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Milano, 5 dic. (Adnkronos) – Due terzi delle famiglie italiane, circa 15 milioni di nuclei, sono alle prese con un calo dei redditi per colpa della crisi. Di questi, 11 milioni fanno fronte attingendo ai risparmi per circa 200 euro al mese, mentre altri 5,5 milioni ricorrono al credito da banche, finanziarie ma anche parenti. Sono i dati che emergono da una ricerca condotta da Swg su reddito, risparmi e ricorso al credito da parte delle famiglie, commissionata dal gruppo assicurativo Genworth, specializzato nella protezione del tenore di vita.

Su base annua, spiega Valeria Picconi, responsabile di Genworth per l’Italia, “questo significa che ogni famiglia sta drenando dai risparmi in media 1.900 euro, il che vuol dire in totale 21 miliardi. Questa drastica erosione del risparmio rende evidente il ‘gap di protezione’ che esiste in Italia, visto che le famiglie hanno bisogno di attingere ai risparmi o di aumentare il ricorso al credito per compensare il calo dei redditi o anche per far fronte a casi della vita, come l’arrivo di un figlio, lavori in casa o problemi di salute”.

I risultati della ricerca sono in linea con i dati di Bankitalia che mostrano flessione dei redditi, caduta del tasso di risparmio e aumento dell’indebitamento delle famiglie. “La creazione di una rete di protezione finanziaria contro il calo del reddito -aggiunge- è importante per consumatori e famiglie di tutte le età, ma soprattutto per i giovani che non hanno avuto il tempo di accumulare riserve”.

“La riduzione dei salari e la perdita del posto di lavoro sembra colpire ben oltre la media i giovani tra i 18 e i 34 anni -spiega Picconi, responsabile di Genworth per l’Italia-. La stessa fascia di età che viene maggiormente colpita in termini di perdita di reddito per il fallimento di iniziative private. La fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, che ha avuto meno opportunità di accumulare risparmio, ricorre più della media al credito come integratore del reddito, mentre la classe successiva, 45-54 lo fa di meno, avendo più riserve a cui attingere”.

Il rapporto Genworth mostra anche che, pur restando banche e finanziarie il principale punto di riferimento per quel 40% che ricorre al credito, la banca-famiglia resta un importante erogatore di prestiti, con 3 su 10 che dichiarano di farvi ricorso. Le famiglie che vivono nel Centro e nel Sud ricorrono di più al credito o all’utilizzo dei risparmi per integrare il reddito rispetto a quello del Nord, mentre risultano meglio protetti rispetto alla media i nuclei che vivono al Nord nella fascia d’età 45-54.

Per far fronte alla crisi, al costo della vita che si alza e agli stipendi che al contrario restano sempre uguali, gli italiani hanno cominciato ad intaccare il “gruzzoletto”. Circa 220 euro al mese per un totale di 21 miliardi. Undici milioni di italiani insomma stanno danto fondo ai risparmi oppure hanno chiesto prestiti, come rivela un’indagine condotta da Swg su un campione di 1.100 persone pubblicata da Repubblica. 


I numeri – I due terzi della famiglie hanno infatti visto ridursi le proprie entrate, in particolare il 63 per cento degli intervistati ha detto di trovarsi in cassaintegrazione o con una riduzione dello stipendio. Il 34 per cento ha perso il lavoro (o perché ha chiuso l’attività o perché è stato licenziato) e il 24 per cento ha rinunciato per motivi di salute (o per il pensionamento). Così la metà di quei due terzi inzia a dar fondo al gruzzoletto mentre l’altra metà fa ricorso al credito al consumo. 
I giovani – Fanno parte di questa seconda categoria i giovani (fra i 18 e i 34 anni) che non sono riusciti ad accumulare i risparmi. I giovani sono peraltro i più colpiti dalla perdita di reddito per licenziamento, riduzione del salario o fallimento di iniziativa privata. E sono loro che arrivano a chiedere contemporaneamente un aiuto finanziario alla famiglia, un prestito in banca e a intaccare quel poco messo da parte.

