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Grillo

“Almeno su WhatsApp” ci si sarebbe dovuti confrontare, e invece niente. Alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle continuano a soffrire per il decisionismo di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio: sono stufi delle continue imposizioni, dei toni esasperati e dei sospetti lanciati un po’ qui e un po’ lì dalla villa genovese del comico-politico. Alcuni, mai come adesso, sono vicini a dire “basta” e per questo vogliono un confronto con i vertici del Movimento: c’è la necessità di mettere ordine lì dove c’è tanta confusione, ma è dura. Per i pentastellati va male su più fronti e da tanto tempo: a rendere il vaso colmo è stato l’affaire immigrazione; a farlo traboccare il secco rifiuto mostrato con superbia al Presidente della Repubblica. “Gli altri partiti d’opposizione sono andati al Quirinale, perché noi no?” si chiedono alcuni parlamentari, ma la domanda cade nel vuoto e questo dispiace parecchio nelle stanze del gruppo. 

Napolitano – Grillo e Casaleggio hanno spiegato dicendo che l’invito presidenziale era “tardivo“, ma ad alcuni parlamentari questa è sembrata davvero una piccola giustificazione. Già ieri, venerdì 25 ottobre, Lorenzo Battista, onorevole 5 Stelle, aveva detto che da Re Giorgio sarebbero anche potuti andare: “E’ sbagliato rifiutare il confronto a prescindere – ha scritto su Facebook -. Avrei detto direttamente a lui cosa non condividiamo e quali sono le nostre proposte”. Il sentimento comune tra i grillini è proprio questo: perché rifiutarsi così? Ma soprattutto: perché non discuterne? A queste domande il duo di testa non risponde e il difficile compito è affidato ai capigruppo di turno che, però, devono arrampicarsi sugli specchi. Alessio Villarosa, numero uno a Montecitorio, dice che nessuno gli ha chiesto niente, ma è strano che nemmeno Battista abbia scritto un messaggio (“Almeno su WhatsApp”) al suo capogruppo. Anzi, è impossibile.  

Leader e Guru – Per fare chiarezza in politica c’è solo una ricetta: vedersi. Per questo a Roma tutta la pattuglia grillina vuole vedere sia il leader che il guru: “Bisogna guardarsi in faccia”, lo chiedono i delusi, ma anche i fedelissimi che sono stanchi di dover sospettare dei loro compagni di banco. Ma le scommesse sono partite e molti puntano sul nulla di fatto. Per i due di testa sarebbe troppo rischioso presentarsi a Roma ed affrontare i malumori dei parlamentari, meglio lasciare che il confronto sia via etere: se Grillo dovesse essere sfiduciato pubblicamente (anche solo da pochi) per gli altri resterebbe, per sempre, un leader scalfito. Non si può rischiare perché a stretto giro arriveranno in Parlamento argomenti tosti (Legge di Stabilità su tutti) sui quali il M5S deve mostrarsi compatto, almeno all’esterno. Ogni discussione deve essere rinviata almeno a dicembre, sempre che chi ha mal di pancia non decida di mollare. Se il leader dovesse esagerare i 5 Stelle stufati non si lascerebbero sfuggire l’occasione di far provare a Beppe l’ebbrezza di un “Vaffa”. In perfetto stile grillino. 

Ieri sera ho assistito al dibattito delle primarie del centrosinistra. Indubbiamente al livello comunicativo e telegenico la sfida è stata vinta da Renzi. L’immagine che ha comunicato era davvero vincente? Buca lo schermo, sintetico, efficace, ma in molti abbiamo avuto al sensazione di assistere quasi ad un provino televisivo.
 
Qual’è il confine tra una comunicazione efficace e una comunicazione autentica? eh sì, perché Renzi mi ha dato davvero davvero questa sensazione: tutto costruito, copione preparato minuziosamente, credo anche che abbia fatto le  prove con il  cronometro assieme al suo spin doctor Giorgio Gori. Renzi a mio avviso vince il premio per l’inautenticità. Come psicologa  ho avuto esperienza nella selezione del personale, ho fatto quindi molti colloqui, una delle cose che mi disturbava era vedere il candidato troppo proteso a dare buona impressione, anche la spocchia del primo della classe o dell’arrivista era una caratteristica che prendevo in considerazione. Voi mi direte che un leader deve avere per forza ambizione e carisma ma per lavorare con gli altri un politico non deve essere troppo narciso, non deve rubare la scena, non deve farsi sopraffare dalle sue ambizioni o dal suo ego o rischia di scegliere collaboratori mediocri, che non offuschino il suo mito personale.
 
Ne sa qualcosa Berlusconi, che si è circondato di inetti servili e forse ha capito la lezione anche Di Pietro che ha candidato gente come Maruccio o Scilipoti. L’egocentrismo al potere  contraddice quello che dovrebbe essere un vero portavoce. Un portavoce o leader non deve parlare per se stesso e non dovrebbe mirare al potere personale ma dare almeno l’impressione di avere degli ideali, dei contenuti condivisi e ulteriori rispetto al suo ego. 
 
