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Obama

Impersonata, algida e potente, da Meryl Streep nel film “Il diavolo veste Prada”, Anna Wintour, temutissima direttrice di Vogue, sarebbe in lizza per l’incarico di ambasciatore Usa a Londra o Parigi. Barack Obama, grato del sostegno garantitogli dalla 63enne icona del giornalismo della moda, la vorrebbe sua rappresentante in una delle due capitale europee più ambite. Gli amabsciatori americani sono molto spesso non diplomatici di carriera ma amici del presidente. Da Vogue no comment alla notizia riferita dall’agenzia Bloomberg.


pubblicato da Libero Quotidiano

Obama veste Prada Vuole la Wintour ambasciatrice

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“Se il regime di Assad dovesse usare armi chimiche sarebbe inaccettabile e ci sarebbero delle conseguenze”: è il monito lanciato dal presidente americano Barack Obama.  “Il mondo sta guardando”, ha ammonito Obama rivolgendosi esplicitamente “ad Assad e a chi obbedisce ai suoi ordini”. Il presidente americano – intervenendo a Washington a un incontro di esperti sul rischio di una nuova proliferazione delle armi nucleari – ha quindi avvertito come “l’uso di armi chimiche sarebbe toatalmente inaccettabile e se qualcuno farà il tragico errore di usare queste armi ci saranno conseguenze e ne dovrà rispondere”. Obama ha quindi ribadito come gli Usa “continueranno a sostenere le legittime aspirazioni del popolo siriano e a collaborare con l’opposizione fornendo aiuti umanitari”. Il presidente ha confermato che l’obiettivo è quello di aprire in Siria “un processo transizione verso una Siria libera dal regime di Assad”.

A meno di un mese dal Fiscal Cliff, Obama e il GOP non potrebbero essere su posizioni più distanti. Il presidente se n’è uscito con una lista di richieste che non hanno la minima chance di passare alla Camera, controllata dai Repubblicani, e probabilmente neppure al Senato, dove un gruppo di senatori Democratici moderati voterebbero contro. Chiede, subito, 1600 miliardi di aumento di tasse, 1000 alzando le aliquote a chi ha un reddito oltre 200mila dollari (se single) e oltre 250mila (marito e moglie), e 600 con la eliminazione di deduzioni e detrazioni. Poi, da discutere nel 2013, offre non specificati tagli di spesa per 400-600 miliardi a programmi di welfare governativi. Inoltre, pretende che il Congresso rinunci alla prerogativa, che ora ha, di votare ogni superamento del tetto del debito federale, un evento che succederà di sicuro verso marzo, visto che si avvicina inesorabilmente il tetto di 16.400 migliaia di miliardi che era stato fissato con la legge dell’estate 2011. La discussione, trascinata fino all’ultimo senza una vera intesa ma con una misura-tampone, portò alla perdita della Tripla A del rating di S&P e creò le basi per la metà del Fiscal Cliff: infatti, quella leggina che evitava l’imminente bancarotta Usa fu approvata alla condizione che il primo gennaio 2013 scattassero tagli automatici per oltre un miliardo, in pari percentuale, alle spese del Pentagono e ad alcuni programmi di welfare. L’altra metà del Fiscal Cliff è relativa alla scadenza a fine 2012 dei tagli fiscali di Bush del 2001 e del 2003, rinnovati per due anni a fine 2010 da Obama, che adesso ne fa la sua priorità politica: è disposto a prorogarli solo per chi guadagna meno di 200mila dollari, lasciando che tornino ai livelli di Clinton per gli altri. Nei talk show della domenica, i repubblicani hanno respinto come uno “scherzo”, o una “follia”, il pacchetto di Obama, la cui mossa è tutta politica e punta a due obiettivi. Il primo è mostrare alla sinistra, sindacati e pensatoi liberal, che stavolta farà il duro, non come due anni fa, e userà il capitale politico maturato con la vittoria del 6 novembre. La seconda è la convinzione che, se non ci sarà accordo e scatteranno aumenti delle tasse per tutti, il Paese incolperà il GOP, non lui. Insomma, è ancora un presidente in campagna elettorale, solo che stavolta non c’è in palio il suo bis ma una ulteriore lacerazione tra i due partiti che dovrebbe, nei suoi calcoli, delegittimare il GOP e rinforzare i Democratici.   

