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Seguire il percorso dei soldi spesi dai partiti in Calabria. È questo l’obiettivo del blitz della guardia di finanza di Reggio che su disposizione della Procura si è presentata a Palazzo Campanella, sede del consiglio regionale, per acquisire tutta la documentazione delle spese, dal 2010 ad oggi, dei diversi gruppi politici. Rimborsi chilometrici, costi di rappresentanza, stipendi di ogni singolo consigliere regionale della Calabria. L’operazione delle fiamme gialle è scattata alle 9 e ha toccato anche Palazzo Foti, sede della Provincia di Reggio Calabria.

L’aria che si respira come in tutte le occupazioni che si rispettino è quella da vigilia della presa del palazzo d’Inverno. Trepidazione, attesa, attenzione per il leader degli operai che parla. Nella storica sala Nobile del liceo classico Minghetti, uno dei più importanti di Bologna, centinaia di ragazzi stanno a sentire le parole di Maurizio Landini. Il segretario della Fiom, prima di prendere un treno per tornare a Roma dopo una visita in città, proprio non vuole mancare a un incontro chiesto dai ragazzi e che, stando alle parole di Bruno Papignani dell Fiom locale, non era proprio ben visto della dirigenza del blasonato liceo bolognese.

Il nuovo presidente e’ dovuto scappare dopo che manifestanti hanno sfondato il cordone della polizia. Sparati lacrimogeni. Feriti e intossicati. Non dovremmo tutti dirci egiziani, anche noi codardi italiani che subiamo dittature soft senza battere ciglio?

pubblicato da Wallstreet Italia
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Egitto: Morsi asserragliato dalla folla lascia il Palazzo

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In Egitto la tensione ormai è salita alle stelle. La polizia ha sparato lacrimogeni sui manifestanti davanti al palazzo del presidente egiziano Mohamed Morsi mentre tentavano di scavalcare le barriere in filo spinato. Alcune persone sono rimaste intossicati dai gas. Il presidente egiziano Morsi, valutando la situazione come rischiosa, ha lasciato il palazzo presidenziale dopo che manifestanti hanno sfondato il cordone della polizia. “Il presidente ha lasciato il palazzo”, ha detto una fonte presidenziale, che non ha voluto essere identificata. Anche una fonte della sicurezza ha detto che il presidente ha lasciato l’edificio. Alcuni manifestanti hanno sfondato il cordone della polizia che stava proteggendo il palazzo e sono arrivati a protestare sotto le mura del palazzo. Insomma Morsi sarebbe fuggito in un luogo più sicuro. Le forze di sicurezza si sono ritirate dal perimetro esterno del palazzo presidenziale di Mohamed Morsi dove si sono radunate decine di migliaia di manifestanti. Lo riferisce la tv di stato egiziana. ”Il popolo vuole la caduta del regime”, “vattene“, “Sei tu che te ne devi andare , noi restiamo”,  hanno gridato i manifestanti. In movimento varie marce organizzate dal Fronte di salvezza nazionale per protestare contro il decreto presidenziale di Morsi e la costituzione approvata quattro giorni fa. Morsi ha intanto presieduto una riunione al palazzo presidenziale di Ittahadeya in vista del referendum costituzionale del 15 dicembre. 

 

Nuovo cambio di programma nell’agenda di Silvio Berlusconi. Annullata la presentazione del libro di Bruno Vespa prevista per mercoledì pomeriggio e rinviata al 12 dicembre (per paura di qualche domanda prematura sul futuro del Pdl, sostengono i maligni), il Cavaliere farà comunque rientro a Roma e, secondo quanto si apprende, ha convocato lo stato maggiore del Pdl per un vertice all’ora di pranzo o al massimo nel pomeriggio a Palazzo Grazioli. All’ordine del giorno, spiegano le stesse fonti, la riforma elettorale, che ha subito un nuovo stop al Senato, ma soprattutto l’election day: resta infatti sul tavolo la minaccia del Pdl di crisi di governo qualora l’esecutivo non indica l’elezione contemporanea per le regionali e le politiche. Decisione che l’esecutivo dovrebbe assumere nel Consiglio dei ministri di giovedì. Al vertice di mercoledì saranno presenti il segretario Angelino Alfano, i coordinatori nazionali, i capigruppo e vice di Camera e Senato.

