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miliardi

E’ stato il meeting più veloce degli ultimi tre anni. Cipro in standby, ancora nessuna erogazione dei prestiti. Ma gli istituti di credito ciprioti aspettano. Juncker (nella foto) pronto a cedere l’incarico.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Riunione lampo Eurogruppo: 30,5 miliardi alle banche spagnole

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A meno di un mese dal Fiscal Cliff, Obama e il GOP non potrebbero essere su posizioni più distanti. Il presidente se n’è uscito con una lista di richieste che non hanno la minima chance di passare alla Camera, controllata dai Repubblicani, e probabilmente neppure al Senato, dove un gruppo di senatori Democratici moderati voterebbero contro. Chiede, subito, 1600 miliardi di aumento di tasse, 1000 alzando le aliquote a chi ha un reddito oltre 200mila dollari (se single) e oltre 250mila (marito e moglie), e 600 con la eliminazione di deduzioni e detrazioni. Poi, da discutere nel 2013, offre non specificati tagli di spesa per 400-600 miliardi a programmi di welfare governativi. Inoltre, pretende che il Congresso rinunci alla prerogativa, che ora ha, di votare ogni superamento del tetto del debito federale, un evento che succederà di sicuro verso marzo, visto che si avvicina inesorabilmente il tetto di 16.400 migliaia di miliardi che era stato fissato con la legge dell’estate 2011. La discussione, trascinata fino all’ultimo senza una vera intesa ma con una misura-tampone, portò alla perdita della Tripla A del rating di S&P e creò le basi per la metà del Fiscal Cliff: infatti, quella leggina che evitava l’imminente bancarotta Usa fu approvata alla condizione che il primo gennaio 2013 scattassero tagli automatici per oltre un miliardo, in pari percentuale, alle spese del Pentagono e ad alcuni programmi di welfare. L’altra metà del Fiscal Cliff è relativa alla scadenza a fine 2012 dei tagli fiscali di Bush del 2001 e del 2003, rinnovati per due anni a fine 2010 da Obama, che adesso ne fa la sua priorità politica: è disposto a prorogarli solo per chi guadagna meno di 200mila dollari, lasciando che tornino ai livelli di Clinton per gli altri. Nei talk show della domenica, i repubblicani hanno respinto come uno “scherzo”, o una “follia”, il pacchetto di Obama, la cui mossa è tutta politica e punta a due obiettivi. Il primo è mostrare alla sinistra, sindacati e pensatoi liberal, che stavolta farà il duro, non come due anni fa, e userà il capitale politico maturato con la vittoria del 6 novembre. La seconda è la convinzione che, se non ci sarà accordo e scatteranno aumenti delle tasse per tutti, il Paese incolperà il GOP, non lui. Insomma, è ancora un presidente in campagna elettorale, solo che stavolta non c’è in palio il suo bis ma una ulteriore lacerazione tra i due partiti che dovrebbe, nei suoi calcoli, delegittimare il GOP e rinforzare i Democratici.   

