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E’ un esodo senza sosta quelle che le grandi aziende hanno deciso di attuare, riporta il Wall Street Journal. Gruppi americani, francesi e tedeschi chiudono attività nel Sud Europa. Prima che sia troppo tardi.

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Italia addio. Le multinazionali se ne vanno

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Negli ultimi tre anni le multinazionali americane hitech non avrebbero versato un centesimo di euro all’Erario spagnolo. Intrecciano sedi legali nei Paesi Bassi e in Lussemburgo alla ricerca di scappatoie.

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Amazon e Yahoo eludono il fisco, la Spagna indaga

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In Sardegna si beve molta birra. Secondo una recente indagine condotta da Makno e AssoBirra pare che se ne beva più del doppio rispetto alla media delle altre Regioni italiane. La birra che si beve è sempre l’Ichnusa. L’ichnusa si produce ad Assemini (CA) ma è di proprietà della Heineken. Anche in altri luoghi d’Italia esiste una identificazione locale con la birra, a volte un po’ paradossale come in Puglia. Ad esempio a Taranto si beve la Raffo, marchio Peroni che la produce nei suoi stabilimenti a Bari. A Bari invece si beve la Peroni fondata a Vigevano e ceduta alla SABMillerm che la produce a Roma, A Lecce si beve la Dreher, fondata a Trieste, acquistata dalla Heineken e prodotta negli stabilimenti di Taranto.

Marcello di Finizio, 47 anni, è ancora lì, sventolando lo striscione in cui è scritto anche “basta multinazionali”. E’ la sua seconda scalata. GUARDA IL VIDEO.

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Imprenditore sulla cupola di San Pietro: "Basta Monti, basta Europa"

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Ai poliziotti della Metropolitan Police e ai militari dell’esercito che pattugliano il villaggio olimpico e gli stadi è stato dato un ordine: se mangiate in pubblico delle patatine o degli snack, toglieteli dalle loro confezioni e metteteli nelle buste trasparenti. Obiettivo? Non turbare gli sponsor dei giochi, e non contravvenire alle regole imposte dal Locog, il comitato promotore e organizzatore di Londra 2012. I sindacati della polizia protestano, l’organizzazione delle Olimpiadi invece fa il muso duro e dice “ci sono delle regole da rispettare”. Intanto, dicono gli studiosi, questo è solo il primo esempio di una “dittatura” degli sponsor, insieme al divieto di vendere patatine fritte all’interno delle aree olimpiche solo perché a venderle potrà essere solo una nota azienda di fast food. Ecco, così, ci si chiede: chi trarrà vantaggio da queste Olimpiadi? Il popolo britannico che si è sobbarcato gli enormi costi? Oppure, ancora una volta, le big corporation?

Per quanto nello scorso mio intervento avessi detto in apertura che sapevo bene di star toccando un argomento delicato – la musica al giorno d’oggi – non mi aspettavo così tanti commenti. Ringrazio quasi tutti per tanta partecipazione, vogliosa di essere a suo modo esaustiva e non frettolosa. Sono però in disaccordo con molto di ciò che ho letto, perché le argomentazioni paiono partire da una pregiudizio o da una lettura non attenta: io non ho scritto le mie cose con il tono “dovete comprare i cd”, né con la nostalgia di chi vorrebbe tornare indietro. E non ho nemmeno scritto pensando al destino dei Marlene Kuntz come fine ultimo delle mie affermazioni. Le frasi nascevano dal desiderio di trovare terreno fertile per la comprensione delle difficoltà reali della nostra amata musica e dei musicisti. Ma, a dirla tutta, ero forse un po’ ottimista: perché non ho riscontrato, per lei e per loro, un amore e una riconoscenza incondizionati.

Viviamo in un periodo di crisi economica. Non vi è dubbio. Tuttavia in Occidente stiamo vivendo una crisi più profonda, quasi spirituale. Il classico modo di lavorare all’americana “work hard play hard”, traducibile con “lavora molto divertiti molto”, è agonizzante. Specialmente nelle grandi multinazionali, un tempo fari di Alessandria nella notte, che attraevano i più validi e creativi talenti per poi “indottrinarli” al fine di adattarli, questo motto sta assumento un’aria stantia.

A Londra 2012 arrivano i primi arresti olimpici, eseguiti nei confronti di cittadini che stavano pacificamente manifestando il proprio dissenso sul modo con cui sono stati organizzati i Giochi. La loro colpa? Tre di loro hanno versato della crema verde per terra, e altri tre stavano pulendo la strada. La London Metropolitan Police ha confermato l’arresto dei sei. Un segnale chiaro: chiunque voglia manifestare il proprio dissenso sa cosa lo aspetta. I fermi sono avvenuti durante una performance teatrale improvvista nella centralissima piazza di Trafalgar Square per sensibilizzare il pubblico sulla vera natura di alcuni degli sponsor quelle che sono state definite “le Olimpiadi più ecologiche di sempre”. La performance era organizzata da Greenwash Gold (dove il ‘greenwash’ è l’operazione cosmetico-pubblicitaria di finto impegno ecologico delle multinazionali più inquinanti), un’iniziativa che si prometteva di premiare con la medaglia d’oro lo sponsor ritenuto più inquinante di Londra 2012.

“È ora di preoccuparsi davvero del rapporto tra grandi multinazionali del settore alimentare e salute. Ed è ora che decisori politici ed esperti di sanità pubblica comincino a interrogarsi su come interagire con i big dell’industria”. Questo, in breve, il messaggio lanciato dalla rivista specializzata PLoS Medicine con una serie di articoli dedicati appunto a “Big Food”, appena pubblicata.

Come operano e come sono strutturati i colossi dell’economia mondiale? Cosa sanno di loro gli investitori e i cittadini? Transparency International ha analizzato le 105 più grandi società al mondo sulla base della loro trasparenza ricavandone risultati che non fanno star tranquilli. Delle multinazionali quotate in borsa, che sommate valgono più di 11 trilioni di dollari, neppure un terzo raggiunge la sufficienza e la performance peggiore riguarda il settore finanziario, che ottiene un voto medio di 4,2 su 10. Solo i sistemi interni anticorruzione segnano un trend positivo rispetto al passato: a confronto con il 2009, data a cui risale l’ultimo studio analogo di Transaprency, emerge un aumento al 68% (dal precedente 47%) delle aziende che si sono dotate al loro interno di misure per prevenirla. Ma sulla trasparenza ci sono ancora voragini da colmare.

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