Un debito da 19 miliardi di euro: è la somma astronomica, e costantemente in crescita, che la Pubblica amministrazione deve ancora pagare alle imprese di costruzione. Si tratta di una delle tante pieghe del debito, più generale, che lo Stato ha con le aziende, un debito che tocca quota 90 miliardi. A denunciare il dramma dei ritardati   pagamentiè l’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni presentato oggi dall’Ance, l’associazione nazionale costruttori edili.

La carica dei disoccupati – In media le imprese che realizzano lavori pubblici sono pagate dopo 8 mesi e le punte di ritardo superano ampiamente i 2 anni. Tra le primcipali cause di ritardo c’è l’ormai famigerato patto di stabilità, che limita fortemente la capacità di investimento degli enti locali. Ma come sottolinea il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti, per questa   situazione in Italia “non ci sono sanzioni, mentre negli altri paesi sì”. Ai pagamenti in ritardo si aggiungono gli effetti di una crisi pesantissima: secondo le ultime stime a fine 2012 si perderanno ben 360 mila posti di lavoro, in aumento del 17,8% rispetto all’anno scorso. “E non dimentichiamo – aggiunge Buzzetti – che tra quei mancati posti di lavoro, ce ne sono 72 dell’Ilva, 450 dell’Alcoa e 277 di Termini Imerese”. Forte è stata l’accelerazione del ricorso alla cassa integrazione da parte delle imprese di costruzioni. Tra il 2008 e il 2011, il numero di ore autorizzate aumenta del 93% nel 2009, del 33% nel 2010 e del 4,7% nel 2011. E nei primi dieci mesi del 2012 si registra un’ulteriore e significativa crescita del 28,3% sui livelli già elevati dello stesso periodo dell’anno precedente. Se questa tendenza venisse confermata per l’intero anno corrente, il numero di ore autorizzate risulterebbe pari a 140 milioni, ossia 3,5 volte il risultato del 2008, pari a 40 milioni. 

Investimenti in picchiata – Di fronte a questi numeri, impossibile non registrare un calo degli investimenti, che tra il 2008 e il 2013 sono scesi del 29,9%, pari a 53 miliardi in meno. Nel 2012, gli investimenti sono stati di 130,6 milioni di euro e sono calati del 7,6% su base annua, considerando che già il 2011 registrava un -5,3 per cento. E le proiezioni dell’Ance per il 2013 non sono rosee: gli investimenti si abbasseranno ulteriormente del 3,8% rispetto all’anno corrente. Settore particolarmente colpito è quello dell’edilizia pubblica, per il quale sono stati investiti appena più di 24,8 milioni di euro nel 2012.

Stretta dalle banche – La contrazione del mercato, è inasprita dalla stratta sul credito. I mutui per l’acquisto delle case è in caduta libera per la difficoltà delle famiglie di accedere alle banche e nel primio semestre 2012 è stato registrato un calo del  47,9 per cento. E considerando tra il 2007 e il 2011, i flussi di nuovi mutui sono dimiuiti del 21,5 per cento. Tuttavia, le famiglie italiane sono le meno indebitate d’Europa. Stando ai dati 2010, il trend dell’indebitamento delle famiglie italiane per i mutui residenziali   relativo al Pil è del 22,7% contro il 107,1% dell’Olanda, prima, e il 101,4% della Danimarca seconda. L’Italia si trova nel gruppo delle più grandi economie europee con   famiglie meno indebitate, dalla Germania (46,5%) alla Francia (41,2%), mentre è del 64% il tasso di indebitamento delle famiglie in Spagna.

