Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

Ilva

E’ la perdita dell’innocenza. La sinistra a Taranto, permanentemente latitante sui temi dell’inquinamento e dell’impatto dell’Ilva, esce sfregiata e vergognosamente compromessa.

Le intercettazioni gettano una luce inquietante su uomini chiave che ricevevano telefonate dall’Ilva per accordarsi e parare i colpi dell’offensiva ambientalista sulle tematiche della salute. Si parlava della vita e della morte e loro non erano con i cittadini. Su quelle tematiche autorevoli uomini della sinistra stavano dall’altra parte, con l’azienda che inquinava da morire.  La sinistra lo sapeva, e taceva.

Chi è ammalato, si si ammalerà, chi teme di ammalarsi oggi sa che la sinistra stava lavorando dall’altra parte.

“Avevo davvero riposto in lei la mia fiducia, credevo che fosse una persona per bene, che difendesse la nostra Costituzione. Credevo che quei valori, di cui tanto parla, fossero davvero radicati in lei e fossero il punto di riferimento per ogni sua azione, per ogni sua decisione. Credevo che avrebbe scelto la vita e non la morte. E invece ha firmato la nostra condanna”. Inizia così la lettera che una mamma di Taranto, Tonia Marsella, ha inviato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo la firma del decreto legge sull’Ilva, lettera che è stata diffusa dal comitato ambientalista “Donne per Taranto”.

Viva Clini. Davvero. Capita di rado che un ministro –ancorchè tecnico come Corrado Clini, medico, docente, civil servant curiosamente allergico alla burocrazia-  si materializzi, sua sponte, da Michele Santoro; e che irrompendo nella fossa dei leoni, finisca per papparseli, i leoni.

La puntata di Servizio Pubblico dell’altra sera su La7, assai ben strutturata, puzzava di morte e diossina. Imperniata sul gorgo senza fine dell’Ilva, cadenzata tra imprenditori furbastri e infami, operai in lutto che urlavano la rabbia dei giusti e accuse ferocissime alla politica, ha fatto toccare a Santoro il suo record di ascolti, 12,32% di share media, 2,9 milioni di telespettatori. Ma se ne è uscito un dibattito intelligente, educato e cristallino nelle spiegazioni tecniche, lo si deve soprattutto al ministro dell’Ambiente Clini. Il quale  alle 22.50 s’è palesato, determinatissimo, a spiegare le proprie ragioni, senza mai fare un plissè; l’ha fatto dopo essere stato massacrato da Gianni Dragoni, Marco Travaglio e dagli operai tarantini in studio che l’accusavano d’ogni nefandezza (compresa quella di essere «uomo dell’Ilva», o di combattere a colpi di decreto i giudici che vogliono chiudere gli impianti). Clini appare come un uomo antico, porge con rispetto.

Ex sessantottino, un volto che è una ragnatela di rughe -una per ogni incarico prestigioso in seno al ministero dell’Ambiente-, Clini possiede nelle proprie materie una competenza mostruosa. Che ostenta, in diretta, assieme a un’onestà intellettuale che colpisce anche i suoi contraddittori, da Aldo Busi, a Matteo Renzi, a Maurizio Landini. Clini smonta, una ad una, tutte le accuse che gli avevano opposto . Da medico, spiega che il dramma dei tumori alla pleura, a Taranto è dovuto «all’amianto, che si manifesta anche decenni dopo l’esposizione, ma questo però non risponde a tutti i morti di tumore ai polmoni, anche bambini, che Taranto conta ancora oggi», cioè inquinamento ambientale cronico. Però Clini ammette che «l’Ilva inquina. L’aria, la terra, tutto. Si uccidono le pecore perché contaminate. Anche chiudesse la città non è sicura». Clini replica a Dragoni che «è una porcheria dire che io sono un uomo dell’Ilva; ne attesta l’assurdità la stessa Procura di Taranto». E a chi gl’imputa di non essere insorto quando era direttore generale al ministero, ribatte subito: «io non mi sono mai interessato al tema dell’autorizzazione integrata ambientale concessa all’Ilva» dal ministro Prestigiacomo e dal Presidente Vendola. Anzi. Pare che Clini fosse stato piazzato sulle cose estere per impedirgli di metter troppo mano alle cose italiane («dato che io accorcio  i tempi delle procedure a dieci giorni, mentre in genere le si portano a cento, per consentire ingerenze esterne…»). Se fosse vero -e pare lo sia- è una sberla a quattro lustri di politica ambientale. Santoro si attende che il ministro inciampi in contraddizione. Michele è concentratissimo. Talmente concentrato che si dimentica di offrire un bicchier d’acqua a Clini che lo richiede gentilmente mentre le parole s’allappano in bocca.

