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Monti

Il centro studi di Bersani e Visco smaschera il fallimento della spending review e dell’esperienza Monti: nel 2012 rapporto debito-Pil aumentato di 3 punti percentuali. Cresciuta anche l’evasione. Risorse scarseggiano: 17,4 miliardi di minori entrate.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Il governo Monti e i conti che non tornano

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Mario Monti, Francois HollandeMario Monti, Francois HollandeI presidenti Mario Monti e François Hollande, nel vertice francese di due giorni fa, hanno fermamente deciso che la controversa linea Torino-Lione per le merci (non alta velocità, il nome Tav è una delle tante cose inesatte), s’ha da fare e si farà. Questa dichiarazione è talmente solida, che è stata già fatta un gran numero di volte negli anni passati, senza che sia successo poi molto. Soprattutto in termini di soldi veri allocati. Ma si è deciso di raddoppiare il tunnel autostradale, pare. 

Molte perplessità sono legittime. I tempi: Hollande sembra che abbia chiesto di posporre la data di avvio dei lavori veri, già spostata al 2014.

di Maurizio Belpietro 

Povero Monti. Non aveva ancora finito di fare la ruota come un pavone per la riduzione dello spread sotto quota 300, ed ecco arrivare un rapporto riservato che gli fa abbassare le penne. Il documento è stato redatto nei giorni scorsi dagli uomini di Nens, il centro studi fondato da Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani e dalle cui file proviene anche il sottosegretario allo Sviluppo Claudio De Vincenti. In esso sono messe in ordine impietosamente le cifre di un disastro da noi spesso denunciato, ma che il governo ha tenacemente negato. Per Monti e i professori l’Italia vede l’uscita dal tunnel della crisi. Per gli esperti di Bersani il Paese non potrà sottrarsi ad un’altra stangata nella prossima primavera.

Sotto il titolo «Andamenti e prospettive della finanza pubblica», il rapporto di Nens segnala che negli ultimi quattro mesi si è registrato un «peggioramento piuttosto netto»  dei conti pubblici . Un andamento che, se confermato, «renderebbe sostanzialmente obbligatoria una manovra immediata per il governo subentrante». Capita l’antifona? Il segretario del Pd non ha ancora vinto le elezioni ma già si sente la vittoria in tasca e il suo ufficio studi comincia a mettere le mani avanti e a togliere il velo di sacralità che fino ad oggi ha impedito di vedere gli effetti speciali delle politiche di Mario Monti. L’avviso di stangata è giustificato dalla constatazione che le «previsioni macroeconomiche del governo per il 2013 sono piuttosto ottimistiche»: come dire che a Palazzo Chigi hanno taroccato i numeri e che ci fanno vedere la situazione più rosea di quella che è. Un atto d’accusa che è circostanziato  dai numeri,  cifre che non lasciano spazio  ad alcuna via di fuga. Nel 2012, cioè l’anno della cura Monti, il rapporto debito-Pil è aumentato di 3 punti percentuali e anche se si depura il dato dai sostegni finanziari che l’Italia è stata costretta a pagare per aiutare i Paesi dell’area euro in difficoltà (Grecia, Irlanda, Spagna) il risultato non cambia: con il governo dei professori le cose dal punto di vista del debito vanno peggio di prima e solo l’intervento di Mario Draghi ha consentito una riduzione dello spread. 

Non è tutto: secondo Nens, sull’avanzo primario (cioè il saldo tra entrate e spese dello Stato al netto degli interessi pagati sul debito pubblico) pesano 17,4 miliardi di minori entrate, solo in parte compensate da 5,2 miliardi di minori spese, segno evidente che la spending review non ha funzionato, oppure che per tagliare invece del machete si sono usate le forbici da manicure. Per questo, per i mancati tagli e le minori entrate, l’avanzo primario potrebbe collocarsi tra il 2,4 e il 2,6 per cento del Pil, contro il 2,9 previsto dal governo. A qualcuno la correzione potrà sembrare poca cosa, ma tradotta in miliardi ciò significherebbe una voragine nei conti dello Stato che farebbe sballare tutte le previsioni, sia quella di rispetto del pareggio di bilancio – obiettivo che l’Italia si è impegnata a centrare già nel 2013 – sia quella che dovrebbe portare a una riduzione del debito pubblico.

