nuova leadership di Angelino Alfano. Il presidente è stanco e vuole ritagliarsi un ruolo da padre nobile del centrodestra italiano. Dentro al partito del predellino, tranne pochi pasdaran, in questi mesi quasi tutti avevano venduto la pelle dell’anziano leader con troppa fretta. Mentre quelli parlavano coi giornali per accreditarsi come eredi, infatti, il Cavaliere si dedicava con acribia alla registrazione di nuovi marchi elettorali con cui sostituire la bad company del Pdl. Questa scoperta la dobbiamo ad un blogger (leggi): tra luglio e novembre, l’ex premier ha depositato una serie di nomi di partito all’Uami, l’ufficio per la registrazione dei marchi, disegni e modelli dell’Unione europea.

Il bubbone Ilva è oramai esploso in tutta la sua virulenza. Una vicenda grottesca, complessa e drammatica, ma sintomatica del precario stato del nostro Paese, dove perdura uno Stato di illegalità. Stato con la esse maiuscola poiché è lo Stato stesso che alimenta l’illegalità.
 
L’Ilva è stata a lungo l’Italsider pubblica, ossia una delle maggiori aziende siderurgiche italiane del XX secolo e alla fine degli anni ottanta è avvenuta la cessione a privati. Ha rappresentato la grande industria di Stato e ne ha testimoniato dunque tutte le contraddizioni, atteso che la scelta di favorire l’industria e l’occupazione, sacrificando l’ambiente e la salute (in periodi in cui si aveva già la percezione della ricaduta negativa), ha caratterizzato un certo socialismo produttivo. Questo percorso è certo avvenuto in quasi tutti i paesi occidentali. Ma in molti di essi si è posto rimedio già nei decenni passati quando lo sviluppo delle tecnologie e della scienza ha saputo indicare i rimedi. Alla fine è stata solo una mera scelta di costi, di prevenzione, di priorità e di valutazione costi-benefici. Tanto più si era illuminati, tanto prima tali valutazioni sono intervenute. Il cammino del progresso è stato costellato da migliaia di vittime ma la lungimiranza dell’uomo ha poi posto freno a tali sacrifici.
 
In Italia si ha invece l’impressione che la grande industria inquinante (pubblica e privata) abbia continuato imperterrita ad inquinare (dagli anni dello sviluppo industriale sino ad oggi) con la compiacenza dello Stato legislatore (che spesso è intervenuto in ritardo rispetto alle direttive comunitarie, ovvero intervenendo all’italiana) e dei controllori, per salvaguardare un generale interesse alla produttività. Il primo legiferava in ritardo e male, il secondo controllava male o faceva finta di controllare. Il primo veniva costantemente sanzionato dalla Comunità europea, il secondo veniva depotenziato o scelto oculatamente per non nuocere (l’Arpa, fragile ed evanescente). 
 
Tutto ciò ha creato nel tempo un sistema di dubbia legalità, sormontato da un velo di ipocrisia che formalmente ha reso legali condotte che sostanzialmente sono illegali. In breve, lo Stato ha donato un’aurea di legalità a condotte palesemente illegali, in materia ambientale e di salubrità ambientale, che altrove non sarebbero state consentite.
Questo velo di illegalità (formalmente legale) è stato squarciato nel caso di Taranto dalla Procura e saltuariamente in altre fattispecie da altre Procure (si pensi ai Petrolchimici). Giova ricordare come non vi sia alcun conflitto di poteri posto che in materia di salubrità ambientale (e non) la Procura conserva il potere di intervenire dinanzi alla consumazione di reati. Così come conservano tale potere di intervento pure il giudice ordinario civile (inibendo le immissioni) e il giudice amministrativo (rimuovendo gli atti illegittimi). Tali percorsi sono tuttavia complessi e faticosi (ancorché percorribili e in molti casi indispensabili) e attestano come la patologia non sia stata curata dallo Stato, e anzi che in molti casi abbia svolto un ruolo concausale. 
Il grande polo siderurgico di Taranto ne è l’emblema. Passato nel 1995 al Gruppo Riva, certamente già in condizioni di disastro ambientale, il gruppo avrebbe comunque dovuto approntare le migliori tecnologie disponibili per non inquinare. Se lo ha acquistato, immaginiamo dopo una due diligence, è perché avrà avuto rassicurazioni che non sarebbe stata disturbata più di tanto negli anni a seguire. Il pacioso incantesimo si è interrotto solo grazie alla Procura.
 
La gravissima situazione, palesata grazie al prezioso lavoro della Procura tarantina offre un malmostoso groviglio tra irresponsabili negligenze private e pubbliche, una commistione tra controllori e controllati, un fitto familismo, un sistema di corruttela diffuso. Prevale in tutto ciò solo la logica del profitto, ipocriticamente sostenuta dall’interesse all’occupazione e alla siderurgia, in danno delle centinaia di morti (e ammalati) che hanno pagato il prezzo più alto. 
Taranto è al 107° posto per qualità della vita in Italia, ossia l’ultimo.  
L’ipocrisia e l’irresponsabilità sono state ben alimentate: dal ministro Clini – il socialista ministro dell’Ambiente per chissà quali meriti -, molto attento a preservare il lavoro e l’interesse della grande industria; il sottosegretario Catricalà che invocava ricorsi alla Consulta (mai visti prima) paventando un esercizio eccessivo della potestà giudiziaria da parte del Gip, tali da ledere il “diritto alla libertà d’impresa”; dalla Guardasigilli Severino che anticipava imminenti ispezioni; dal ministro Passera, il pluridemocristiano moderato pronto all’uso; dal presidente della Regione Vendola, che scopriva il grave problema riposto nel suo seno da soli 7 anni e invece pare, dagli atti, ben orchestrato.
E’ il momento delle grandi scelte e di puntare verso un autentico sistema di legalità.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

Critica e sfotte (pur in modo elegante) politica e partiti. Sfida Napolitano, dicendo che la decisione sul suo futuro in politica “sarà soltanto mia” e che “considererà qualunque possibile scenario”. Ma la cruda realtà dei numeri riduce il premier Mario Monti al 4%. Sono quelli (i numeri) che escono dal sondaggio Ispo (Mannheimer) riportato dal Corriere della Sera: nel quale  alla domanda “se alle prossime elezioni si presentasse una forza politica che si ispiri all’azione di governo condotta sin qui da Monti la voterebbe?” solo 4 intervistati su 100 rispondono “sicuramente”. Sicuri, senza se e senza ma. Quelli che, invece, senza se e e senza ma non voterebbero mai quella forza politica, sono molti di più: ben 39 su 100. Il resto degli intervistati si divide tra “La prenderei poco in considerazione” (21%), “la prenderei abbastanza in considerazione” (23%) e “la prenderei molto in considerazione” (8%). Quanto sono lontani i tempi delle maggiorzanze “bulgare” con cui i provvedimenti dei governi tecnici passavano nei primi mesi dell’era Monti. E’ passato poco più di un anno, da quell’epoca dei fasti, ma sembra molto di più.

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