Le sorti dell’economia non sono una sua priorità, come non lo sono state nel suo primo mandato: infatti, la crescita del Pil nei 4 anni dal 2009 al 2012 è stata del -3,1%, del +2,4%, del +1,8% e del +2,1% (primi 9 mesi), con una media del + 0,8%. Non a caso, la disoccupazione del suo primo mese alla Casa Bianca, pari al 7,8%, è stata la stessa con la quale è arrivato al voto un mese fa. Reagan, dal 1981 al 1984, fece di meglio nel primo mandato: +2,5%, -1,9%, +4,5%, +7,2%, per una media del +3,07%. E così fece Bill Clinton, dal 1993 al 1996: +2,9%, +4,1%, +2,5%, +3,7%, per una media del +3,3%. Obama preferisce l’idea di umiliare i repubblicani a quella di confrontarsi con i migliori presidenti del recente passato, di entrambi i partiti, che seppero risvegliare l’economia Usa e diedero benessere, lavoro, e crescita. Di fronte, ha i due esempi di Reagan e Clinton, che nel loro secondo quadriennio fecero anche meglio che nel primo. Reagan fece crescere il PIL in media del +3,73% (dal 1985 al 1988 la crescita fu del +4,1%, +3,5%, + 3,2%, +4,1%)  e Clinton ancora meglio, con il + 4,45% medio nei ruggenti anni del boom di Internet dal 1997 al 2000 (+4,5%, + 4,4%, +4,8%, +4,1%) . Sono questi i traguardi che la storia dei presidenti pone davanti a Barack, come ha acutamente notato il Wall Street Journal ricordando i dati. Ma lui non ha in agenda la crescita, come ha dimostrato imponendo la ObamaCare nel primo mandato, e pensando ora alla missione di spostare a sinistra il baricentro ideologico del Paese, con l’offerta di una politica di redistribuzione e di grande governo, anche a costo di far fallire l’America riducendola come i peggiori esempi europei della Grecia, della Spagna, dell’Italia e della Francia. 

Ma la vittoria gli ha preso la mano, perché è pur sempre presidente per aver avuto 370mila voti in più, in tutto, nei 4 o 5 stati ballerini decisivi (e in tutto ha avuto 3,5 milioni di voti in più in un Paese di 310 milioni di persone). Un sondaggio di Global Strategy Group, condotto tra 800 elettori di Obama nei 3 giorni dopo il 6 novembre da un gruppo (Third Way, Terza Via) di democratici moderati che sono favorevoli a un vero compromesso su tagli di bilancio e tasse con il GOP, ha mostrato che il 96% crede che il deficit fiscale sia un problema reale, e che l’85% (quindi neppure la totalità degli obamiani) è a favore di tasse più elevate per i più ricchi. Su come evitare il Fiscal Cliff, e questo è il dato che dovrebbe chiarire a Barack di non aver avuto carta bianca per imporre solo la sua propria linea liberal, il 41% dei suoi stessi elettori ritiene che dovrebbe ripianare il deficit prevalentemente con più tasse e in piccola misura con tagli di spesa di welfare, contro un identico 41% che pensa che a prevalere dovrebbe essere il taglio delle spese, con solo una parte di incrementi di tasse. Soltanto il 5% è poi dell’idea, portata avanti dai sindacati, che il deficit vada aggiustato solo con aumenti di imposte, mentre il 10% vorrebbe il solo ricorso a tagli di spesa per sanare il deficit. “Vogliono che Obama prenda in mano le grandi questioni e le risolva in un modo pragmatico e si fidano che lui trovi un compromesso”, ha commentato i risultati Lanae Erckson Hatalsky, direttore di Third Way, che gli ha suggerito di dimenticare Paul Krugman, l’economista accanito keynesiano (come Vendola) che sul New York Times espone le stesse idee del 5% che vuole solo tasse. “Obama ha vinto non per il suo appeal sull’ala estrema, ma perché ha attirato gli elettori del centro”, ha concluso Hatalsky. 

Ma le sirene del Barack vincitore sono a sinistra, e gli americani devono sperare che alla fine sia come Ulisse e sappia turarsi le orecchie e agire da presidente alla Clinton, non da ultra-partigiano liberal.

di Glauco Maggi 

Tra cellulari di quarta generazione, tablet, applicazioni e altro, le zone che investiranno di più sono America Latina, Europa dell’Est e Medio Oriente. Il mercato degli smartphone e dei tablet crescerà del 20%.

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Boom hi-tech anche nel 2013, $2.100 miliardi saranno spesi in nuove tecnologie

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La seconda rata del saldo si dovra’ versare entro il 17 dicembre anche alla posta.

