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Federmeccanica-Fim Cisl e Uilm hanno siglato il contratto nazionale dei metalmeccanici per il periodo 2013-2015. Gli incrementi salariali previsti saranno pari a 130 euro medi al quinto livello nel triennio, erogati in tre tranches: 35 euro il 1 gennaio 2013, 45 il 1 gennaio 2014 e 50 il 1 gennaio 2015.  Il contratto riguarda quasi duemilioni di lavoratori.

La riforma delle pensioni sta per finire in un’aula di giustizia. I 260 mila esodati (licenziati senza diritto alla pensione) passano al contrattacco. Decisi a portare in tribunale il ministro Elsa Fornero.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Lavoratori: pronta class action contro Fornero per mobbing

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«Protesto per una paga migliore: con quello che mi danno non riesco a comprare del cibo per i miei bambini che hanno meno di 6 anni». Sono le parole paradossali di Pamela Waldron al New York Times. Pamela lavora infatti in un Kentucky Fried Chicken della “Grande Mela” da otto anni ma guadagna poco meno di 8 dollari l’ora (5,50 euro) e per questo è in sciopero da giovedì scorso insieme ai suoi colleghi di KFC, McDonald’s, Burger King, Taco Bell, Wendy’s e a molti altri lavoratori delle catene di “fast food” o meglio “junk food” (cibo spazzatura).

Causa alla Fornero Ora fanno sul serio e non guardano in faccia nessuno. Gli esodati passano all’attacco della Fornero. In Parlamento si è arenata l’ultima possibilità di garantire i 260 000 lavoratori che sono rimasti fuori dai provvedimenti messi in campo dal governo. Ora gli esodati vogliono portare in tribunale il ministro Elsa Fornero. I delusi hanno già dato mandato allo studio legale Alleva di Bologna per denunciare il ministero del lavoro per danni morali e mobbing sociale.

Accanimento “Contro di noi si è creato un vero e proprio accanimento da dodici mesi a questa parte. Ora basta”, afferma Francesco Flore, del Comitato Nazionale Contributori Volontari. Questi lavoratori hanno sottoscritto accordi con le proprie aziende, hanno lasciato il proprio impiego continuando a versare autonomamente i contributi per raggiungere la soglia fissata prima della riforma Fornero. “Siamo quelli che abbiamo subito più pesantemente gli effetti della riforma. Dietro di noi non ci sono sindacati o associazioni che fanno pressing sul governo”, afferma Flore. I contributori volontari rappresentano circa la metà di quei lavoratori che è ancora in attesa della salvaguardia. Sono 130.000 lavoratori, al netto dei 20 mila coperti dalla “Salva-Italia” e dalla “Spending Review”. ”Da dodici mesi viviamo in un clima di incertezza e con l’impossibilità di programmare il nostro futuro. Non sappiamo di che morte morire, e questo non può che crearci ansia , depressione. Vorrei vedere un ministro vivere una situazione del genere”, aggiunge sempre Flore. Così nasce l’idea di dare mandato allo studio bolognese, lo stesso che ha difeso i lavoratori Fiom licenziati a Pomigliano, di raccogliere le adesioni di ricorrenti per avviare una causa civile e chiedere il risarcimento per i danni causati dall’incertezza causata dai provvedimenti del governo.

I “Quindicenni” Alla protesta si sono uniti i “Quindicenni”. Un’ altra categoria travolta  dalla riforma Fornero e ora sul piede di guerra. Sono circa 65mila, hanno lasciato il lavoro prima del 1992, grazie a una serie di deroghe previste dalla legge Amato 503, e che consentiva a chi avesse versato 15 anni di contributi prima del 1992 (o avesse ricevuto entro la stessa data l’autorizzazione a versare i contributi volontari), di incassare a 60 anni – per le donne – e 65 – per gli uomini – una pensione di vecchia proporzionale a quanto versato.Ora, l’Inps ha cambiato idea. Con una circolare l’istituto per la previdenza sociale ha imposto regole più restrittive per queste deroghe, imponendo il versamento di almeno 20 anni di contributi. Così chi ormai da molti anni è fuori del mercato del lavoro a rientrare o a versare le quote mancanti. “Sono cifre impossibili da sostenere”, spiega Evelina Rossetto, del comitato “I Quindicenni”. “Si tratta per la maggior parte donne, che hanno lasciato il lavoro dedicandosi a lavori casalinghi e facendo le veci – nei fatti – dello Stato, realizzando una sorta di Welfare suppletivo. Non hanno da parte 30-40 mila euro da versare per ottenere ciò che una norma aveva già previsto spettasse loro. E non è nemmeno possibile riavere indietro quanto versato. Diventano contributi silenti, persi per sempre”. Ora la Fornero si deve difendere. Davanti alla legge e davanti a chi lavora. Cosa non facile.