Clini rintuzza con precisione l’argomento bonifica di Porto Marghera (roba sua) e rivendica la firma sul decreto d’urgenza a Taranto. «Ho dato chiare prescrizioni all’Ilva a fine ottobre. Prevedono che, da lunedì prossimo, devono essere utilizzati per la bonifica della fabbrica macchinari che nel resto d’Europa saranno usati nel 2016. Ma la magistratura ha bloccato il piano di risanamento. É pronto per partire, ma per farlo gli impianti devono funzionare, non devono fermarsi». Landini della Fiom in studio è d’accordo con lui. Specie su una frase, che trancia di netto vent’anni di corruttele e disastri ecologici: «Noi diciamo all’Ilva: se vuoi lavorare devi fare queste cose, se no non avrai la possibilità di gestire questi impianti. Altrimenti se ne farà carico lo Stato, con altri interlocutori». Clini, qui, è di granito. Chiede «la difesa di lavoro, salute e ambiente insieme». Un figurone così, da Santoro, l’aveva fatto -a memoria- solo Tarak Ben Ammar. Che, mi pare, non fu più invitato…

Lasciamo da parte i presunti reati. L’inchiesta sull’Ilva di Taranto illumina un caso esemplare di rapporti tra impresa, Stato e politica. Un triangolo che neppure il decreto legge della scorsa settimana vuole scalfire. Al vertice c’è la famiglia Riva: il capostipite Emilio (86 anni, agli arresti domiciliari da luglio) e i figli Fabio e Nicola. Con loro consulenti e manager, da ultimo, cioè dal luglio scorso, anche l’ex prefetto Bruno Ferrante. Vogliono produrre acciaio senza subire intralci dalle leggi e da chi le fa rispettare e perciò se la devono vedere con la base del triangolo: a un’estremità ci sono le persone “a modo, moderate, ponderate”; dall’altra parte i “rompicoglioni”. Le intercettazioni del processo per associazione a delinquere forniscono un esauriente lessico per ogni attitudine dell’animo umano, dalla più ampia disponibilità a farsi corrompere fino alla più rigida osservanza della legge.

A meno di dodici ore dall’emanazione del decreto i legali dell‘Ilva hanno depositato alla Procura di Taranto una istanza con la quale chiedono l’esecuzione di quanto contenuto nel dl firmato dal presidente della Repubblica ed entrato in vigore ieri, consentendo così all’azienda di rientrare in possesso degli impianti sequestrati. Contestualmente il gruppo ha rinunciato all‘istanza di dissequestro del prodotto finito e semi lavorato, istanza che doveva essere discussa dinanzi al tribunale del Riesame il 6 dicembre prossimo. 

Il decreto Ilva è stato emanato dal capo dello Stato ed è legge. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha emanato questa sera il dl recante “disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale” nel testo trasmesso oggi dalla Presidenza del Consiglio. 

 

Mentre protezione civile e soccorritori facevano la conta dei morti, dei feriti e dei danni causati dalla tromba d’aria che si è abbattuta su Taranto, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini interveniva in aula alla Camera su caso dell’ilva per dire che la chiusura dell’Ilva oltre a fare un favore alla concorrenza non migliora l’ambiente.  ”Lasciare senza reddito 20mila famiglie vuol dire assumersi responsabilità non stimabili sul piano sociale”.  Con la chiusura dello stabilimento dell’Ilva “le condizioni ambientali di Taranto peggiorano; l’unica possibilita’ per risanare e’ l’applicazione Aia”. E ha aggiunto: “Il rischio e’ che si verifichi quello che e’ successo in altri siti abbandonati e non gestiti, con la moltiplicazione di effetti dannosi”. Il piano per l’adeguamento alle   prescrizioni Aia “comporta investimenti per circa 3 mld” e c’è stato   “l’impegno dell’azienda a investire le risorse necessarie”. 