Le sorti dell’economia non sono una sua priorità, come non lo sono state nel suo primo mandato: infatti, la crescita del Pil nei 4 anni dal 2009 al 2012 è stata del -3,1%, del +2,4%, del +1,8% e del +2,1% (primi 9 mesi), con una media del + 0,8%. Non a caso, la disoccupazione del suo primo mese alla Casa Bianca, pari al 7,8%, è stata la stessa con la quale è arrivato al voto un mese fa. Reagan, dal 1981 al 1984, fece di meglio nel primo mandato: +2,5%, -1,9%, +4,5%, +7,2%, per una media del +3,07%. E così fece Bill Clinton, dal 1993 al 1996: +2,9%, +4,1%, +2,5%, +3,7%, per una media del +3,3%. Obama preferisce l’idea di umiliare i repubblicani a quella di confrontarsi con i migliori presidenti del recente passato, di entrambi i partiti, che seppero risvegliare l’economia Usa e diedero benessere, lavoro, e crescita. Di fronte, ha i due esempi di Reagan e Clinton, che nel loro secondo quadriennio fecero anche meglio che nel primo. Reagan fece crescere il PIL in media del +3,73% (dal 1985 al 1988 la crescita fu del +4,1%, +3,5%, + 3,2%, +4,1%)  e Clinton ancora meglio, con il + 4,45% medio nei ruggenti anni del boom di Internet dal 1997 al 2000 (+4,5%, + 4,4%, +4,8%, +4,1%) . Sono questi i traguardi che la storia dei presidenti pone davanti a Barack, come ha acutamente notato il Wall Street Journal ricordando i dati. Ma lui non ha in agenda la crescita, come ha dimostrato imponendo la ObamaCare nel primo mandato, e pensando ora alla missione di spostare a sinistra il baricentro ideologico del Paese, con l’offerta di una politica di redistribuzione e di grande governo, anche a costo di far fallire l’America riducendola come i peggiori esempi europei della Grecia, della Spagna, dell’Italia e della Francia. 

Ma la vittoria gli ha preso la mano, perché è pur sempre presidente per aver avuto 370mila voti in più, in tutto, nei 4 o 5 stati ballerini decisivi (e in tutto ha avuto 3,5 milioni di voti in più in un Paese di 310 milioni di persone). Un sondaggio di Global Strategy Group, condotto tra 800 elettori di Obama nei 3 giorni dopo il 6 novembre da un gruppo (Third Way, Terza Via) di democratici moderati che sono favorevoli a un vero compromesso su tagli di bilancio e tasse con il GOP, ha mostrato che il 96% crede che il deficit fiscale sia un problema reale, e che l’85% (quindi neppure la totalità degli obamiani) è a favore di tasse più elevate per i più ricchi. Su come evitare il Fiscal Cliff, e questo è il dato che dovrebbe chiarire a Barack di non aver avuto carta bianca per imporre solo la sua propria linea liberal, il 41% dei suoi stessi elettori ritiene che dovrebbe ripianare il deficit prevalentemente con più tasse e in piccola misura con tagli di spesa di welfare, contro un identico 41% che pensa che a prevalere dovrebbe essere il taglio delle spese, con solo una parte di incrementi di tasse. Soltanto il 5% è poi dell’idea, portata avanti dai sindacati, che il deficit vada aggiustato solo con aumenti di imposte, mentre il 10% vorrebbe il solo ricorso a tagli di spesa per sanare il deficit. “Vogliono che Obama prenda in mano le grandi questioni e le risolva in un modo pragmatico e si fidano che lui trovi un compromesso”, ha commentato i risultati Lanae Erckson Hatalsky, direttore di Third Way, che gli ha suggerito di dimenticare Paul Krugman, l’economista accanito keynesiano (come Vendola) che sul New York Times espone le stesse idee del 5% che vuole solo tasse. “Obama ha vinto non per il suo appeal sull’ala estrema, ma perché ha attirato gli elettori del centro”, ha concluso Hatalsky. 

