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Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

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Come passare in pochi giorni da squadra sull’orlo del fallimento, che decide di affidarsi ai tifosi e all’azionariato popolare aprendo così una nuova strada verso il calcio come bene comune, a squadra comprata dall’uomo più ricco del mondo, deciso a trasformarla in una nuova superpotenza economica in linea con i dettami del calcio moderno. E’ la curiosa storia del Real Oviedo, storica squadra delle Asturie con un dignitoso passato fatto di 86 anni di saliscendi tra prima e seconda divisione, senza mai vincere alcunché. E di rare vittorie al Bernabéu e al Camp Nou che sulle coste del Mar Cantabrico diventano materia di racconto da tramandare per generazioni in una tifoseria tra le più calde e appassionate d’Europa. Retrocesso una prima volta in quarta serie nel 2003 per inadempienze economiche, il Real Oviedo è riuscito a sopravvivere fino a quest’anno, quando la federazione ha preteso l’immediato pagamento di due milioni di euro, pena la messa in liquidazione e la scomparsa del club.

(Chiedo scusa se vi ho trascurato, so che avete sentito la mia mancanza – soprattutto i moderatori! – ma come sapete ho avuto di peggio da fare).

Il mondo ideale del luogocomunista è un mondo austero, popolato da virili lavoratori a torso nudo, dal bicipite tornito e dalla mascella squadrata (come in un affresco littorio o sovietico), che producono, producono, producono, senza preoccuparsi troppo di chi comprerà. In questo mondo sobrio e severo nessuno regala niente, devi meritarti tutto. Come dicono gli economisti: non ci sono pasti gratis, non ci sono free lunch, e, naturalmente, non bisogna vivere al di sopra dei propri mezzi.

In questa logica, quello che succede è semplice e complicato allo stesso tempo. Infatti, nello scenario che stiamo delineando, è sempre più difficile formare (e quindi disporre) giovani che abbiano, oltre a capacità e talento, anche la “giusta” motivazione. Che si traduce prima di tutto nella disposizione a cercarsi un maestro. Ciò accade perché i loro interessi e le loro aspettative sono ormai legati in qualche modo a quello che succede all’esterno del nostro piccolo paese. E ciò che possiamo chiamare ’esterno’, nel loro caso, proviene soprattutto dal mondo dei media; da ciò che i media fanno passare o trapelare fino alla periferia (perché di periferia si tratta, con buona pace dell’”assenza di centro”, e dunque di periferie, che avrebbe dovuto caratterizzare la società globalizzata). Si tratta invece proprio di periferia; proprio se considerata da un punto di vista globale (che è poi il punto di vista della televisione, e anche di internet).  

Apocalisse rinviata, per decreto governativo. Più si avvicina il giorno fatidico, il 21 dicembre, data indicata dalla profezia Maya per la “fine del mondo”, più si moltiplicano gli attacchi di panico, le scene di isteria collettiva, le reazioni incontrollate. Soprattutto in un paese come la Russia, tradizionalmente succube di ogni forma di esoterismo. E allora il governo di Mosca ha dovuto diffondere un comunicato chiarificatore. “Avendo avuto accesso a informazioni e monitoraggio del comportamento della Terra – ha fatto sapere il ministro delle Situazioni di emergenza – possiamo assicurare che il mondo non finirà a dicembre”. Vista la credibilità di cui sono soliti godere i politici, chissà quanti gli daranno retta. Per il momento, prosegue la corsa all’accaparramento di prodotti alimentari, e nelle ultime settimane sono stati denunciati parecchi casi di furto di beni di prima necessità. Nei negozi, si fa incetta di candele, fiammiferi, zucchero.