L’impressione che ho è che anche Grillo voglia oscurare scientemente i suoi attivisti, impedendogli di diventare conosciuti andando in televisione. C’è da chiedersi se il suo intento sia nobile (non vuole che entrino nel tritacarne del personalismo o studiato, il proprietario sono io, non devi oscurare la mia figura). Una cosa è certa. La televisione è un’arma a doppio taglio: puoi essere efficace al livello comunicativo e risultare vincente ma questo non vuole assolutamente dire che tu sia il vettore delle informazioni o contenuti migliori. Berlusconi è stato il maestro della propaganda televisiva e tutti sappiamo come ha distrutto culturalmente il nostro paese. Una cosa buona in questo dibattito c’è stata: il teatrino del dileggio e il pollaio del litigio è stato evitato. Tutti i Big Five erano coscienti che il messaggio che doveva passare era: “nel centrosinistrasiamo sereni, ci vogliamo bene e comunque sia vincerà la democrazia”.

Chi ha vinto in questo dibattito è stato il politicamente corretto e da oggi in poi si inaugurerà un nuovo modo di parlare e comunicare la politica. Il bassissimo livello cui ci aveva ridotti il berlusconismo, con i suoi utili idioti nei talk show aizzati da pseudo giornalisti è stato superato, chi di dovere ne farà tesoro? Forse questa è stata una lezione anche per Grillo che dovrebbe accogliere il decalogo di consigli di Travaglio: è passato il momento della rottura con le parolacce e il dileggio. E’ arrivato il momento di costruire democrazia interna, dialogo, programma e confronto. Queste sono le parole chiave. La politica non deve diventare spettacolo e il confronto è necessario e non può essere limitato al web.

Regista del M5S, consulente dell’Idv e tentato consulente del Fattoquotidiano.it, Casaleggio fu respinto con perdite dal giornale quando propose di progettare e gestire il sito. Motivo? “Richiesta economica troppo alta”.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Quando Travaglio disse no a Casaleggio, uomo ombra di Grillo

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Dopo il dodecalogo del perfetto pentastelluto (copyright Vauro) pubblicato sul suo blog, ci permettiamo un decalogo di consigli non richiesti a Beppe Grillo.

S come sorridere. Quando nessuno lo prendeva sul serio, Grillo faceva benissimo a prendersi sul serio. Ora che tutti lo prendono sul serio, dovrebbe tornare a ridere o almeno sorridere, anche di sé. I musi lunghi e i denti digrignati li lasci ai politici, che del resto ne hanno ben donde.

F come forza. Come insegna il celebre slogan di Mitterrand, “Una forza tranquilla”, non c’è forza senza tranquillità. La forza di Grillo è troppo aggressiva, dunque ansiogena e poco rassicurante. Anche per i suoi giovani candidati ed eletti, che spesso appaiono terrorizzati dagli anatemi del Capo. Un abbraccio pubblico a Favia o alla Salsi, con annessa spiegazione delle critiche ai loro comportamenti, gioverebbe.

Mancava soltanto la sua versione dei fatti. Marco Piazza, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle a Bologna, una settimana fa assieme al collega di lista Massimo Bugani, ha abbandonato fisicamente il proprio posto in Consiglio, lasciando sola Federica Salsi, l’altra collega dei 5 Stelle. Un’azione simbolicamente fortissima, che ha suscitato parecchio clamore dopo che online era divampata la polemica tra Beppe Grillo e la Salsi, (“i talk show sono il vostro Punto G.”, n.d.r.) in merito all’apparizione di quest’ultima ad un puntata di Ballarò.

Fabrizio Biolè, eletto nel 2010 consigliere regionale in Piemonte per il Movimento 5 Stelle è stato diffidato da Beppe Grillo a utilizzare il “nome e il marchio del M5S” . Il 6 novembre infatti ha ricevuto la comunicazione ufficiale, con una lettera dello studio legale Squassi e Montefusco, che cura gli interessi del co-fondatore del Movimento a 5 Stelle. L’avvocato di Grillo ha spiegato che l’elezione di Biolè è stata “viziata da un elemento ostativo”, ossia l’aver rivestito in due precedenti occasioni cariche elettive. Nella raccomandata si ricorda che tale circostanza avrebbe dovuto già all’epoca impedire che il consigliere fosse inserito nelle liste elettorali per i 5 stelle. Ciononostante, visto che la regola venne derogata all’epoca, l’avvocato ha ricordato a Biolè che la circostanza “non consente allo stesso modo oggi, la sua prosecuzione della sua attività politica diretta sotto l’egida del Movimento stesso”. Naturalmente l’elezione del consigliere è del tutto legittima, essendo stato votato dai cittadini piemontesi, quindi solo lui potrebbe decidere di dimettersi, come l’avvocato di Grillo gli ha ricordato. Per il prossimo futuro, quindi, Biolè dovrà astenersi “dal qualificare la sua azione politica come riferibile al Movimento stesso o più in generale, come ispirata dalla persona” di Beppe Grillo.

