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È una delocalizzazione al contrario. Ikea, il gigante svedese dell’arredo, ha deciso di spostare dall’Asia all’Italia alcune linee di produzione, anche perché da tempo le aziende italiane vendono alla multinazionale dell’arredo più di quanto poi gli acquirenti nostrani acquistino sugli scaffali. Una delocalizzazione, spulciando i dati forniti dall’azienda in occasione della Settimana del Mobile a Milano, dovuta in gran parte all’innalzamento dei costi del petrolio e alla crescita progressiva dei salari nei Paesi (Malesia e Thailandia) storica base produttiva di Ikea. Il costo logistico, oltre due mesi di navigazione dal produttore asiatico alle piazze di vendita soprattutto europee, ha influito non poco sulla decisione di trasferirsi armi e bagagli nel Belpaese. Ma anche il fatto che i pezzi realizzati in Italia danno meno problemi di assistenza post vendita e pesano meno sull’immagine pubblica del gruppo. E poi che da noi il costo del lavoro – nonostante tutto – è rimasto inchiodato ora a livelli convenienti. Insomma, per paradosso tutti questi fattori messi insieme hanno reso le produzioni di alcuni distretti più convenienti dei prezzi quasi stracciati offerti fin ora dagli asiatici.

E c’è anche un’altra sorpresa. Ikea ha scovato nel biellese un ex fabbrica di filati riconvertita sapientemente in fabbrica per la produzione di cassetti. Le maestranze hanno fatto il resto offrendo al colosso del mobile fai-da-te quella convenienza aggiuntiva per decidere di delocalizzare, ma una volta tanto al contrario. Con 24 fornitori nazionali (che possono contare oggi su circa 1 miliardi di euro di commesse) il gruppo svedese rappresenta il primo cliente della filiera italiana dell’arredolegno.

E l’interscambio Ikea-Italia aumenta sempre più: il gruppo svedese, infatti, acquista in Italia più di quanto vende nei suoi negozi nella penisola: l’8% del volume degli acquisti del gruppo nel mondo viene effettuato proprio da aziende italiano mentre il mercato italiano copre solo il 7% del volume delle vendite mondiali di Ikea. C’è anche da dire che in alcuni settori i distretti produttivi italiani stanno progressivamente guadagnando terreno: oltre il 34% delle cucine marchiate Ikea, e vendute in tutto il mondo, è prodotta in Italia. Ma anche gli acquisti di elettrodomestici, camere da letto, scaffalature, librerie, bagni – prodotti d’eccellenza del made in Italy – vanno per la maggiore. Cosa prediligono gli italiani? Ben l’80% degli acquisti sono mobili, e solo il 20% complementi d’arredo. «Recentemente», spiega nel dettaglio questa svolta Lars Petersson, amministratore delegato di Ikea Italia, «abbiamo individuato nuovi partner italiani che hanno preso il posto di fornitori asiatici, grazie alla loro competenza, al loro impegno e alla capacità di produrre articoli caratterizzati da una qualità migliore e a prezzi più bassi dei loro concorrenti asiatici».

Le prime tre regioni italiane da cui Ikea si approvvigiona corrispondono ai maggiori distretti del settore: dal Veneto proviene il 38 % degli acquisti in Italia, seguono il Friuli con il 30% e la Lombardia con il 26%. Ikea acquista nel solo Nordest d’Italia più che in Svezia o Germania. La ricaduta occupazionale collegata a queste commesse produttive è stimabile – sempre secondo una nota diffusa dalla multinazionale – intorno ai 2.500 posti di lavoro. Ma se poi a questi dipendenti diretti si sommano i 6.600 dipendenti della rete commerciale e di quella logistica in Italia e quelli dell’indotto generato dai punti vendita, si ottiene una ricaduta occupazionale globale per il nostro Paese pari a circa 11mila posti di lavoro. Bacino di occupazione che ovviamente potrà solo che aumentare dopo la decisione di spostare alcune produzioni da noi. E poi anche grazie alla progressiva diffusione dei negozi in molte nuove regioni. A marzo 2011 è stato infatti aperto il primo negozio in Sicilia, a Catania. Nel 2012 verrà inaugurato il negozio abruzzese di San Giovanni Teatino (CH) portando così a 20 i punti vendita in Italia. Nel 2011 ben 3 italiani su quattro hanno messo piede in un magazzino gialloblu: ben 46 milioni di visitatori.

di Antonio Castro

Sempre tensione sui titoli di stato decennali italiani, il cui spread con i Bund tedeschi oggi ha aperto la  giornata a quota 400 punti. Ieri il differenziale aveva chiuso a 404 punti con un rendimento del 5,68 per cento. Numeri che fanno ritornare lo spettro di qualche mese fa, quando la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e tedeschi. Per la Spagna lo spread apre a 428 punti. Subito dopo l’apertura, lo spread Btp/Bund è poi sceso a quota 393,6 punti. Il rendimento, invece, si è collocato al 5,69%. Lieve miglioramento anche per i titoli spagnoli ora a 423,4 punti, dopo un’apertura a 428 punti.