 

 

 

 

 

 

E’ il maggiore incremento dei ricavi in tre anni, da fine 2009. Profitti complessivi pari a 37,6 miliardi di dollari, in rialzo del 6,6% rispetto allo stesso periodo del 2011. Problemi per ancora 634 istituti.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Banche Usa: migliore trimestre dallo scoppio della crisi

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Roma, 4 dic. -(Adnkronos) – Un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano viene buttato o perso, così come le risorse utilizzate per produrlo. Le perdite e gli sprechi di cibo a livello globale ammontano a quasi 680 miliardi di dollari nei paesi industrializzati e a circa 310 miliardi di dollari nei Paesi in via di sviluppo. Con questi dati si svolge oggi presso la sede Fao di Roma il convegno “Reducing and Transforming food waste into a resource” che punta proprio ad affrontare il problema dello spreco alimentare, presentando una best practice italiana, Last Minute Market, lo spin off dell’Università di Bologna.

Secondo i dati della Fao, nei Paesi in via di sviluppo, le perdite alimentari riguardano prevalentemente i piccoli contadini. Quasi il 65% di tali perdite si verifica durante gli stadi del raccolto, del dopo raccolto e della lavorazione.

Nei Paesi industrializzati, invece, gli sprechi avvengono nelle fasi della vendita e del consumo. Il valore medio pro capite di sprechi alimentari per un consumatore europeo o del Nord America si attesta tra i 95 e i 115 kg l’anno mentre i consumatori nell’Africa Sub-Sahariana e nel Sud Est Asiatico sprecano annualmente fra i 6 e gli 11 kg di cibo pro capite.

A fronte di questo scenario la Fao ha lanciato nel 2011 la campagna “Save food” che ha l’obiettivo di ridurre l’attuale ammontare di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecate ogni anno per un valore ch si aggira attorno ai mille miliardi di dollari l’anno, in collaborazione con Messe Dusseldorff.

L’iniziativa si basa su 4 pilastri: sensibilizzare sulla questione dello spreco alimentare; avviare sul tema un partenariato globale delle organizzazioni dei settori pubblicoe privato; sviluppare strategie e politiche di riduzione; sostenere programmi di investimento e progetti.

“Lo spreco è uno dei problemi collegati alla povertà: ogni anno, una persona spreca 100 kg di cibo, ed è come se ci fosse un binario parallelo in cui ci sono, da una parte, tutti coloro che sprecano e, dall’altra, tutti coloro che soffrono la fame. Con questa iniziativa di sensibilizzazione noi cerchiamo, se non di costruire un ponte tra queste due realtà, quanto meno di rendere consapevole l’opinione pubblica sulla necessità di rispettare il cibo”. Lo dichiara all’Adnkronos Rita Mannella, della direzione Italiana Cooperazione allo Sviluppo, intervenuta alla sede romana della Fao per presentare la ‘best practice’ italiana di Last Minute Market.

“E’ una battaglia che l’Italia può intraprendere -aggiunge- presentando oggi alla Fao e ai colleghi dei paesi in via di sviluppo questa best practice e dimostrando che su questo tema siamo all’avanguardia”.

Sulla questione delle scadenze degli alimenti indicate sulle etichette dei prodotti “serve una normativa chiara, così come chiare devono essere le procedure che la riguardano, che indichi le responsabilità imputabili all’industria e punisca chi non ottempera la legge”. Così Robert van Otterdijk, rappresentante della Divisione agro- industriale della Fao e team leader per ‘Save Food’.

La Fao, specifica, è alla prima fase di uno studio dedicato alla datazione alimentare, tema considerato tra i fattori dello spreco. “La datazione è uno dei fattori che determinano la trasformazione di un alimento in rifiuto e una giusta regolamentazione sulle date di scadenza può prevenire lo spreco alimentare, coinvolgendo ispettori, industria alimentare, rivenditori e consumatori” . Per questo, aggiunge, “la normativa nazionale deve essere chiara e possibilmente internazionale, in grado di evitare che i cibi scaduti possano essere oggetto di dumping commerciale”.

Sono ben 777 mila i kg di cibo recuperati e 25.700 i pasti ‘salvati’ dalla ristorazione pubblica e privata, senza contare farmaci e parafarmaci per un valore di 100 mila euro. Tanto è stato raccolto solo nel 2011 nella Regione Emilia Romagna che dal 2007 ha adottato il progetto Last Minute Market, oggi attivo su tutto il territorio. A fornire i dati, in occasione del convegno presso la sede romana della Fao, è Maurizio Meucci, assessore Commercio e Turismo della Regione Emilia Romagna.