Il giaguaro è stato smacchiato e la porta di palazzo Chigi è aperta. Arriva da Bettola, tremila abitanti divisi dal torrente Nure, sui colli piacentini, il prossimo probabile premier italiano. I conti si fanno alla fine, è vero, e la campagna elettorale deve ancora iniziare. Però sembra venuto il tempo di Pierluigi Bersani, sessantuno anni, figlio di Giuseppe, benzinaio al paese, laureato in filosofia con lode e una tesi su papa Gregorio Magno. “Sono un giovane di lungo corso”, ha detto. Aveva i brufoli in faccia e già sedeva su una poltrona, vicepresidente della comunità montana. Poi sempre col naso all’insù, a scalare posizioni e guardare in cielo, lì dove sorge sempre il sol dell’avvenire: assessore regionale, presidente, deputato e ministro e eurodeputato. Vicino al potere e vicino alle coop perché le cose che contano per Pier Luigi e per ogni buon dirigente emiliano sono due: il partito e l’industria. Nato e vissuto nel cuore del motore della sinistra italiana, militante ortodosso, perfetto nel Pci di allora e poi in prima linea in tutte le sue filiazioni. Pragmatico, riformista, aggiustatore per indole. Vicino alle Coop, perchè di sola passione si muore e vicino – anzi dentro – all’altra grande fabbrica della politica italiana, Comunione e liberazione. ”Occhetto voleva chiamare il nuovo partito Comunione e Libertà”, disse agli amici ciellini, segnando il suo ruolo di partecipe cofondatore.

L’Italia voterà a favore del riconoscimento dello status di “Stato osservatore non membro” della Palestina all’Onu. Lo conferma un comunicato di Palazzo Chigi.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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Giorgio Napolitano ha deciso: Monti non è candidabile. Peccato che non sia vero. Monti è candidabilissimo come premier indicato da una coalizione, e anzi con l’attuale legge elettorale ogni alleanza ha l’obbligo di indicare un nome come “Capo della coalizione”, con la dichiarata volontà di portarlo a Palazzo Chigi. Di più: per un senatore a vita non vi è alcun esplicito divieto di candidarsi alla Camera dei deputati, e in caso di elezione optare per Montecitorio o Palazzo Madama. Decidere se e a che cosa candidarsi spetterà perciò solo a Monti.
Giorgio Napolitano, una volta di più, si è comportato come fosse investito di poteri di cui invece nell’attuale ordinamento italiano il presidente della Repubblica non gode. Parlava da Parigi, ma non è l’aria notoriamente elettrizzante della Ville Lumière ad avergli fatto confondere le sue prerogative con quelle volute da De Gaulle per il presidente francese. Tali prerogative, infatti, “Re Giorgio” (da qui l’appellativo con cui laudatori e avversari lo designano nei fuori onda) se le sta attribuendo quasi fossero ovvie, “moral suasion” dopo “moral suasion”, nella plaudente indifferenza dei media sempre più proni o anestetizzati. A questo punto manca solo che nello sciogliere le Camere indichi anche le percentuali di voto che devono andare a ciascun partito, e potremo risparmiare i soldi e la fatica dell’election day.

Per anni Napolitano non ha esercitato il potere che la Costituzione gli riconosce davvero, rifiutare la firma di una legge, anche quando si trattava delle ricorrenti leggi-vergogna berlusconiane, autentiche leggi-mazzata contro la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, ma da quando ha creato il “suo” esecutivo non fa che intervenire perfino sui dettagli delle leggi e della conduzione del governo. Con distorsioni micidiali sui poteri de facto dell’istituto che ancora per qual che mese ricoprirà, e che si trasmetteranno pericolosamente anche al successore. La sentenza che ha chiesto alla Corte costituzionale (sentenza già scritta, secondo il miglior presidente della Consulta, Zagrebelsky), è solo la più minacciosa e grave di tali distorsioni.