Ma le sirene del Barack vincitore sono a sinistra, e gli americani devono sperare che alla fine sia come Ulisse e sappia turarsi le orecchie e agire da presidente alla Clinton, non da ultra-partigiano liberal.

di Glauco Maggi 

Un conflitto d’interesse importante, che coinvolge i principali colossi petroliferi canadesi, spunta dietro Susan Rice, candidata favorita a segretario di Stato dopo Hillary Clinton. L’ambasciatrice americana all’Onu, infatti, ha investito da 300.000 a 600.000 dollari in azioni della società responsabile dell’oleodotto Keystone XL, un gigante da 7 miliardi di dollari che attraverserebbe gli Stati Uniti dal Canada al Golfo del Messico ma che necessiterà dell’approvazione del dipartimento di Stato. L’investimento, secondo gli ultimi documenti depositati, ha fruttato 20.000 dollari a Rice a al marito canadese nel 2011. Non sono, tuttavia, gli unici investimenti petroliferi della coppia. Rice, come rivela OnEarth, pubblicazione del gruppo ambientalista Natural Resources Defense Council, ha puntato un terzo della sua ricchezza, circa 43,5 milioni di dollari, in società canadesi collegate all’industria del petrolio, molte delle quali finite sotto i riflettori perché particolarmente inquinanti.

Se avessi potuto farlo, giovedì sera, avrei votato sì, nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, all’ammissione della Palestina come Stato osservatore non membro: perché non penso sia uno strappo dalle conseguenze catastrofiche, visto che l’Onu, il G8, la Ue, il Quartetto hanno i cassetti pieni di documenti che preconizzano esistenza e convivenza di due Stati, Israele e la Palestina, l’uno in pace con l’altro e ciascuno sicuro dentro i propri confini.

Da quest’angolo, il voto contrario di Stati Uniti e Israele, che tale prospettiva hanno da tempo accettata, appare difficile da condividere; e, soprattutto, delude. Non sorprende il consueto andare in ordine sparso dell’Unione europea agli appuntamenti internazionali in cui ci si conta. Però, le ragioni del no di Stati Uniti e Israele si possono capire. Credo che le diplomazie americana e, in misura minore, israeliana siano coscienti di non essere, stavolta, dalla parte della ragione e della storia: quando ci si ritrova in 9 a votare no, su un totale di quasi 190 Paesi, soli con Canada e Repubblica Ceca – e fin qui vada – e con Isole Marshall, Micronesia, Narau, Palau, Panama, che sono poco più di protettorati statunitensi, qualche dubbio sulla validità della scelta viene.

di Glauco Maggi

Se e quando catturerà i terroristi della cellula libica collegata ad Al Qaeda che hanno ammazzato l’11 settembre 2012 quattro ufficiali americani a Bengazi, tra i quali l’ambasciatore Chris Stevens, dove mai li schiafferà Obama? (Se li prende vivi, perché lui preferisce i droni o le “catture” alla Bin Laden). Un buon posto è Guantanamo, che già ospita l’architetto dell’attentato alle Torri Gemelle Khalid Sheikh Mohammed dell’11 settembre di 11 anni prima, e il Senato americano sta già preparando le celle. Mentre l’amministrazione Obama, dal primo giorno dell’entrata alla Casa Bianca nel gennaio 2009, le ha pensate tutte per smantellare la galera cubana e trasferire detenuti e processi sul suolo patrio, addirittura a New York per trattarli come mariuoli internazionali invece che come combattenti determinati a distruggere l’America, gli americani sono più concreti e seri. Così, anche se i Democratici controllano il Senato con 55 voti contro 45, ieri l’altro è passata, per 54 a 41, una misura che vieta al governo di insistere con i suoi piani di trovare una prigione sul territorio Usa per piazzarci i terroristi. E la motivazione, banale e pratica, è che “la sede di Guantanamo Bay è equipaggiata singolarmente bene, con una prigione di livello eccellente per trattare i terroristi”, come ha spiegato la senatrice repubblicana del New Hampshire Kelly Ayotte, prima firmataria dell’emendamento che nega i finanziamenti per studiare e pianificare la costruzione di una galera alternativa negli Usa. “L’amministrazione pensa di chiudere Guantanamo, ma il popolo americano non vuole che terroristi stranieri del tipo di Khalid Sheik Mohammed siano portati qui”, ha aggiunto la senatrice. Pur in minoranza al Senato, il GOP si è tirato dietro un buon numero di senatori democratici moderati e con la riconferma a rischio nel 2014, che evidentemente non vogliono passare, davanti agli elettori del proprio stato, per sostenitori della volontà di Obama di chiudere Guantanamo. 