“Il valore dei prodotti recuperati nel 2011 ammonta a 2milioni e 800 mila euro ed è equivalente a 883 milioni di kilocalorie, cioè 1.260.000 pizze – dichiara Meucci – con il coinvolgimento di 311 enti beneficiari e 25 enti pubblici. Tutto quello che abbiamo recuperato ha avuto anche un impatto ambientale: sono stati, infatti, così evitati 1.543 cassonetti dei rifiuti e 2.500 tonnellate di Co2 e risparmiati 1.650.000 metri cubi di acqua”.

Una proposta per permettere allo Stato di non pagare più gli interessi (80 miliardi) sul debito, evitare le speculazioni dei mercati, interrompere la creazione di altri titoli di Stato per pagare i precedenti.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Come salvare l'Italia dagli interessi sul debito

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Roma, 4 dic. – (Adnkronos) – Denunciano uno stato permanente di ordinaria emergenza che dura da 3 anni, dall’ottobre 2009 con il disastro di Giampilieri e Scaletta Zanclea, al novembre 2012 con l’allagamento della Maremma: Club Alpino Italiano, Fondo Ambiente Italiano, Italia Nostra, Legambiente, Touring Club Italiano e Wwf sottoscrivono, alla vigilia della Giornata mondiale del Suolo del 5 dicembre, una Carta di intenti per la messa in sicurezza ambientale dell’Italia chiedendo che venga istituito un tavolo di confronto permanente, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, tra amministrazioni competenti, organizzazioni della società civile e associazioni scientifiche e professionali perché siano garantiti fondi adeguati per le attività di prevenzione e di intervento sull’emergenza, il coinvolgimento delle popolazioni e il coordinamento degli interventi.

Le sei maggiori associazioni ambientaliste hanno chiesto in questi giorni un incontro con il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, a seguito della lettera che il Ministro ha inviato il 19 novembre scorso al Commissario europeo sul Clima, Connie Hedegaard, e al Commissario Europeo per l’Ambiente, Janez Potocnik, per chiedere di portare fuori del Patto di Stabilità i 40 miliardi di euro che dovrebbero servire per attuare la Strategia Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici e la Sicurezza del Territorio, che dovrebbe essere approvata in Cipe entro il dicembre 2012.

Nel chiedere questo primo incontro le associazioni ambientaliste rilevano che, a fronte di un impegno di 2,6 miliardi di euro l’anno per raggiungere in 15 anni i 40 miliardi di euro previsti per finanziare la Strategia, nella Legge di Stabilità 2013, non ci sono nemmeno i soldi sufficienti per gestire le emergenze: al Fondo per la Protezione Civile il prossimo anno vengono destinati 79 milioni di euro, con un taglio di 100 milioni di euro rispetto a quanto stanziato nel 2009. Una cifra che costituisce solo il 2,6% dei 2,6 miliardi di euro l’anno che si ritengono necessari per fare interventi urgenti preventivi di manutenzione del territorio e di adattamento ai fenomeni estremi, sempre più frequenti.

Nella Carta d’intenti le sei maggiori associazioni ambientaliste italiane chiedono che “la messa in sicurezza, sia considerata la vera, più grande opera pubblica a garanzia del futuro del Paese. La migliore risposta alla necessità di un rilancio economico e occupazionale dell’Italia. Solo così si avrebbe sicuramente un intervento diffuso sul territorio, ad alta intensità occupazionale, oltre che ad elevata qualificazione professionale”.

Occorrono interventi per coniugare prevenzione, informazione e coordinamento, perché il rischio idrogeologico riguarda l’82% (6.633) dei comuni italiani, come documentato nell’indagine “Ecosistema a rischio 2011” di Legambiente e della Protezione Civile, che raccoglie le risposte di 1500 comuni sulle attività di prevenzione: l’82% ha risposto di avere Piani di emergenza, ma solo il 33% svolge attività di informazione e il 29% esercitazioni di protezione civile che coinvolgano la popolazione.