Monti sul Colle, Bersani a Palazzo Chigi, Vendola vicepremier: questo il futuro da incubo che si delinea nei prossimi mesi, dopo che i sogni di gloria di Pier Ferdinando Casini e Luca di Montezemolo, ma anche di Andrea Riccardi e di tanti tecnici montiani, sono stati spazzati via dall’intervento del capo dello stato. Ha voglia, Casini, di strillare che lui la “lista Monti” la farà lo stesso. Panchinato, spazzato via dalle parole di Napolitano, che ha detto che il premier in carica “è già senatore a vita e quindi non può essere candidato. Nè – ha proseguito Re Giorgio – hanno molto senso liste che si ispirino a Monti o che portino il suo nome”. Così parlando, il presidente ha spazzato via il centro e le ipotesi di “larghe intese” dopo il voto, legittimando in modo perentorio il successo di Bersani (o di chi dovesse vincere le primarie del centrosinistra) come l’unico istituzionalmente corretto. Certo, ha detto che l’attuale premier portà essere coinvolto in consultazioni per la formazione del governo “in una fase successiva” al voto. Ma questo è, nelle sue intenzioni, lo scenario “di riserva”. Assai improbabile se, come pare, si andrà a votare con il “porcellum” che garantirà il premio di maggioranza a Bersani e soci, che sono dati al 35% e quindi potranno governare godendo di una larga maggioranza (chi di porcellum ferisce di porcellum perisce, verrebbe da dire). A quel punto, a Napolitano non resterà che orchestrare il dopo-voto. Come? A spiegarlo è stato sempre oggi lo stesso Bersani, il quale si è detto sicuro che Monti continuerà nella sua opera di servizio al Paese. Dal Quirinale, come successore dello stesso Napolitano.

 

Le primarie del Pdl dividono ancora Angelino Alfano e Silvio Berlusconi. L’ex premier, sempre titubante sull’effettivo successo del coinvolgimento popolare dell’iniziativa, è arrivato a Roma per il faccia a faccia con il segretario intenzionato a convincerlo sulla necessità di boicottare “l’esperimento”. Giunto a Palazzo Grazioli in cappotto lungo scuro e Borsalino di feltro, il Cavaliere avrebbe però alzato bandiera bianca di fronte alla strenua resistenza di Angelino. Le primarie si devono fare, fare retromarcia ora, con la macchina già faticosamente avviata, non riporterebbe il partito in carreggiata ma semplicemente lo farebbe schiantare. Questa, secondo alcune fonti del Pdl, la posizione di Alfano.

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 Voi chi votereste a queste primarie?: inviate una email con il nome delcandidato nell’oggetto del messaggio a primariepdl@liberoquotidiano.it 
oppure ancora scrivendo il nome del vostro leader al numero di fax 02 999 66 264

Meloni in testa – Restano i dubbi sulle regole del confronto, oltre che sui candidati. Alcuni dei quali, fermo restando l’obbligo di consegnare 10mila firme entro domenica 25 novembre, non convincono i leader mentre altri sono già in rampa di lancio. E’ il caso di Giorgia Meloni, assai critica con gli ex An (come lei) La Russa e Gasparri schierati con Alfano e premiata dal voto dei lettori di Liberoquotidiano.it, che via mail e votando al nostro sondaggio la danno come favorita nella corsa a Palazzo Chigi. E proprio la Meloni, insieme all’altro candidato Alessandro Cattaneo, ha ribadito come le primarie siano “un processo irreversibile”. Insomma, non si torna indietro. Anche se c’è qualcuno, come l’ex leader leghista Umberto Bossi, che sembra rimpiangere il passato. “Chi sceglierebbe tra Berlusconi e Alfano?”, gli chiedono i giornalisti a Montecitorio. E il Senatùr: ”Berlusconi, è mio amico anche se non ci sentiamo da un po’”.

 

 

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