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Imu: il conto per gli italiani sale di altri 5 miliardi

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Il saldo Imu da versare entro il 17 dicembre costerà agli italiani cinque miliardi in più rispetto a quanto avrebbero dovuto versare applicando le aliquote nazionali utilizzate per l’acconto. Quest’aumento è legato all’effetto delle decisioni dei Comuni dovuto al taglio dei trasferimenti e alle incertezze delle regole. L’elaborazione, riportata dal Sole 24 ore, in edicola il 3 dicembre è stata effettuata partendo dai dati contenuti nel volume “Gli immobili in Italia” pubblicata la settimana scorsa dal dipartimeno delle Finanze e dell’agenzia del Territorio. iIl conto finale delle imposte sugli immobili salirà fino a23 miliardi rispetto ai 18 previsti. 

Rincari più pesanti I rincari più pesanti riguardano il Centro e il Sud. Ecco la successione dei versamenti: nove miliardi a giugno, 14 a dicembre per un totale di oltre 23 miliardi in tutto il 2012. Questo, sottolinea il quotidiano di Confindustria, senza considerare i terreni agricoli e le aree edificabili. Nel dettaglio, al Sud ogni 100 euro sborsati a giugno se ne dovrebbero sborsare altri 160 entro il 17 dicembre. La fetta più grossa del gettito, tuttavia, arriverà dal Nord, dove si trova il maggior numero di immobili e di contrubenti e dove le rendite catastali (che sono la base del prelievo) sono più ricche. Il Sole spiega inoltre che l’aumento del prelievo cresce in base al numero di abitanti delle città. I Comuni con meno di 5mila residenti sono meno esigenti in termini di prelievo, ma c’è anche un altro aspetto: la variabile dell’addizionale Irpef che, in molti casi, è stata la vera alternativa al ritocco dell’Imu. 

Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto “salva-Ilva”. Breve riassunto delle puntate precedenti. I giudici di Taranto accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide; quindi gli impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti fuorilegge – l’arma del delitto – saranno finalmente a norma, cioè smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre. Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Rivacon qualcun altro. È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe. I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri. Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito. Già: e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?

Per il Monte dei Paschi di Siena ora da una mossa congiunta di Pd e Pdl arriva la toppa che rischia di allargare il buco. In base a un emendamento proposto dai relatori della Commissione industria al dl Sviluppo, Simona Vicari (Pdl) e Filippo Bubbico (Pd), infatti, nel caso più che probabile che la banca non generi profitti, gli interessi sui 3,9 miliardi di aiuti pubblici che l’istituto senese si appresta a ricevere sotto forma di Monti bond, verranno pagati anche con nuovo debito.

 

Roma capitale d’Italia e capitale dell’Imu. E’ quanto emerge da un’analisi realizzata dall’Osservatorio periodico sulla fiscalità locale della Uil Servizio Politiche Territoriali, sulle delibere dei Comuni pubblicate sul sito del ministero dell’Economia dal 10 al 28 Novembre 2012. Complessivamente, l’Imu ha pesato per 278 euro sulla prima casa e 745 euro sulla seconda. Per la prima casa, si registrano punte di 639 euro a Roma; di 427 euro a Milano; 414 euro a Rimini; 409 euro a Bologna; 323 euro a Torino. Per le seconde case, punte di 1.885 euro a Roma; di 1.793 euro a Milano; di 1.747 euro a Bologna; di 1.526 euro a Firenze.

Lo studio si basa sui dati di 6.189 comuni, un campione che rappresenta il 76,2% del totale. Il 31,2% del campione (1.924 municipi) ha aumentato le aliquote per la prima casa, tra cui 41 Città capoluogo di provincia; il 62,2% (3.826 Comuni), ha confermato l’aliquota base del 4 per mille; soltanto il 6,8% (419 comuni) l’hanno diminuita e, tra questi, 8 Città capoluogo di Provincia. Il 62,6% del campione (3.863 comuni) ha aumentato l’aliquota per la seconda casa, tra questi 98 sono Comuni capoluogo di provincia; il 36% (2.221 comuni) ha deciso, invece, di confermare l’aliquota di base del 7,6 per mille; soltanto l’1,4% (85 Comuni, per lo più concentrati nel Sud) ha deciso di diminuirla.