Prevenzione significa anche porre un limite al consumo del suolo che, ai ritmi attuali, fagociterà 75 ettari al giorno nei prossimi 20 anni, in una situazione peculiare del nostro Paese nel quale, come documentato nel dossier “Terra rubata” di Fai e Wwf, non si può tracciare un cerchio di 10 km senza intercettare un insediamento urbano. E contrastare severamente ogni forma di abusivismo edilizio, viste le cifre impressionanti che emergono dai 3 condoni del 1984, 1994 e 2003 che hanno fatto emergere dal 1948 ad oggi 4,6 milioni di abusi edilizi – 75mila l’anno e 207 al giorno – e registrare la costruzione di ben 450mila edifici abusivi, per un totale di 1,7 milioni di alloggi abusivi abitati da circa 6 milioni di abitanti.

Natale in chiaroscuro: sale la speranza, ma cresce anche il numero di coloro che temono sia il peggior Natale  del triennio. Secondo il sondaggio Confesercenti-Swg il 54% degli italiani (era il 51% nel 2011) si affida alla speranza per definire l’ormai prossimo Natale e in tal modo cerca di contrastare gli incubi della crisi e del futuro. Ma cresce anche in modo netto il numero di coloro che non si fanno illusioni: per 19 milioni di connazionali sarà il peggior Natale dal 2010 (si sale dal 25% del 2011 al 38% di quest’anno). Venti milioni non vedono differenze con l’anno passato, mentre una consistente minoranza, 11 milioni, crede in un miglioramento. A risentirne sono i consumi: a dicembre, in totale, gli italiani spenderanno 36,8 miliardi: il 3% in meno rispetto al 2011, quando ne spesero 38.

Effetti sulla tredicesima E la lunga recessione si riflette anche sull’utilizzo della tredicesima: cala di due miliardi la quota destinata agli acquisti (ora a 17 miliardi e 787 milioni) e in particolare ci saranno 700 milioni in meno per i regali. Una parte consistente della tredicesima, 11 miliardi e 739 milioni,andrà invece a rimpinguare i risparmi erosi dalla difficoltà economiche: gli italiani, insicuri sulla possibilità di una rapida ripresa, preferiscono accantonare quasi due miliardi in più rispetto al 2011. Circa 12 miliardi provenienti dalle tredicesime, invece, verranno usati per far fronte ai mutui e pagare i debiti (+641 milioni sul 2011), mentre quasi 13 miliardi e mezzo saranno impiegati per affrontare le necessità della casa e della famiglia (in calo di 1 miliardo e 314 milioni) .Non si può dimenticare che, sempre secondo il sondaggio Confesercenti-Swg, dal 2010 al 2012 sale di 8 punti il numero di coloro che arrivano con il proprio reddito solo alla terza settimana del mese (dal 20% al 28%); crescono invece di 5 punti coloro che arrancano fino alle seconda (dall’8% al 13%), mentre cala vistosamente la percentuale di coloro che ce la fanno fino alla fine del mese (dal 72% al 59%). Di conseguenza per il 2013 la richiesta più diffusa (31%) è quella del lavoro, seguita subito dopo da ‘meno tassè (23) al pari della ‘riduzione dei costi della politicà. 

Sarà un Natale amaro e in linea con la situazione di crisi del Paese, quello alle porte. A dicembre, in totale, gli italiani spenderanno 36,8 miliardi di euro, oltre il 3% in meno rispetto al 2011, quando spesero 38 miliardi. In calo più o meno della stessa percentuale (-2,7%) i consumi innescati dalle festività dell’ultimo mese dell’anno: nel 2012 saranno di 10,7 miliardi, contro gli 11 registrati nel 2011.

E’ stato il meeting più veloce degli ultimi tre anni. Cipro in standby, ancora nessuna erogazione dei prestiti. Ma gli istituti di credito ciprioti aspettano. Juncker (nella foto) pronto a cedere l’incarico.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Riunione lampo Eurogruppo: 39,5 miliardi a banche Spagna

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