Ma la notizia più sorprendente contenuta nel rapporto predisposto dagli uomini di Bersani è un’altra. Tutti sanno con quanta enfasi il presidente del Consiglio abbia sostenuto l’azione antievasione del suo governo. E soprattutto quanta retorica sia stata usata per descrivere i nuovi mezzi  di contrasto dei contribuenti infedeli. Adesso si scopre che con il governo Monti è cresciuta l’evasione. Sì, cari lettori, avete letto bene. La nota di aggiornamento al Documento economico finanziario diffusa dal ministero dell’Economia e rivelata dalla Nens indica un «pessimo andamento dell’Iva, presumibilmente dovuto all’incremento dell’evasione». Ma, come? Ci avevano detto che i tecnici avevano dichiarato una guerra senza quartiere all’evasione e ora scopriamo che con loro a Palazzo Chigi il nero è aumentato e l’imposta sul valore aggiunto diminuita. Già. E sentite cosa scrivono i super esperti di Bersani e compagni . La riduzione del gettito è «spiegabile solo con l’incremento dell’evasione, soprattutto se si tiene conto dell’avvenuto incremento dell’aliquota ordinaria Iva. Anzi, si potrebbe anche pensare che sia stato proprio questo aumento, in combinato disposto con gli effetti della crisi economica, ad aumentare la propensione all’evasione».  Il che, come segnala ancora lo studio degli economisti bersaniani, avviene «dopo molti anni di variazioni di segno contrario», cioè dopo un lungo periodo di contrazione dell’evasione. 

Basta questo a dimostrare che quanto abbiamo predicato nell’ultimo anno non era sbagliato e cioè che se si voleva combattere l’evasione si dovevano abbassare le tasse e non aumentarle. Più  si alzano, infatti, e più si ottiene il contrario di ciò che si desidera. Ciononostante, aver avuto ragione non ci consola, perché ora pagare il conto tocca a noi. «Per tutte queste ragioni», è scritto nel rapporto della Nens, «la prossima legislatura potrebbe aprirsi con la necessità di realizzare in tempi rapidi una manovra di rientro dal disavanzo eccessivo».  Così, se gli sarà data la possibilità di andare a Palazzo Chigi, si sa già che cosa farà Bersani. Elettore avvisato, mezzo salvato.  

 

 

 

“La sanità pubblica chiamata a ripensarsi in vista di una rimodulazione e di adattamenti di cui dobbiamo avere consapevolezza. Dobbiamo imparare a gestire il divenire del processo demografico in corso in modo più efficiente“. E’ quello che ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervenendo alla cerimonia di chiusura dell’Anno europeo dell’invecchiamento attivo. Il capo del governo torna quindi a parlare del sistema sanitario nazionale dopo che qualche giorno fa ha lanciato l’allarme giudicandolo a rischio.

Il premier non si accontenta, ritiene che il differenziale Btp-Bund sia ancora alto e parla di livello inaccettabile. Si punta a quota 287 punti, “metà del livello da cui siamo partiti un anno fa”. Svalutazione euro? “Non è tabù”. Per Mediaset balzo di quasi +7%.

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Borsa Milano positiva, spread anche sotto 300. Monti: "Obiettivo 287"

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Il leader del Pd, Pierluigi Bersani, si riempie la bocca della parola “progressita” e delle sue varianti. Gli piace, quell’etichetta. Peccato che nel Partito Democratico, di progresso, non se ne veda l’ombra. L’esito delle primarie parla chiaro: un bel tuffo nel passato a tinte rosse. Un passato che non cambia mai. Un barlume di speranza lo aveva dato Matteo Renzi, bocciato dal popolo di sinistra, attaccato a vecchi schemi e facce antiche. Speranza vana. Vince Bersani, e il palco del teatrino di sinistra si riempie di figure con le quali, nostro malgrado, abbiamo imparato ad avere confidenza: i postulanti che al segretario e al suo apparato chiedono “un posto”.

Padrone Nichi – Una sedia, e anche di un certo rilievo, la vuole Nichi Vendola, il presidente della Regione Puglia, comunista, e a cui spetterà in caso di vittoria della sinistra un posto importante nella nuova squadra di governo. Alle primarie, Nichi, è stato schiacciato, umiliato da Renzi: ma il suo peso specifico, nelle logiche di sinistra, diventa maggiore rispetto a quello del rottamatore. Vendola vuole più tasse per i ricchi e la patrimoniale (a cui, non a caso, Bersani ha aperto nell’ultimo confronto televisivo prima del secondo turno delle primarie). Nichi, inoltre, non ha perso tempo e scordando di governare la sua Puglia ha iniziato a dettare l’agenda di un possibile governo a Bersani: “La Carta di intenti – tuona Nichi – archivia l’agenda Monti. Continuo a essere un oppositore del governo Monti”. Il governatore, con un tratto di penna, si arroga il diritto di cancellare tutta quella corrente del Pd che vuole proseguire, giusto o sbagliato che sia, nel solco tracciato dal premier. E Bersani, di fatto, accetta: “Un governo con Sel? Certo, ma anche espressione di civismi, di riscossa civica”.

