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Secondo il rapporto ADP, nel mese di novembre creati 118 mila posti di lavoro. Il dato è inferiore alle stime e anticipa la comunicazione, prevista per domani, del rapporto sull’occupazione Usa. Grafico: andamento S&P500 e VIX, l’indice della volatilita’

pubblicato da Wallstreet Italia
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Wall Street, atteso avvio in rialzo nonostante i dati sul lavoro

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Il Denaro, Il Fatto Quotidiano, Libero Quotidiano

Renzo Bossi “Il Trota” combatte contro la crisi come qualsiasi altro ragazzo. A rivelarlo è la rubrica “Sussurri fra Divi” di Diva e donna che racconta il periodo post scandali e la svolta da pollice verde del figlio di Umberto Bossi. Sulle pagine del settimanale si legge: “Dopo lo scandalo, nessuno vuole assumermi, non trovo lavoro”. Infatti, dopo le dimissioni da consigliere regionale, Renzo si è reinventato agricoltore aprendo un’azienda agricola a Brenta. Il figlio del Senatur ha cercato occupazione anche in una compagnia di assicurazioni ma senza ottenere grandi risultati. 


pubblicato da Libero Quotidiano

Lo dice senza giri di parole: “Sono oltre 260 mila i precari nella pubblica amministrazione” e “non è ipotizzabile una stabilizzazione di massa”. Il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, fotografa così lo scenario del mondo del lavoro nel settore pubblico. Durante un’audizione alla commissione Lavoro della Camera, Patroni Griffi ha ricordato che i precari sono 130mila nella scuola, 115mila tra sanità e enti locali e 15mila nelle amministrazioni centrali.

Per il ministro la stabilizzazione di massa “sarebbe contro il dettato costituzionale” e annullerebbe la possibilità di entrata nelle amministrazioni pubbliche dei giovani. “Ogni soluzione deve essere graduale“, ha aggiunto, spiegando che tra le possibilità per risolvere temporaneamente il problema dei contratti in scadenza c’è la deroga al limite massimo per i contratti a termine (36 mesi) portandola in alcuni casi specifici a 60 mesi.

L’Italia della crisi aguzza l’ingegno. Per alcuni potrebbe essere solo la faccia – la più ricorrente? – della disperazione. Giudicherete voi, attenti lettori del Fatto. I numeri per ora raccontano un fenomeno che in Italia è in via di moltiplicazione: cresce il numero di coloro che hanno un doppio lavoro. Spesso sono dipendenti a tempo indeterminato, determinato o con contratto a progetto che, oltre alle loro ore di lavoro a tempo pieno o part-time, associano un’altra attività prevalentemente legata ad una passione tenuta nel cassetto (ma attenzione, non sempre).

Non è una novità, di per sé, l’ipocrisia dei liberal che predicano bene ma razzolano male, quando si parla (e si agisce) in tema di tasse, di lavoro, e di interessi propri da difendere gelosamente, astutamente, e con tutti i mezzi anche senza badare per il sottile, in qualche caso. Ma il novembre 2012, in America, si candida ad essere il “mese al top dell’ipocrisia politico-fiscale”, in aggiunta ad essere il mese del trionfo di Obama (anzi, a ben vedere questo è il motivo). Si sa che, dal primo gennaio, le imposte sui dividendi azionari e sui capital gain verranno elevate perché l’Obama vincitore lo vuole, e non prorogherà i tassi più bassi introdotti da Bush nel 2003. E prendiamo ora, tra le società quotate del settore della grande distribuzione, la Cotsco. Per chi non fosse familiare con la “cultura politico-simbolica” negli Stati Uniti, aggiungiamo che Wal-Mart è la catena del “male”, perché è senza sindacati organizzati, mentre Cotsco è, seppure di dimensioni inferiori, la catena del “bene”. Piace ai liberal, che ne hanno fatto un oggetto di culto: è il posto dove andare, anche se ha i prezzi un po’ più alti di Wal-Mart. Se dici a Manhattan agli amici (di sinistra, che sono il 90%) che vai a fare la spesa da Wal-Mart fuori città (a New York Wal-Mart è bandita dalla maggioranza democratica in consiglio comunale e dai sindacati), ti guardano male, stupiti come se dicessi che non sei per Obama. 