Borsa, spread e questione morale nella Lega sono le apertura dei quotidiani italiani. Il Corriere della Sera, Repubblica, il Messaggero, l’Unità e il Manifesto si occupano dei dati della giornata di ieri in Borsa, che ha visto il crollo di tutte le borse europee con Milano che ha chiuso con un calo del 5%, e dell’aumento dello spread, risalito oltre quota 400. Gli altri giornali aprono invece con il comizio della Lega di ieri sera a Bergamo, in cui Maroni ha promesso pulizia e nuove regole per il partito e Bossi in lacrime si è scusato per il comportamento dei figli, ma è stato comunque fischiato da parte del pubblico. I quotidiani sportivi aprono con la vittoria del Milan, che si riprende momentaneamente la testa della classifica in attesa della partita di stasera della
Juventus.=

Sempre tensione sui titoli di stato decennali italiani, il cui spread con i Bund tedeschi oggi ha aperto la  giornata a quota 400 punti. Ieri il differenziale aveva chiuso a 404 punti con un rendimento del 5,68 per cento. Numeri che fanno ritornare lo spettro di qualche mese fa, quando la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e tedeschi. Per la Spagna lo spread apre a 428 punti. Subito dopo l’apertura, lo spread Btp/Bund è poi sceso a quota 395.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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Piazza Affari buca la soglia di 15.000. Alta tensione sul mercato dei titoli di stato italiani: il differenziale Btp-Bund balza del 5% circa ai massimi di due mesi. Rendimenti decennali in rally al 5,58% (grafico).

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Borsa Milano -3%: alert spread, sfonda quota 390

La tensione sul mercato dei titoli di stato italiani aumenta: il differenziale tra i rendimenti balza del 5% circa. Rendimenti BTP decennali in rally al 5,58%. E’ corsa sui bund tedeschi, tassi ai minimi storici. I TITOLI PEGGIORI DEL FTSE MIB.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Borsa Milano -2,4%, alert spread a quota 391

Manovre, tasse, lacrime e sangue non bastano. Italia e Spagna tornano nel mirino della speculazione alla riapertura dei mercati dopo la pausa per Pasqua. Sotto pressione ci finiscono i titoli di Stato nella settimana decisiva per il varo della riforma del lavoro. E così il famigerato spread, il differenziale tra i Btp italiani e l’omologo bund decennale tedesco, è tornato a salire verso l’alto, toccando in avvio di contrattazioni la quota di 386 punti base, a un passo da quei 400 punti che sembravano orami acqua passata. Quindi un livellamento e il riassesto a circa 380 punti, una cifra che resta da allarme. Il rendimento dei decennali italiani è risalito fino al 5,52 per cento. Come detto, in difficoltà anche i Bonos di Madrid, il cui differenziale rispetto alle cedole tedesche ha superato i 400 punti. In affanno anche le Borse europee: all’inizido delle contrattazioni, trascinata al ribasso dal comparto bancario, Piazza Affari perdeva più di 1,5 punti percentuali.

Sembra che dopo tanti anni l’Italia si appresti ad applicare una direttiva europea, relativa alla commercializzazione dei rimedi omeopatici risalente al 2001, recepita in Italia nel 2006 con la legge 219, ma che per i prodotti omeopatici non è mai stata applicata totalmente. Se confermato si assisterà ad un miglioramento degli standard farmacologici italiani. I prodotti omeopatici sono venduti legalmente nelle farmacie ed un po’ di organizzazione in un campo pieno di confusione non può che fare bene; alla fine si tratterebbe di un provvedimento a vantaggio dei consumatori. Si potrebbe così fare chiarezza su cos’è l’omeopatia, sui costi di produzione e sugli ingredienti dei granuli in vendita.

Il consenso dei Partiti è pari al 4%. La popolazione è affamata, disoccupata, stremata. Ma loro rimangono arroccati nel bunker e studiano ogni strategia per continuare a mantenere i privilegi e a perpetrare l’intreccio tra affari (sempre i loro) e politica. L’Italia è governata dall’emissario del mondo bancario, con l’avallo del Vaticano e il sigillo della Bce. Monti Python oramai ha palesato in pieno la propria politica fondata sulla iniquità, sulla chimera dell’interesse dei “giovani”, sulle false ristrutturazioni.

Pare una trama da film, di fantapolitica. Invece è la triste verità. Gli italiani in questi decenni hanno sopportato di tutto, in parte ne sono stati complici, legittimando partiti indecenti, retti da personaggi indecenti, credendo alle favole, drogati dalla Tv. Hanno consentito che i partiti candidassero figure squallide, mediocri, losche. Abbiamo assistito allo sperpero di denaro pubblico, in parte anche partecipando al banchetto.

Alla luce di tutti i castelli di carte che stanno crollando e che rivelano le disgustose pratiche dei partiti politici italiani, ultimo in ordine di tempo il duro e puro baluardo della Lega Nord, con il suo leader storico ormai sempre meno duro e sempre meno puro Umberto Bossi, mi ritorna dirompente alla mente la puntata di Servizio Pubblico del 29 marzo e quel grido di dolore e disperazione di Massimiliano, l’operaio di Sestri Ponente che con foga, con rabbia e frustrazione nei microfoni di Sandro Ruotolo ai politici urlava tutto il suo dolore. Quel “Gli avete mangiato il cuore, siete delle merde” superava come una bomba quella sottile linea della “buona educazione” e del “rispetto” a cui Michele Santoro faceva appello, rimproverando in modo insopportabile e arrogante l’operaio che evidentemente non sa stare nei salotti della televisione.

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