La mozione è venuta come immediata risposta ad una notizia, diffusa in esclusiva da Fox News, secondo cui la senatrice Dianne Feinstein, democratica liberal della California, aveva commissionato uno studio federale per valutare la fattibilità dell’operazione. Il rapporto aveva concluso che, ovviamente, chiusura e trasferimento sono possibili sul piano tecnico, e come non potrebbero? Ciò che non esiste, però, è la fattibilità politica dell’idea, che è respinta da una larga maggioranza di americani nei due partiti e in tutto il Paese. 

Oltretutto, avete notato, anche dai giornali italiani, che il “problema”, o “scandalo”, o “vergogna”, o “inciviltà”, o “immoralità”, o quello che volete voi (whatever, dicono qui) dell’esistenza stessa di Guantanamo è sparito, svanito, scomparso, dissolto? Da quando non c’è più Bush, e al suo posto c’è il comandante in capo buono, umano, premio Nobel, e, nelle misurate parole di Jamie Foxx, “our Lord and Savior Barack Obama” (“nostro padrone e salvatore Barack Obama”), Gitmo è diventato il Club Mediterranee. Non sarà, forse, che il trattamento disumano dei prigionieri a Guantanamo non è mai esistito neppure sotto i generali di Bush? Galera era, e galera è. E per terroristi da guardare a vista, ma con tanto di pasti per la dieta islamica, con i tappetini e i corani, e il traffico degli avvocati che sembra Times Square. Ah, per chi fosse sfuggito, il regime del carceriere buono, Obama, ha anche avuto il suo bel suicida qualche settimana fa in una cella di Guantanamo, ma non è andato in prima sul New York Times e quindi non potevate certo leggerlo neppure in prima pagina in italiano, o come apertura dei tg. 

twitter @glaucomaggi

drone-usadrone-usaMolti articoli sono apparsi sui giornali, in particolare statunitensi, in questi giorni sul tema degli omicidi mirati.

Tra gli altri, va segnalata una lunga inchiesta del Washington Post che è stata ripresa da Internazionale di questa settimana, sotto il titolo “La lista segreta di Obama”. Vi si descrive come il governo Usa stia mettendo a segno in segreto la c.d disposition matrix, ossia “un sistema che renderà più facile individuare, catturare e uccidere i sospetti terroristi in ogni regione del mondo”. Il sistema si basa sull’uso massiccio di droni, ossia di aerei telecomandati a distanza. Il governo Obama ha molto intensificato il ricorso a tale strategia militare.

Quindi giovedì 29, a colazione, il presidente Obama vedrà Mitt Romney per la prima volta da quando i due si sono confrontati davanti a milioni di americani, quella volta in cui Barack sparò la bugia su Bengazi e i “gli atti di terrore” e Mitt si fece prendere in giro dalla moderatrice della CNN amica del presidente. 

Che cosa possa aver generato questo incontro a quattr’occhi non è un mistero. Basta mettere insieme il carattere delle due persone e non poteva che finire così. Da una parte il più bravo, il più efficace, il più cinico, il più volgare, il più spregiudicato, il più ideologico, il più osannato e protetto dalla stampa e dalla Tv mainstream, personaggio politico sulla piazza americana; e ovviamente del partito più portato a fare dei propri militanti dei professionisti raffinati del palazzo. Dall’altra, l’uomo che è riuscito a passare per avvoltoio della finanza, per assassino (della moglie di un licenziato da una ditta in cui Romney non era più da oltre 5 anni), per sfruttatore delle donne, grazie all’opera brillante del suo avversario (della stampa ho già detto); e senza far sapere, Mitt, che lui sul piano umano aveva compiuto atti di volontariato personale, conditi da una generosità in dollari per gli enti di carità americani che da sola faceva il pari con quella del presidente e di qualche dozzina di senatori democratici messi insieme.
Da un match così impari non poteva che venir fuori il “pranzo delle beffe”, un misto di “sindrome di Stoccolma”, con il poveretto perdente che non sa staccarsi dal suo Dominator, e di carità (chissà?)  mormone verso un presidente che non aveva mai fatto mistero di odiare, proprio a livello di pelle, Mitt e la sua famiglia. Di sicuro, nella chiesa di Jeremia Wright dove Barack Hussein si è fatto 20 anni di sermoni, non ci sarebbe mai stato spazio per queste offerte dell’altra guancia: i bianchi e i semiti, tutti all’inferno. 