Consulente di Grillo, consulente dell’Idv e tentato consulente del Fattoquotidiano.it, Casaleggio fu respinto con perdite dal giornale quando propose di progettare e gestire il sito. Motivo? “Richiesta economica troppo alta”.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Quando Travaglio disse no a Casaleggio, la mente dei 5 Stelle

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L’ex ministro della difesa Ignazio la Russa è stato anche lui un grillino. L’esponenete del Pdl ricorda come agli inzi anche lui subiva il no di Berlusconi per la tv.  “Così come adesso fa Grillo, anche  Berlusconi ai tempi non ci mandava in televisione per mancanza di   fiducia”, ha affermato La Russa. Insomma secondo l’ex ministro Grillo e Silvio avrebbero questo punto in comune. Il no in tv per non rovinare l’immagine del partito o del movimento. Eppure poi la Russa di ospitatate televisive ne ha collezionate centinaia. Presenze che spesso hanno scatenato polemiche. Grillo forse teme anche lui che i suoi grillini possano diventare facili bersagli o che dimentichino per vanità la mission del movimento. Ma la politica è comunicazione. E la comunicazione è politica. La tv è un passaggio obbligato. Se i contenuti sono giusti sul piccolo schermo può andare chiunque senza che il leader possa impensierirsi. Con buona pace del Cav e di Beppe. I due senza saperlo, c’è stato un tempo in cui sono stati alleati. Dietro lo schermo. 

Credevamo di aver visto di tutto in materia di leggi ad (o contra) personam; non era scontato prevedere che anche la legge elettorale sarebbe stata modellata sul profilo di un singolo contendente che, per sommo paradosso, non sarà nemmeno personalmente candidato.

Parafrasando Engels e Marx, a proposito del comunismo in Europa, lo spettro di Beppe Grillo, che per di più ha anche l’impudenza di sottrarsi agli stessi talk show in cui fino a ieri i leader dei partiti sgomitavano per uno strapuntino, si aggira nei palazzi delle istituzioni seminando oltre al panico la più autolesionistica dissennatezza.

 

Chiamatelo lapsus: sta di fatto che il presidente del Senato Renato Schifani ha di fatto ammesso quello che in molti, i più maliziosi, avevano già capito. Quasi tutto il parlamento sta lavorando per una legge elettorale che possa ingabbiare e disarmare Beppe Grillo. “Se non ce la facciamo, altro che 30%, Grillo arriva all’80 per cento”. Il concetto è semplice: se la Casta fallisce anche l’ultima riforma, il voto popolare la travolgerà a favore dell’unico vero anti-sistema, per quanto demagogo e populista. Schifani prima la fa passare come una riforma “che interessa i cittadini”. “Ce la facciamo, spero che il mio ottimismo in breve si trasformi in certezza”. Poi, come detto, lo scivolone. 

 

Il piano: Monti bis – “Tra i partiti – dice il presidente del Senato – c’è una fase estremamente delicata e costruttiva. I partiti con grande responsabilità stanno facendo in modo che il provvedimento arrivi presto in Aula. I tempi sono brucianti – ha concluso Schifani – ma i partiti se ne stanno facendo carico responsabilmente perché, ad un certo punto, le lancette si dovranno fermare”. I partiti cercano un accordo che possa favorirli in tutto: mostrarne i meriti agli occhi dell’opinione pubblica e garantirsi altri cinque anni di tranquillità, magari sotto l’ombrello di un Monti bis a Palazzo Chigi e senza che le truppe guastafeste di comici e anti-Casta creino troppo scompiglio.

“Colpo di stato” – Il nodo, naturalmente, è il premio di maggioranza al 42,5%, un limite allo stato attuale del panorama politico irraggiungibile e che ha fatto sbottare per primo il grande favorito alle prossime elezioni, il segretario del Pd Pierluigi Bersani (Matteo Renzi permettendo): “Non ci vogliono far governare”, ha detto l’uomo di Bettola, mentre è di oggi il commento al solito piccante del leader del Movimento 5 Stelle: “Questo è un colpo di stato”. In realtà l’anti-grillismo di Schifani è semplicemente lo specchio del terrore che circola a Montecitorio e Palazzo Madama, dove già buona parte della Casta è alle prese con la temuta “operazione liste pulite” annunciata dal ministro degli Interni Annamaria Cancellieri che mira a escludere dalle candidature i condannati in via definitiva. Ce n’è di che essere preoccupati, meglio occuparsi di un problema alla volta.

 

 

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