Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

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Sono bastate quattro sedute e  295 minuti alla commissione Difesa della Camera per esprimere un parere entusiasta e praticamente senza riserve sulla legge di delega al Governo per la riforma delle forze armate. Minuti ai quali se ne dovrebbero aggiungere per la verità altri 440 di audizioni durante i quali sono stati sentiti il Capo di stato maggiore della Difesa, i rappresentanti del Ministero delle finanze e della Ragioneria dello Stato, i Cocer delle Forze armate, i sindacati del personale civile della Difesa, i rappresentanti di un paio di istituti di ricerca, persino giornalisti della stampa specializzata. Circa un centinaio di “auditi” che avrebbero dovuto tentare un breve riassunto dell’Universo avendo a disposizione 4 minuti a ciascuno. Dovrebbero chiedere l’ammissione al Guinness dei primati.

Come racconto su Il Fatto Quotidiano di oggi, la legge dice no al Palais Lumière, la torre di 250 metri che lo stilista franco-trevigiano Pierre Cardin vorrebbe piantare a Marghera. Dopo mesi di dibattito si scopre che il grattacielo da emiri alto due volte e mezzo il campanile di San Marco, il superfallo che voleva violare Venezia e la sua laguna è bloccato dal più ovvio e prevedibile degli ostacoli: il direttore regionale dei Beni culturali del Veneto, Ugo Soragni, ha infatti comunicato al Comune di Venezia che «sull’area interessata dall’intervento edificatorio in oggetto debba ritenersi operante il vincolo paesaggistico ex lege». Se finirà così (e il condizionale è d’obbligo, vista la sensibilità di questo governo verso il potere economico), sarà una incredibile irruzione del normale (la legge!) in un paese dove sembra ovvio trattare Venezia come se fosse Dubai.

 

Gli eventi accelerano. Allora Silvio Berlusconi decide di posticipare la presentazione del libro di Bruno Vespa (di una settimana) per convocare il bureau del Pdl e decidere cosa fare col governo: staccare la spina o lasciarlo in carica qualche altro mese ancora? Questo sarà l’argomento principale del vertice riunito oggi a Palazzo Grazioli. Insieme alla discussione sulla legge elettorale, finita quasi irrimediabilmente su un binario morto. In subordine la questione non meno importante (per i colonnelli, a Silvio frega poco) delle primarie e dello spacchettamento del Popolo della libertà in più segmenti. 

 

La legge elettorale eri sera, martedì 4 dicembre, si è riunita l’assemblea dei senatori azzurri. Come scrive Salvatore Dama su Libero in edicola oggi, mercoledì 5 dicembre, non c’è condivisione nel gruppo: anzi raccontano di liti furibonde tra alfaniani e berluscones, i primi intenzionati a cambiare la legge reinetroducendo le preferenze gli altri difensori dello status quo. E c’è stata anche una cena segreta, una cena da resa dei conti. In cui, secondo quanto scrive il Giornale, si sono incontratiAlfano, Cicchitto, Gasparri, La Russa e Quagliariello pronti a smarcarsi dal Cavaliere usando il grimaldello della legge elettorale per provare ad arginare un Berlusconi determinato ad andare da solo. Gasparri e Quagliariello sono convinti che il Pdl debba votare la reintroduzione delle preferenze in modo da mettere un freno all’ex premier al momento della costituzione delle liste.  Non è un mistero che il Cavalilere  preferirebbe tenersi il   Porcellum, con le liste bloccate e una soglia di accesso bassa (al 2%)  per consentire ai piccoli partiti federati l’ingresso in Parlamento.  Niente preferenze, al massimo un premio di maggioranza da far scattare  con il 40% dei voti. Su questo, Berlusconi sarebbe stato categorico.   Così come sarebbe deciso ad andare fino in fondo nella battaglia per   l’election day il 10 frebbraio. Anche a costo di minacciare la crisi  di governo. Allo stato, l’ex premier non ha ancora realmente   deciso se candidarsi o meno alla premiership. Ma è convinto che per   giocarsi la sua partita ad armi pari con Pierluigi Bersani nel 2013,   deve puntare a una nuova coalizione di centrodestra, alleata con la   Lega, per rispolverare tutto il suo armamentario anti sinistra e   mobilitare i moderati contro il ‘pericolo rossò formato dal blocco  Pd-Vendola.I

Incandidabilità Ma di prepotenza entra anche un altro argomento di stretta attualità: il decreto sulla incandidabilità dei condannati. L’esecutivo si infila nell’argomento giustizia come un elefante in una cristalleria. Mario Monti domani presiederà un consiglio dei ministri che, salvo ripensamenti, varerà un decreto per le liste pulite. Un atto ostile, secondo Berlusconi. Che è molto arrabbiato. Vero: l’incandidabilità riguarderà i condannati in via definitiva, lui non lo è. «Ma in Parlamento ci sarà la fila per presentare emendamenti che estendano l’incandidabilità anche ai condannati in primo grado», ne è sicuro Silvio. Teme il trappolone. E d’altronde, l’altro giorno, Gianfranco Fini aveva già accennato la cosa, proponendo un patto per tenere fuori dalle liste anche chi, come Berlusconi, è in attesa di un giudizio definitivo.