Politicamente, il meeting tra i due pesa meno che se si vedessero Joe Biden e Clint Eastwood, il che sarebbe almeno una rimpatriata tra battutari navigati. Romney ha finito di contare sulla scena del potere Usa con la telefonata del 6 notte in cui ha concesso la vittoria a Barack. Quella andava fatta, e andava fatta con la grazia che il galateo delle istituzioni richiede dai suoi leader, e che lo sconfitto ha rispettato perfettamente. Ma che tre settimane dopo la vittoria sul campo Obama ottenga anche quella al tavolo da pranzo è un eccesso di fair play che va oltre la norma. Nel pieno di uno scontro sul fiscal cliff che sta dilaniando il congresso, soprattutto la parte dei perdenti Repubblicani che sono sotto la pressione della richiesta di alzare le tasse, che ci va a fare Romney da Obama? A dire che lui voleva abbassarle, perché era la ricetta giusta? Qualunque cosa farà  o dirà a Obama non può essere di alcuna utilità al paese, ma solo, possibilmente, un assist regalato al presidente. Che ha vinto con la linea legittima e rischiosa della divisione netta tra “chi è con me e chi è contro di me”, e non ha bisogno di passare, gratis, per quel leader aperto alle ragioni degli altri, e bipartisan, che ovviamente non è. 

Lo scorno è già palese dalle parole che ha speso il portavoce di Obama nella conferenza stampa quotidiana quando gli è stato chiesto di che cosa avrebbero parlato i due. “Ci sono aspetti del passato di Romney che il presidente ritiene sarebbero utili al Paese…come il modo in cui ha salvato le olimpiadi di Salt Lake City”. Capito? Questa è pura classe politica, ma è possibile perché l’altro è un masochista. “L’importante è partecipare, Mitt”, lo irriderà Obama. “E, a proposito di olimpiadi, già che hai salvato il bilancio fallimentare di quelle dello Utah non è che mi salvi Washington?”. Mitt cornuto e mazziato, ma se l’è cercata lui la figura del poveretto che elemosina qualche lancio di agenzia. Doveva andare a Salt Lake City in vacanza per Natale, con i nipotini, e lasciare gli affari di Palazzo nella capitale al presidente che ha il pelo sullo stomaco per arraffarli.

 

L’imprenditore miliardario Warren Buffett scende in campo e propone un candidato alla guida del Tesoro americano: Jamie Dimon, amministratore delegato di Jp Morgan, la banca d’affari che a causa di investimenti discussi e discutibili in derivati ha registrato la primavera scorsa un profondo rosso da oltre 6,2 miliardi di dollari, da sempre schierato con fermezza contro ogni tentativo di regolamentare Wall Street. Riforme che Dimon ha definito “anti americane” e “discriminanti”. Il banchiere, sempre secondo Buffett, è l’uomo giusto per guidare il dipartimento del Tesoro americano, soprattutto in momenti di crisi. “Nel caso di turbolenze finanziarie credo che sarebbe la persona migliore per occupare l’incarico, perché i leader di tutto il mondo avrebbero fiducia in lui”, ha dichiarato l’uomo d’affari, rispondendo a una domanda sull’amministratore delegato di Jp Morgan durante lo show televisivo Charlie Rose in onda sull’emittente Pbs.