Non chiamatelo raccomandato. Sebbene infatti sia il fratello maggiore di Cristiana e Benedetta, Roberto Parodi non ha ricevuto nessuna spintarella per approdare in video con Riders cafè. Un programma, al debutto domani su Italia2 alle 23.30, dedicato ai viaggi su due ruote. Anche perché il nostro non ne avrebbe poi tanto bisogno: tra i riders e i desertofili (gli amanti del deserto), Mr.Parodi è già una star, grazie ai suoi libri e agli articoli dedicati al mondo delle due ruote. Finora racconta, “ho sempre condotto due vite parallele, ossia quella di banker e quella di motociclista e scrittore per hobby”. Poi c’è stata la recessione e lui si è buttato nel mondo dello spettacolo. Non senza qualche preoccupazione…

Leggi l’intervista completa di Francesca D’Angelo su Libero in edicola oggi, 4 dicembre 2012

Saranno 1.600 le unità impiegate nel mondo rispetto alle poche centinaia attuali. Priorità: monitoraggio gruppi islamisti attivi in Africa, contenzioso nucleare in Iran e Corea del Nord, ma anche i piani di ammodernamento degli arsenali cinesi.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Il Pentagono sfida la Cia: potenziata rete di spionaggio

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Quotidiani

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Roma, 3 dic. – (Adnkronos) – Babbo Natale rischia di doversi inventare un altro mezzo di trazione per la sua slitta carica di doni, perché anche per le renne è scattato l’allarme estinzione. Lo annuncia Survival International, che dal 1969 aiuta i popoli indigeni di tutto il mondo a proteggere le loro vite, le loro terre e i loro fondamentali diritti umani. Il branco canadese di renne del fiume George, che un tempo era il più grande del mondo, si è ridotto oggi ad una misera frazione delle sue dimensioni precedenti.

Un tempo contava tra gli 800.000 e i 900.000 esemplari, dei quali oggi, secondo i dati diffusi dal governo dopo una recente indagine, potrebbero essere sopravvissuti solo 27.600, con una drastica diminuzine del 95% in generale, il 63% solo negli ultimi due anni. Responsabile della decimazione, che i ministri del governo definiscono come ‘importante e allarmante’, è uno ‘tsunami di fattori’. Le renne, note nell’America settentrionale come caribù, sono al centro della vita e della cultura di molti popoli indigeni del sub-Artico che già lo scorso anno avevano lanciato un grido d’allarme.

Uno dei fattori più importanti “è il perdurare delle prospezioni e dell’attività minerari”, spiega a Survival International George Rich, un anziano del popolo degli Innu del Canada nord-orientale. “Per esempio – aggiunge – la Quest Minerals ha recentemente annunciato di voler costruire una strada attraverso il cuore delle zone di riproduzione del branco, e dai siti di esplorazione è un va e vieni continuo di elicotteri e aerei”.

I progetti industriali promossi dal Canada sulla terra degli Innu hanno distrutto ampi tratti dei terreni da pascolo delle renne, interrompendo i percorsi migratori. Alcuni biologi puntano il dito contro le pratiche di caccia degli indigeni, ma gli Innu hanno convissuto con i caribù per migliaia di anni, senza provocarne l’estinzione.

“E’ facile accusare i popoli indigeni di eccedere nella caccia – commenta Stephen Corry, direttore generale di Survival – perché di solito non hanno voce in capitolo per difendersi da queste accuse. Ma oggi, innumerevoli studi hanno ampiamente dimostrato che sono i migliori ambientalisti del mondo. Quando se ne renderanno conto governi e scienziati? Dobbiamo cominciare ad ascoltare cosa hanno da dirci i popoli indigeni sulle questioni che riguardano la propria terra: loro sanno cos’è meglio”.

All’anno guadagnano 380mila euro lordi. Tutti insieme invece i 901 diplomatici italiani in giro per il mondo costano 184 milioni di euro allo Stato. Difficile da credere ma il loro stipendio è più alto di quello dei capi di Stato.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Italia: ambasciatori prendono più dei capi di Stato

