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Jihad

Ha chiamato il figlio Jihad, che in arabo indica lo sforzo compiuto da un credente per raggiungere Allah, ma che in Occidente è meglio conosciuto con la traduzione di “guerra santa”. E fin qui, nulla di eccezionale: il nome è abbastanza diffuso nel mondo islamico. Non fosse che il piccolo è nato l’11 settembre (del 2009) e che la madre ha avuto la brillante idea di mandarlo a scuola con una maglietta con su scritto “je suis une bombe”, “sono una bomba”.

Sono entrati nell’ufficio del direttore uno alla volta, a capo chino e con le braccia incrociate come fossero ammanettati. In una delle prigioni militari più dure della Siria mi hanno raccontato perché hanno deciso di aiutare i ribelli a rovesciare il regime di Assad. Si sono seduti dinanzi a me: un franco-algerino piuttosto basso sulla quarantina, con una lunga barba; un turco che mi ha detto di essere stato addestrato in un campo talebano lungo il confine afgano-pachistano; un siriano che mi ha raccontato di aver aiutato due attentatori suicidi a farsi saltare in aria nel centro di Damasco e un mufti che si è lanciato in una lunga filippica sulla necessità di unire tutti i siriani.

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