 

La legge elettorale eri sera, martedì 4 dicembre, si è riunita l’assemblea dei senatori azzurri. Come scrive Salvatore Dama su Libero in edicola oggi, mercoledì 5 dicembre, non c’è condivisione nel gruppo: anzi raccontano di liti furibonde tra alfaniani e berluscones, i primi intenzionati a cambiare la legge reinetroducendo le preferenze gli altri difensori dello status quo. E c’è stata anche una cena segreta, una cena da resa dei conti. In cui, secondo quanto scrive il Giornale, si sono incontrati Alfano, Cicchitto, Gasparri, La Russa e Quagliariello pronti a smarcarsi dal Cavaliere usando il grimaldello della legge elettorale per provare ad arginare un Berlusconi determinato ad andare da solo. Gasparri e Quagliariello sono convinti che il Pdl debba votare la reintroduzione delle preferenze in modo da mettere un freno all’ex premier al momento della costituzione delle liste.  Non è un mistero che il Cavalilere  preferirebbe tenersi il   Porcellum, con le liste bloccate e una soglia di accesso bassa (al 2%)  per consentire ai piccoli partiti federati l’ingresso in Parlamento.  Niente preferenze, al massimo un premio di maggioranza da far scattare  con il 40% dei voti. Su questo, Berlusconi sarebbe stato categorico.   Così come sarebbe deciso ad andare fino in fondo nella battaglia per   l’election day il 10 frebbraio. Anche a costo di minacciare la crisi  di governo. Allo stato, l’ex premier non ha ancora realmente   deciso se candidarsi o meno alla premiership. Ma è convinto che per   giocarsi la sua partita ad armi pari con Pierluigi Bersani nel 2013,   deve puntare a una nuova coalizione di centrodestra, alleata con la   Lega, per rispolverare tutto il suo armamentario anti sinistra e   mobilitare i moderati contro il ‘pericolo rossò formato dal blocco  Pd-Vendola.

 

 

La Puglia taglia ma non troppo. Solo venerdì scorso, infatti, la Regione aveva approvato un disegno di legge sulla riduzione dei costi della politica che prevedeva, tra le altre cose, una sforbiciata agli stipendi dei membri del Consiglio, l’abolizione di vitalizi e assegni di fine mandato e la revoca di ogni compenso ai condannati in via definitiva. “Un risparmio complessivo di 4 milioni e 800 mila euro all’anno”, aveva annunciato con soddisfazione il presidente del Consiglio Regionale, Onofrio Introna. Ora, però, arriva la denuncia di alcuni attivisti del Movimento 5 Stelle: “E’ solo fumo negli occhi: hanno fatto il minimo indispensabile per ottemperare alle direttive del Governo. E così hanno evitato i tagli più consistenti che chiedevamo noi e migliaia di cittadini pugliesi”.

Oggi è un bel giorno per l’informazione ma anche per la politica che si riappropria (qualche volta succede) della sua funzione: approvare leggi che imprimono nell’ordinamento principi di equità
La Camera ha approvato infatti la legge sull’equo compenso dei cronisti e che, come hanno giustamente affermato in conferenza stampa Enzo Iacopino e Roberto Natale (Ordine dei Giornalisti e Federazione nazionale della Stampa) “mette fine alla schiavitù nel mondo dell’informazione”. 

Epurati dalle parlamentarie Al secondo giorno delle primarie online del Movimento cinque stelle per le candidature al Parlamento scoppia ancora una volta il caso Bologna. Ivano Mazzacurati, Alessandro Cuppone e Lorenzo Andraghetti, sono scomparsi dalle Parlamentarie imposte da Grillo per l’Emilia-Romagna. I tre attivisti, in regola con tutti i requisiti, sono stati esclusi dalle liste. Andraghetti aveva già pubblicato online un video di presentazione della candidatura. E così Federica Salsi ha colto l’occasione per protestare ancora una volta contro il movimento. “Queste persone -ha detto La Salsi– avevano a tutti gli effetti i requisiti. Mi piacerebbe che Grillo, Casaleggio o lo staff dessero delle motivazioni chiare su determinate esclusioni”. Poi la consigliera comunale è tornata sulla sua denuncia di ieri per le minacce di morte ricevute su Facebook. “La maggior parte adesso -ha aggiunto la Salsi- sono persone che esprimono solidarietà e rimangono comunque stupite che si sia arrivati a toni di questo tipo. C’è sempre chi è comunque critico nei confronti del mio operato e continua a chiedersi cosa ci faccio nel Movimento 5 stelle. Ho aderito ad un movimento politico che porta avanti contenuti che io ho condiviso. In alcuni casi sono stata e continuerò ad essere critica perchè ci sono cose che non condivido o penso siano da verificare. Nel momento in cui ci sono problemi credo sia opportuno affrontarli, non credo siano motivi di uscita dal Movimento poi si vedrà quello che succede in futuro”. insomma la Salsi va avanti per la sua strada. Accada quel che accada. 