All’attacco Il ministro ha sottolineato cge questo impegno “non era scontato”.  ”Si rileva – aggiunge il Ministero – con rammarico e preoccupazione che ancora una volta, giunti ad un passaggio importante della vicenda Ilva, si diffondano notizie false tese a screditare e delegittimare l’azione del Ministro, come era già accaduto nei mesi scorsi con la diffusione della notizia, anche in quel caso falsa, di una citazione di Clini nelle intercettazioni telefoniche relative all’inchiesta penale. Circostanza a suo tempo smentita dallo stesso procuratore Sebastio”. Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, quando era direttore generale del Ministero, non firmò l’Aia per l’Ilva nel 2011. Lo afferma in un nota il Ministero. “La notizia secondo la quale Corrado Clini, da direttore generale del Ministero dell’Ambiente, avrebbe firmato l’AIA per l’Ilva rilasciata nel 2011 dal Ministro Prestigiacomo è falsa, ed era stata già smentita nelle scorse settimane. E’ notorio che Corrado Clini – si legge nella nota – da direttore del Ministero dell’Ambiente non si occupava di Autorizzazioni Integrate Ambientali (AIA) e non ha avuto quindi alcun ruolo in quella rilasciata all’Ilva”. 

 

Il nucleo operativo della Guardia di finanza di Taranto ha dato il via alle 6 di questa mattina all’esecuzione di due ordinanze di custodia cautelare emesse dal Tribunale ionico nell’ambito dell’indagine denominata “Ambiente svenduto”. Nel mirino delle fiamme gialle, guidate dal capitano Giuseppe Di Noi, è finito il “sistema Archinà”, ex consulente dell’Ilva, e i suoi contatti con le istituzioni locali e nazionali per garantire immunità allo stabilimento siderurgico ionico e “tenere tutto sotto coperta”. Sarebbero circa dieci persone destinatarie di misure personali tra arresti in carcere, detenzioni cautelari e interdizioni. Tanti gli indagati a piede libero tra i quali anche le autorità politiche di ogni livello che in questi anni non avrebbero controllato i danni arrecati dall’inquinamento prodotto dalla fabbrica tarantina.

Restano agli arresti domiciliari Emilio Riva, il figlio Nicola e l’ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto Luigi Capogrosso, accusati di disastro ambientale. Il Tribunale del Riesame ha rigettato i ricorsi presentati contro il secondo ‘no’ del gip Patrizia Todisco alla richiesta di rimessione in libertà da parte della difesa. I tre si trovano ai domiciliari dal 26 luglio scorso nell’ambito dell’inchiesta sul presunto disastro ambientale. Quattro giorno fa sempre il Riesame aveva sospeso il presidente Bruno Ferrante dalla funzione di custode giudiziale.

Consulenti di se stessi. E non proprio a buon prezzo. Secondo quanto riportato in un’inchiesta de l’Espresso, dal 2008 al 2011 una holding controllata da Emilio Riva insieme a figli e nipoti avrebbe ricevuto almeno 190 milioni di euro a titolo di compensi per servizi di varia natura prestati all’Ilva di Taranto. Cioè al grande gruppo siderurgico di cui sono proprietari. ”Un’operazione in conflitto d’interessi su cui nessuno – scrive il settimanale – tra i sindaci o gli amministratori di Ilva ha avuto nulla da obiettare. La holding Riva Fire – rivela l’inchiesta – ha siglato anni addietro ricchi contratti di consulenza con Ilva, che paga di conseguenza. In questo modo la famiglia ha ricevuto decine di milioni ogni anno”.

Archivi