Strepitoso, e puntualissimo, l’intervento di Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi, che ha inviato una lettera agli iscritti al Partito socialista subito dopo la conclusione delle primarie. “Ancora una volta, care compagne e cari compagni, i socialisti hanno mostrato di esserci: in piedi e con la schiena dritta”. Tralasciando l’attacco al sapore di soviet, arriviamo alla sostanza. Nencini verga: “L’elezione a candidato premier della coalizione di Pier Luigi Bersani, che abbiamo sostenuto sin dal primo turno in accordo con i nostri compagni del Pse, è motivo di compiacimento poichè la coalizione Italia bene comune, di cui il Psi, nella sua piena autonomia e libertà è parte integrante, ha mostrato – pur nel corso di una campagna elettorale in cui non sono mancate asprezze talora anche eccessive – coesione e forte volontà di rinnovamento nella prospettiva, sempre più concreta, di assumere la responsabilità del governo della nostra Italia per i prossimi cinque anni”. Eccoli, i socialisti, che cominciano a bussare alla porta del leader nella “prospettiva” di “assumere responsabilità di governo”: un ruolo non deve essere negato nemmeno al loro “uno virgola”.

Rispunta Tonino – Una “bussatina” prova a farla anche il derelitto Antonio Di Pietro, che con la sua Italia dei Valori, oggi, viene accreditato di percentuali poco superiori a quelle dei socialisti di Nencini. “L’Italia dei Valori – spiega Tonino – ha partecipato a queste primarie per individuare non solo il candidato premier, ma soprattutto quale linea politica portare avanti. Ora Bersani deve decidere se è con Monti, in tal caso noi costruiremo una proposta politica alternativa, oppure se in discontinuità con Monti, in questo caso saremo vicini per costruire insieme un’alternativa”. Sorvolando sul contributo che possa dare l’Idv oggi, il messaggio è chiaro: caro Bersani – questo il sottointeso di Di Pietro – ci siamo anche noi e, per piacere, non dimenticarci.

Dipietrini in fuga – Poi c’è un altro ex pm che si spende in felicitazioni. “Un cambiamento radicale nei contenuti politici da parte del segretario Pd Bersani, appena uscito vittorioso dalle primarie”: questo il pomposo auspicio espresso dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Auspicio per che cosa? Per un’alleanza tra il suo movimento Arancione e il Partito Democratico, ovviamente. De Magistris non si nasconde, e “bussa duro”: “Per una eventuale alleanza dobbiamo vedere quali saranno i contenuti politici proposti dal Pd”. Tra gli ex dipietristi, merita una menzione anche Massimo Donadi, fresco di strappo con l’Idv, e che con il suo nuovo partitino si è subito proposto come papabile alleato di via del Nazareno.

Vecchi “mostri” – La lista dei postulanti si arricchisce poi con tutti i volti, che con agilità, da decenni slittano di legislatura in legislatura. Rosy Bindi lo ha detto: vuole una deroga per essere rieletta, e Livia Turco si è affannata a far sapere che “mi batterò affinchè la ottenga”. Bersani ribadisce che “il Pd osserverà la norma statuaria che limita a tre i mandati parlamentari”. Ma poi aggiunge: “Salvo deroghe richieste individualmente e votate dalla direzione del partito”. Una farsa, insomma. Poi c’è Massimo D’Alema che – nobile gesto – non si ricandida. E spiega: “Per quanto mi riguarda, posso dare una mano a Bersani e gliela darò”. Come? Ottenendo una bella poltrona da ministro nel caso di vittoria ovviamente. Il dicastero degli Esteri, nel dettaglio: a sinistra non si fa che parlare di Baffino alla Farnesina. Nel nome del rinnovamento…

 

Mario Monti torna a punzecchiare la politica e i governi che negli anni lo hanno preceduto, toccando questa volta il tema della disoccupazione. Intervistato da Euronews, il presidente del Consiglio ha chiarito che rispetto alla mancanza di lavoro, essa non dipende “dalla disciplina che si impone oggi”, ma piuttosto dal fatto che “prima che i vincoli europei diventassero più stringenti, i precedenti governi italiani non si sono neanche posti il problema del disavanzo pubblico”. Poi ha spiegato il perché, affermando che oggi il problema “non è la ‘cattiveria’ di Bruxelles, ma gli eccessi di classi politiche che hanno ricercato nell’immediato il consenso per le successive elezioni e non per le successive generazioni”. 


pubblicato da Libero Quotidiano

Secondo voi Monti ha i giorni contati?

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Nella striscia satirica di questa settimana, Stefano Disegni parte dalle dichiarazioni del premier Monti sul sistema sanitario “a rischio”. E immagina il dialogo tra un’anziana paziente e un infermiere che le spiega perché l’operazione prevista non si potrà fare. “C’è la crisi….del resto l’Italia non può mica rinunciare al suo ruolo internazionale per trovare i soldi per la sanità”…

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tovato su: Il Fatto Quotidiano

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Tasso sul BTP decennale al 4,42%. Focus sul Pmi dell’Eurozona che ha testato il valore più alto in otto mesi. Mediaset brilla sul Ftse Mib con un balzo del +4% circa. Deboli i bancari, a eccezione di Unicredit, Ubi e Intesa.

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Borsa Milano corre, spread ai minimi dell'era Monti

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