Il combinato disposto di tali decisioni da parte dei Comuni porta l’’aliquota media nazionale sulla prima casa al 4,36 per mille, in aumento del 5,6% rispetto all’aliquota base decisa dal governo Monti; mentre per le seconde case l’aliquota media è dell’8,78 per mille in aumento del 15,5% rispetto all’aliquota base. In totale, secondo una simulazione Uil, con le aliquote deliberate dai Comuni e le relative detrazioni, il gettito complessivo, tra prima casa e altri immobili, ammonterebbe a fine anno a 23,2 miliardi di euro, di cui 3,8 miliardi di euro per la prima casa e 19,4 miliardi di euro per le seconde case. Di questi, 14,8 miliardi di euro saranno incassati dai Comuni, mentre lo Stato incasserà 8,4 miliardi di euro.

 

 

di Fosca Bincher

La voce è inserita a pagina 139 della nota integrativa al bilancio del ministero dell’Economia. Il capitolo è quello del trasferimento agli organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e alla presidenza del Consiglio dei ministri. Ammonta a 1,8 miliardi di euro per il 2013. La cifra è divisa in due capitoli. Il primo è il più corposo (1,730 miliardi di euro) ed è classificato come «trasferimenti correnti ad amministrazioni pubbliche». E qui ci siamo: i soldi del bilancio dello Stato destinati a Camera dei deputati, Quirinale, Senato, Corte dei Conti, Csm, Cnel, Tar e Consiglio di Stato sono proprio trasferimenti ad amministrazioni pubbliche. Il secondo capitolo ammonta per l’anno prossimo a 91.380.191 euro ed è destinato ad incrementarsi di circa 100 mila euro nel biennio successivo. È classificato sotto la voce “Trasferimenti correnti a famiglie e istituzioni sociali private”. È un capitolo generale del bilancio dello Stato, che dovrebbe rappresentare la somma che si dà alle famiglie per provvedere al loro benessere o per sopperire a particolari situazioni di indigenza e che talvolta si gira anche a istituzioni sociali private che per il principio della sussidiarietà si sostituiscono allo Stato per lo stesso scopo: assicurare il benessere delle famiglie. 

Cosa sono allora quei 91,3 milioni che servono al benessere delle famiglie erogato direttamente o attraverso istituzioni sociali private? Sono i soldi che si girano ogni anno ai più grandi e graditi benefattori delle famiglie: i partiti politici. È infatti la cifra prevista dalla nuova legge sul finanziamento pubblico dei partiti che ha sostituito quella sui rimborsi elettorali, dimezzandone l’importo a partire dal 2012. Per il Tesoro quello è un trasferimento diretto o indiretto alle famiglie. E per alcune famiglie è certamente vero: quella di Franco Fiorito, quella di Luigi Lusi. Ma per le famiglie italiane? È una delle follie del bilancio dello Stato. Che si picca di trasferire alle famiglie per il loro benessere oltre 3,8 miliardi di euro l’anno. Ma in quella cifra comprende appunto voci come il finanziamento pubblico ai partiti. Quasi un terzo di quella somma trasferita alle famiglie per altro è composta dall’8 per mille alla Chiesa cattolica e alle altre varie confessioni religiose. Si tratta per il 2013 di 1,148 miliardi di euro. È vero che anche grazie a quei soldi ci siano famiglie che ottengano aiuti da organizzazioni caritatevoli. Tecnicamente l’8 per mille non è un trasferimento alle famiglie, perché è il suo esatto contrario: un prelievo (più o meno volontario) dalla dichiarazione dei redditi delle famiglie italiane. Ma il bilancio dello Stato fa finta di non saperlo e capovolge la realtà.

 

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