Vogliono farci fuori Intanto Grillo piange ancora miseria. E’ preoccupato per la nuova legge elettorale. “E’ in atto una corsa contro il tempo dei partiti per eliminare il MoVimento 5 Stelle dalle elezioni politiche 2013. La Commissione Affari Costituzionali lavora per questo senza sosta alla nuova legge elettorale. La prima mossa è l’abolizione del premio di maggioranza per scongiurare anche la più piccola possibilità che il M5S, in caso di vittoria, disponga della maggioranza parlamentare. La seconda è un emendamento di giornata che dovrebbe imporre ai partiti e ai movimenti di dotarsi di un vero e proprio (?) statuto. L’emendamento bipartisan di Enzo Bianco (Pdmenoelle) e Lucio Malan (Pdl) prevede che insieme ai simboli delle forze politiche siano depositate le copie degli statuti. Il M5S ha un “Non Statuto” composto da sette articoli, ma forse per i partiti non sarà sufficiente…”. Grillo ha davvero paura. ma guardando i sondaggi in calo la colpa non è della legge elettorale. I motivi della bufera sono altri. Da cercare dentro il movimento.

Lasciamo da parte i presunti reati. L’inchiesta sull’Ilva di Taranto illumina un caso esemplare di rapporti tra impresa, Stato e politica. Un triangolo che neppure il decreto legge della scorsa settimana vuole scalfire. Al vertice c’è la famiglia Riva: il capostipite Emilio (86 anni, agli arresti domiciliari da luglio) e i figli Fabio e Nicola. Con loro consulenti e manager, da ultimo, cioè dal luglio scorso, anche l’ex prefetto Bruno Ferrante. Vogliono produrre acciaio senza subire intralci dalle leggi e da chi le fa rispettare e perciò se la devono vedere con la base del triangolo: a un’estremità ci sono le persone “a modo, moderate, ponderate”; dall’altra parte i “rompicoglioni”. Le intercettazioni del processo per associazione a delinquere forniscono un esauriente lessico per ogni attitudine dell’animo umano, dalla più ampia disponibilità a farsi corrompere fino alla più rigida osservanza della legge.

Un emendamento ad hoc per fermare la corsa del Movimento 5 Stelle verso il Parlamento. A scriverlo è Beppe Grillo che sul suo blog dedica un post alla norma bipartisan che richiede alle forze politiche di depositare anche lo statuto oltre al simbolo. Un testo che secondo il comico è stato scritto apposta per ostacolare i 5 Stelle, da sempre dotati di un ‘non statuto’. 

Non sappiamo se il presidente Napolitano deciderà di dare la grazia al direttore Sallusti. Peraltro i comportamenti tenuti dal direttore del Giornale, la finta evasione, l’arresto successivo rischiano di rendere, anche dal punto di vista tecnico, difficile la concessione della grazia medesima.

Nel frattempo il giudice Cocilovo, proprio quello che era stato diffamato dal Giornale e che non hai mai ricevuto un biglietto di scuse, ha dichiarato: “Non ho intenzione di porre ostacoli, non credo al carcere come strumento di educazione…”. Se e quando dovesse essere concessa la “grazia” a Sallusti, sarà davvero il caso di concedere a Cocilovo almeno un “grazie”.

Il cosiddetto “caso Sallusti” ovvero l’ imperativo categorico “salvate il soldato Sallusti” sarebbe l’emergenza che si vive “al vertice delle istituzioni” mentre le grandi testate nazionali come le Tv pubbliche e commerciali ci aggiornano ad horas degli appelli a Napolitano

Il presidente della Repubblica che descrivono molto determinato a “risolvere” in breve tempo e con “qualsiasi mezzo” il caso di un condannato con sentenza definitiva che sta scontando la sua pena ai domiciliari ha fatto sapere tramite il suo portavoce Pasquale Cascella che “sta esaminando ogni aspetto della vicenda e considera tutte le ipotesi del caso”.

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