Ha aggravato la sua situazione Susan Rice, l’ambasciatrice Usa all’Onu che andò in televisione per sostenere la panzana del video su Maometto come causa della “manifestazione di rabbia popolare” (non ci fu affatto, e lei lo sapeva) che portò alla morte di 4 americani a Bengazi, uccisi dai mortai durante l’attacco terroristico di Al Qaeda. Essendo la probabile scelta di Obama al posto di Hillary Clinton (dal prossimo anno) come segretario di stato, la Rice aveva chiesto di parlare stamane con i tre senatori repubblicani Lindsey Graham (Sud Carolina), John McCain (Arizona) e Kelly Ayotte (New Hampshire) che avevano richiesto la settimana scorsa una speciale commissione congressuale in stile Watergate per andare a fondo nella vicenda. Siccome le nomine del presidente ad incarichi ministeriali necessitano di una formale conferma dei senatori, la Rice, per diventare segretario, deve ottenere l’OK anche dei senatori repubblicani. I tre, giorni fa, avevano manifestato l’intenzione, invece, di opporsi alla sua promozione. Il comportamento tenuto dalla ambasciatrice nell’occasione libica, secondo loro, era la prova che è inadatta ad un simile ruolo.

Oggi, dopo l’abbondante ora di colloquio, e con l’attuale direttore provvisorio della Cia Michael Morell che l’accompagnava, i parlamentari repubblicani hanno detto di essere ancora più preoccupati di prima. Non hanno ripetuto esplicitamente la minaccia di opporsi ma hanno assicurato che hanno ancora tanti interrogativi che attendono risposte. “In conclusione, io sono più disturbato ora di quanto non lo fossi in precedenza dalle parole della Rice sulla spiegazione per la morte dei 4 americani a Bengazi data dalla ambasciatrice il 16 settembre (5 giorni dopo i fatti, in 5 interviste televisive NDR)”, ha detto Graham. “Noi siamo significativamente più turbati adesso per  molte delle risposte che abbiamo avuto e per quelle che non abbiamo avuto a proposito delle prove che erano schiaccianti su ciò che ha portato all’attacco al nostro consolato”, ha rincarato McCain. In sostanza, i senatori continuano a non trovare plausibili spiegazioni né per la manipolazione del rapporto iniziale della Cia, che conteneva l’esplicito riferimento alle responsabilità di Al Qaeda e l’inesistenza della sommossa della folla, e tantomeno per la decisione della Casa Bianca di mandare la Rice in Tv a dire bugie che in quel momento erano ormai stranote nella comunità dell’intelligence, e già uscite persino sulla stampa. 

In verità, la motivazione politica è chiarissima ma nessuno tra i democratici, da Obama in giù, è ovviamente disposto a fornirla: bisognava far credere che la colpa fosse dell’intolleranza anti-islamica di un video su YouTube invece che riconoscere che Al Qaeda, cioè il terrorismo islamico,  era ancora viva, vegeta e letale qualche settimana prima del voto del 6 novembre. “Siamo ancora più preoccupati adesso, dopo aver incontrato il responsabile attuale della Cia e l’ambasciatrice Rice”, ha fatto eco ai due colleghi la Ayotte. “Quando uno è  in una posizione come quella di ambasciatore degli Usa all’Onu deve andare ben oltre i semplici punti di un memo non classificato mentre svolge i suoi compiti e assume le responsabilità per quel lavoro. Ciò che mi turba ancor di più è che la Rice non ha fatto alcuna domanda ulteriore”. L’accusa è di aver fatto da pappagallo a ciò che la Casa Bianca aveva deciso, al di là dell’evidenza. 

Inoltre, i senatori hanno fatto capire di non aver apprezzato la presenza all’incontro del direttore provvisorio della Cia, invece del capo dell’Intelligence Nazionale James Clapper, il suo superiore che aveva fornito versioni diverse della manipolazione del rapporto. Il Gop è anche in attesa che la stessa Hillary Clinton , la responsabile della diplomazia Usa, dia finalmente la sua versione sugli eventi di prima, durante, e dopo l’attacco mortale in Libia. Il suo silenzio è un altro dei tanti misteri di questa pagina nera.  La strada per l’assunzione reale dell’incarico da parte della Rice è dunque ancora molto lunga, anche se pare che Obama abbia intenzione di fare l’annuncio della nomina questa settimana. Con la Rice, il solo altro nome che gira è quello di John Kerry.

twitter @glaucomaggi

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