L’asse Democratici-Cotsco non è una fisima mia, ma un fatto concreto. Il vicepresidente Joe Biden, qualche giorno fa, è andato di persona a offrire la sua presenza in occasione della apertura di un nuovo emporio vicino a Washington, segno della simpatia reciproca tra questa Casa Bianca e l’azienda. Si dirà che questo prova poco, ed è vero, perché si trattava di una lodevole iniziativa di sviluppo, di nuovi posti, di spinta ai consumi, e quindi è ok che ci fosse l’autorevole vice. Ma se prima di Biden in visita al negozio è stato il co-fondatore di Cotsco, Jim Sinegal, ad essere invitato alla Convention Democratica di Charlotte per tenere un discorso in prima serata, la affinità è stra-provata. Infatti, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal il 30 novembre, nel suo discorso in settembre Sinegal aveva descritto Obama come “un presidente che sta facendo una economia costruita per durare”, e che “le condizioni devono essere giuste per fare sì che aziende come Cotsco investano, crescano, assumano e siano fiorenti. E ciò richiede qualcosa da ognuno di noi.” Nel gergo delle persone ricche pro Obama, da Warren Buffett in giù, ciò significa che tutti, e sicuramente i facoltosi, devono essere <fair>, corretti e giusti, nella doverosa condivisione dei sacrifici. 

Ma ecco in azione, dalle parole ai fatti, il superliberal “pro Obama che tassa i ricchi”. La società Cotsco, la settimana scorsa, ha annunciato che pagherà un “dividendo speciale” di 7 dollari questo mese. E’ un regalo di Natale da 3 miliardi per tutti gli azionisti che permetterà loro di essere tassati al tasso di Bush del 15%, ancora in vigore, e non a quello di Obama del 43,4%, un aumento al 39,6% pre Bush, più il sovraccarico del 3,8% inserito nella legge sanitaria ObamaCare. 

La furbata non è solo l’eccezionale tempismo, ma pure il fatto che per coprirsi d’oro in zona Cesarini la Cotsco ha annunciato che prenderà a prestito 3,5 miliardi per finanziare la grandinata di dividendi a sconto. Uno pensava che i dividendi si pagano se ci sono soldi guadagnati in cassa, o accumulati. Andare in banca a chiedere soldi per trasformarli in dividendi non è esempio di ortodossia gestionale. Forse farà felici gli azionisti, ironizza il WSJ, ma le agenzie di affidabilità dei debitori non l’hanno presa bene: Fitch ha abbassato il rating da AA- a A+, e S&P ha bloccato la procedura, sotto esame, per un potenziale innalzamento del suo. 

Tra i maggiori beneficiari, ovviamente, è Sinegal, che possiede circa 2 milioni di azioni, con sua moglie che ne ha altre 84.669. A 7 dollari ad azione, l’ex CEO, che siede ora nel consiglio di amministrazione, intascherà circa 14 milioni. Pagando il 15% della tassa di Bush si ritroverà con circa 12 milioni, mentre se avesse dovuto pagare il tasso del 43,4% di Obama avrebbe incassato 8 milioni circa. Quattro milioni tondi tondi razzolati in più della quota che era stata predicata come “fair” davanti ai delegati della Convention. Alla faccia dei “sacrifici condivisi”, che sono solo quelli dei poveretti che fanno la spesa da Wal-Mart per risparmiare qualche dollaro.

di Glauco Maggi    

La Camera ha approvato la legge sull’equo compenso per i giornalisti freelance e i collaboratori autonomi. Dopo mesi di tira e molla, ora è arrivato il via libera, con il voto unanime della commissione cultura di Montecitorio convocata in sede legislativa.

Come ricordato dal sottosegretario all’Editoria, Paolo Peluffo, la legge istituisce una commissione presso il dipartimento Editoria della presidenza del Consiglio che dovrà definire l’equo compenso e redigere un elenco dei media che garantiranno il rispetto delle retribuzioni. “Mi auguro – dice Peluffo – che tutti, sindacati dei giornalisti, datori di lavoro, ministeri interessati, l’Inpgi, l’Ordine dei giornalisti collaborino per cercare assieme soluzioni equilibrate che rispondano all’obiettivo posto dalla legge. Legge che rappresenta una novità importante non solo nel nostro Paese ma nello scenario europeo perché sancisce il valore economico e sociale dei lavoratori della conoscenza, in un momento di totale trasformazione dell’editoria verso il digitale”.

Un debito da 19 miliardi di euro: è la somma astronomica, e costantemente in crescita, che la Pubblica amministrazione deve ancora pagare alle imprese di costruzione. Si tratta di una delle tante pieghe del debito, più generale, che lo Stato ha con le aziende, un debito che tocca quota 90 miliardi. A denunciare il dramma dei ritardati   pagamentiè l’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni presentato oggi dall’Ance, l’associazione nazionale costruttori edili.