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Quotidiani

Il Denaro, Il Fatto Quotidiano, Libero Quotidiano

Questa è la storia di Miguel. Chi racconta si chiama Carlos. È uno che cerca di salvare vite a Ciudad Juarez, in Messico, dove la criminalità è giovane e anche la morte è giovane. Devo precisare che Carlos ha un ruolo pericoloso e importante e ha raccontato questa storia in una sede istituzionale. Dunque Miguel. Ha undici anni, ha i voti migliori della sua scuola. Gli è stato detto di iscriversi al ginnasio. Miguel si presenta con la sua pagella e viene accolto bene. Sessanta dollari. Vogliono sessanta dollari per la quota di iscrizione. Si, era gratuita l’istruzione in Messico, ma adesso c’è la crisi, e c’è una tassa da pagare subito. Il padre di Miguel è stato ucciso da tempo, lui neppure ricorda. La madre dice “no, è impossibile. E i tuoi fratelli? Cercati un lavoretto.” Miguel sa dove andare. Va da Santos, il giovane ventenne che controlla la strada. Va da “uno di loro”, tutti ventenni che organizzano la vita e il da fare dei ragazzi e dei bambini del barrio. Sa che Santos lavora per altri che a loro volta lavorano per altri, con Suv sempre più grandi e ville sempre più belle e lontane. Miguel è realista e ostinato.

Si rivolge al giovane capo con una domanda precisa: “Devo fare qualche lavoretto. Mi servono sessanta dollari.” La risposta è immediata: “Bravo. Li puoi fare con un solo lavoro, io pago subito. Va bene stasera?” Per Miguel va bene. Il giovane indica la strada, la casa, il nome della persona da uccidere, mostra la foto e consegna la pistola al bambino. Miguel è puntuale e preciso. Spara, uccide, torna senza correre, incassa la sua paga e il giorno dopo si iscrive a scuola. Adesso è al liceo. Ha sempre i voti migliori e andrà all’università, spiega Carlos. E il suo racconto esemplare. Quel racconto ci dice che non si esce gratis da un mondo completamente privatizzato che ti utilizza secondo il momento e il bisogno, e, quando non rendi, ti abbandona. Facile obiettare che stiamo parlando del Messico, Paese di avventure e malavita. Carlos, nell’incontro di cui sto parlando, era insieme a un prete italiano della associazione “Libera” di Don Ciotti, che in parti non remote e non sperdute dell’Italia conosce molte storie quasi identiche. Che cosa leghi Paesi tanto diversi lungo questa spirale di abbandono dei cittadini lo spiega Alessandro Monti in un suo libretto di apparente rigore universitario, (Crescita economica e violazione dei diritti umani in Brasile, Giuffrè editore) carico di storie che dimostrano una verità tragica e poco notata: non è la povertà la causa della violazione dei diritti umani e della manipolazione delle persone. Il fatto è che la crescita della ricchezza avviene in una situazione di totale separazione fra vite e istituzioni, fra leggi e persone, con la politica sottomessa e complice, mentre tutti fingono di credere che il privato sia la soluzione, che lo Stato sia il problema e che ci si debba liberare da diseducative tutele, che tolgono la voglia di darsi da fare. Giustamente osserva Alessandro Monti che il caso del Brasile (più ricchezza e più abbandono, anzi più sfruttamento ) è il caso di tutto il il cosidetto BRIC, ovvero i nuovi emergenti (Brasile, Russia, India, Cina). Solo in apparenza i Paesi del BRIC sono fondati su forte intervento o presenza dello Stato nella vita economica e nel welfare. Il meccanismo non è protettivo ma intimidatorio. Separa la ricchezza dal crescente tributo o rimborso che viene continuamente richiesto ai cittadini ” esclusi”, ovvero tutti tranne le varie classi dirigenti che sono in contatto tra loro e con il mondo. Si capisce, seguendo il percorso di Monti, che il rapporto fra ricchezza che cresce e violazione dei diritti umani che aumenta, è uno stato di necessità. Lo è perché la gestione dei rapporti tra fondi sovrani nel cielo alto della finanza del mondo ( che non è scambio di mercato ma un intrico di operazioni diverse che sfuggono a ogni monitoraggio) richiede di sospendere ogni regola e di diminuire la democrazia. La democrazia infatti interferisce, rallenta e può persino esigere ridistribuzioni che la nuova finanza giudica non accettabile.

“Da tempo sostengo l’improrogabile necessità della riforma della giustizia a garanzia del più fondamentale diritto di libertà. L’incredibile vicenda di Sallusti non fa che riaffermare l’assoluta necessità ed urgenza di tale riforma”. Silvio Berlusconi ha così colto al volo l’assist del direttore del Giornale di famiglia per chiedere che la politica trovi al più presto una soluzione.

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