“Mi rivolgo ai lavoratori e alle lavoratrici: nessuna conquista vi è stata regalata. Avete lottato e sostenuto duri sacrifici perché vi siete trovati contro il grande padronato, le destre, i governi della Democrazia cristiana. Per ogni lotta è stata decisiva la presenza e l’azione del Partito comunista: dare voti alle destre significherebbe compromettere le conquiste raggiunte e rendere più aspre le lotte per nuovi miglioramenti che sono necessari. Dare più voti al Pci significa creare le condizioni per nuove avanzate della classe operaia, dei braccianti, dei contadini, degli impiegati, dei tecnici, del popolo del Mezzogiorno, dei pensionati. Ai pensionati la Dc ha saputo solo promettere aumenti di poche decine di lire. I pensionati sanno che l’avanzata del Pci può garantire la soddisfazione della loro aspirazione che non è quella di ricevere elemosine, ma aver diritto a una vecchiaia serena.”

Ristrutturare per ricapitalizzare. Ma a pagare alla fine sono i lavoratori. Succede in Spagna, dove il quarto istituto di credito del Paese, Bankia, ha annunciato il proprio piano di ristrutturazione indispensabile per ricevere una parte dei 37 miliardi di aiuti in arrivo dall’Europa: chiudono 1.000 delle 3.000 agenzie aperte e circa 6.000 lavoratori finiscono a casa. Soddisfazione da parte del Fondo monetario internazionale che in una nota destinata alla Commissione europea ammette “importanti progressi fatti nella gestione della crisi bancaria secondo la tabella di marcia prevista. Ma i passi più importanti devono ancora essere compiuti”.

L’impegno di Mario Monti e del governo sull’Ilva: tutelare occupazione e ambiente. E’ quanto comunica Palazzo Chigi sul caso dello stabilimento di Taranto. Il premier ha provato a rassicurare: “Il governo non ha alcuna intenzione di entrare in contrasto con la magistratura e farà attenzione alle indicazioni dei magistrati”. Inoltre, l’esecutivo rivendica che sul caso Ilva, sin dal 5 settembre e a seguito della riunione organizzata il 17 agosto a Taranto, il Consiglio dei ministri ha concordato una strategia condivisa con le amministrazioni locali, che mira anche a evitare un impatto negativo sull’economia stimato in 8 miliardi di euro annui.

La limatura del decreto – I sindacati, da par loro, chiedono una maggiore assunzione di reponsabilità per quella che definiscono “una tragedia economica e occupazionale che mette a rischio anche la credibilità del Paese”. Monti ha replicato assicurando che il decreto legge per sbloccare la situazione già domani, venerdì 30 novembre, sarà all’esame del Consiglio dei ministri. Il decreto non è però ancora stato consegnato ai partecipanti della riunione: il governo, infatti, deve proseguire nella “limatura” del testo dopo aver ricevuto un sostanziale via libera da parte di chi ha preso parte al vertice. Il provvedimento è chiesto tanto dal governo quanto da azienda e sindacati; la Regione, da par suo, contesta la necessità che l’intervento del governo non assuma i connotati di uno scontro con la magistratura. 