La carica dei disoccupati – In media le imprese che realizzano lavori pubblici sono pagate dopo 8 mesi e le punte di ritardo superano ampiamente i 2 anni. Tra le primcipali cause di ritardo c’è l’ormai famigerato patto di stabilità, che limita fortemente la capacità di investimento degli enti locali. Ma come sottolinea il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti, per questa   situazione in Italia “non ci sono sanzioni, mentre negli altri paesi sì”. Ai pagamenti in ritardo si aggiungono gli effetti di una crisi pesantissima: secondo le ultime stime a fine 2012 si perderanno ben 360 mila posti di lavoro, in aumento del 17,8% rispetto all’anno scorso. “E non dimentichiamo – aggiunge Buzzetti – che tra quei mancati posti di lavoro, ce ne sono 72 dell’Ilva, 450 dell’Alcoa e 277 di Termini Imerese”. Forte è stata l’accelerazione del ricorso alla cassa integrazione da parte delle imprese di costruzioni. Tra il 2008 e il 2011, il numero di ore autorizzate aumenta del 93% nel 2009, del 33% nel 2010 e del 4,7% nel 2011. E nei primi dieci mesi del 2012 si registra un’ulteriore e significativa crescita del 28,3% sui livelli già elevati dello stesso periodo dell’anno precedente. Se questa tendenza venisse confermata per l’intero anno corrente, il numero di ore autorizzate risulterebbe pari a 140 milioni, ossia 3,5 volte il risultato del 2008, pari a 40 milioni. 

Investimenti in picchiata – Di fronte a questi numeri, impossibile non registrare un calo degli investimenti, che tra il 2008 e il 2013 sono scesi del 29,9%, pari a 53 miliardi in meno. Nel 2012, gli investimenti sono stati di 130,6 milioni di euro e sono calati del 7,6% su base annua, considerando che già il 2011 registrava un -5,3 per cento. E le proiezioni dell’Ance per il 2013 non sono rosee: gli investimenti si abbasseranno ulteriormente del 3,8% rispetto all’anno corrente. Settore particolarmente colpito è quello dell’edilizia pubblica, per il quale sono stati investiti appena più di 24,8 milioni di euro nel 2012.

Stretta dalle banche – La contrazione del mercato, è inasprita dalla stratta sul credito. I mutui per l’acquisto delle case è in caduta libera per la difficoltà delle famiglie di accedere alle banche e nel primio semestre 2012 è stato registrato un calo del  47,9 per cento. E considerando tra il 2007 e il 2011, i flussi di nuovi mutui sono dimiuiti del 21,5 per cento. Tuttavia, le famiglie italiane sono le meno indebitate d’Europa. Stando ai dati 2010, il trend dell’indebitamento delle famiglie italiane per i mutui residenziali   relativo al Pil è del 22,7% contro il 107,1% dell’Olanda, prima, e il 101,4% della Danimarca seconda. L’Italia si trova nel gruppo delle più grandi economie europee con   famiglie meno indebitate, dalla Germania (46,5%) alla Francia (41,2%), mentre è del 64% il tasso di indebitamento delle famiglie in Spagna.

 

 

 

 

 

 

Oggi è un bel giorno per l’informazione ma anche per la politica che si riappropria (qualche volta succede) della sua funzione: approvare leggi che imprimono nell’ordinamento principi di equità
La Camera ha approvato infatti la legge sull’equo compenso dei cronisti e che, come hanno giustamente affermato in conferenza stampa Enzo Iacopino e Roberto Natale (Ordine dei Giornalisti e Federazione nazionale della Stampa) “mette fine alla schiavitù nel mondo dell’informazione”. 

La busta conteneva una sostanza polverosa. Messaggio di minaccia, ma non e’ antrace. Il 118 sta organizzando il trasporto all’ospedale Spallanzani di sette persone entrate in contatto con il contenuto.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Pacco sospetto al ministero Lavoro, 7 in ospedale

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Ricevo e pubblico il commento di Anna Lisa Mandorino, vice segretario generale di Cittadinanzattiva sul decreto Ilva:

Il presidente Napolitano ha firmato nella serata di ieri il decreto del governo sull’Ilva che, di fatto, vanifica le disposizioni della magistratura e consente all’Ilva di continuare a produrre contro il diritto alla salute dei cittadini tarantini.

Questo decreto non ci piace per una serie di ragioni, di cui proverò a sintetizzare le principali:

Compromette il rapporto fra due poteri dello Stato che, in un caso come quello tarantino, avrebbe dovuto ispirarsi all’unità degli intenti e delle azioni a tutela dei diritti garantiti dalla Costituzione.

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