Dubbio di costituzionalità – Nel dettaglio, il decreto punta a dare valore di legge all’Autorizzazione integrata ambientale dello scorso 26 ottobre, restituendo la gestione dello stabilimento all’azienda, nel rispetto delle severe prescrizioni (in parallelo, viene prevista la decadenza dei custodi). Grazie al decreto, i sequestri andrebbero a perdere efficacia, mentre la riapertura dell’impianto dovrebbe avvenire in automatico con l’entrata in vigore del decreto stesso. La durata del decreto è legata ai tempi di adempimento dell’Aia. L’osservanza delle prescrizioni verrà controllata da un “garante”, affiancato da un comitato dei lavoratori. Resta ancora il possibile ricorso di incostituzionalità, ventilato dal presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. Questa possibilità, però, è stata negata dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, che sostiene che il provvedimento non abbia altro come scopo altro che l’applicazione della legge.

Il vertice – Al vertice di Palazzo Chigi hanno preso parte anche  il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà , il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, quello dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, il ministro del Lavoro, Elsa Fornero e il responsabile della Salute, Renato Balduzzi. Presenti anche il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola con il sindaco di Taranto e il presidente dell’omonima provincia, oltre ai rappresentanti sindacali.

La protesta – Nel frattempo, fuori da Palazzo Chigi, si svolgebva la protesta di centinaia di lavoratori dello stabilimento tarantino: la loro manifestazione è stata bloccata in via del Corso dalle forze dell’ordine. Duri gli slogan dei lavoratori contro governo e Parlamento: “Politici, siete solo dei parassiti”, urlavano. Proteste anche a Genova, dove i lavoratori dell’impianto locale dell’Ilva hanno ancora bloccato il centro.

Non dite all’Ilva, in piena crisi, che per salvare la societa’ siderurgica e i suoi 2.500 lavoratori, il Ministro francese del Rinnovamento Industriale, Arnaud Montebourg, minaccia un “takeover pubblico temporaneo”.

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Dopo Peugeot Hollande vuole nazionalizzare Arcelor Mittal

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Ora ci si è messo anche il maltempo. Bisogna anzitutto pensare all’operaio disperso, ennesima vittima della protervia padronale (perché era lì a lavorare su una gru obsoleta e malmessa?) e della furia degli elementi scatenati anche a causa del degrado ambientale (e qui mi auguro davvero che non ci sia qualche imbecille pronto a contestare l’innegabile legame fra attuale modello di sviluppo e cambio climatico, aggravato dalla perdurante inazione della comunità internazionale, vedi l’ennesimo fallimento costituito dalla conferenza di Doha). E poi stringersi attorno ai lavoratori dell’Ilva che non si rassegnano alla chiusura della loro azienda. Tutto sembra cospirare contro di loro. Ma i danni della tromba d’aria sono certamente minori e meno preoccupanti di quelli del padronato cinico e truffaldino e di un sistema politico in buona misura imboscato alle sue spalle e incapace di articolare un progetto atto a salvare insieme, l’ambiente e la salute dei cittadini di Taranto, la produzione italiana di acciaio e il lavoro di migliaia e migliaia di persone in tutta Italia. 

Ci sono interessi perché l’Ilva chiuda. Lo dice il ministro dell’Ambiente Corrado Clini a Radio Anch’io. Ancora una volta è il titolare della delega all’Ambiente a essere in prima linea (quasi isolato) nel lavoro del governo per risolvere la questione dello stabilimento pugliese. “Ci sono interessi politici espliciti – ha aggiunto Clini – di chi anche nei mesi scorsi in campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Taranto ha chiesto ripetutamente la chiusura dell’impianto; c’è evidentemente una valutazione della magistratura che sostanzialmente ha chiesto la chiusura; ci sono poi interessi oggettivi, non dico che c’è un grande vecchio dietro, ma interessi oggettivi perché se chiude l’Ilva i concorrenti europei e quelli asiatici fanno festa”. Bisogna aver chiaro, ha proseguito, “qual è il gioco e nessuno di noi può far finta di non sapere. La protezione della salute e dell’ambiente non si assicurano chiudendo l’impianto perché la sua chiusura lascerebbe lì un deserto inquinato. La chiusura infatti deriverebbe da un contenzioso tra l’Ilva e la magistratura che è appena iniziato. Prima che la questione arrivi in dibattimento, come già visto in molti altri siti italiani, le cose rimangono lì per anni”.

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