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pubblicato da Libero Quotidiano

In Germania le imprese vanno meglio perché lì lavorano. Polillo ha ragione?

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Perché in Germania le imprese vanno maglio che in Italia? “Perché in Germania lavorano, oh!”. Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo sbotta ospite di Ballarò i un vicace contraddittorio con il segretario Fiom Maurizio Landini. E tra il pubblico in studio scatta la protesta…


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Polillo a Landini (Fiom): "In Germania le imprese vanno bene perché lì lavorano"

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Dopo avere scoperto di avere fatto un gran pasticcio nel redigere il bilancio dello Stato, inserendo come minori spese quelle che invece erano maggiori entrate, e facendo confusione sui trasferimenti alle regioni autonome, il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo con la sincerità che certo non gli manca, ha allargato le braccia sospirando di fronte ai deputati della commissione Bilancio della Camera. Il gran pasticcio, ha spiegato, “è imputabile in larga parte anche alle concitate modalità di lavoro, caratterizzate dalla presenza nell’ambito dell’esecutivo di sedi diverse, non sempre comunicanti le une con le altre”. Va bene la sincerità, ma da lunghi anni le sedi di governo sono sempre le stesse. E se c’è una cosa ormai scritta a memoria è proprio il Bilancio dello Stato. Pasticci così non ci sono mai stati. Bisognava chiamare i tecnici al governo per vedere in scena tanta improvvisazione. Ora salta fuori che capiscono poco di tutto, e pure hanno difficoltà a parlarsi. Eppure il gran pasticcio è saltato fuori perchè altri tecnici l’hanno scovato: quelli del servizio Bilancio della Camera dei deputati, proprio il servizio che un tempo Polillo guidava. Forse sono andati al governo proprio i tecnici più sgarrupati che avevamo a disposizione…

 

Da argomento tabù (per la stabilità dei conti pubblici), all’ammissione che sì il problema c’è, e va risolto. Ieri l’esecutivo ha dovuto accettare, tra gli Ordini del giorno al Ddl di stabilità, anche uno che «impegna il governo a risolvere il problema delle ricongiunzioni onerose dei periodi assicurativi». Siamo ben lontani dalla soluzione, ma è importante che l’Odg (della Lega) abbia incassato il parere favorevole del vulcanico sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo. Che ha precisato «che ciò dovrà avvenire nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica». Vale a dire: bisogna trovare i quattrini per coprire il costo. La cosa che fa ben sperare è che sempre Polillo, a Montecitorio, abbia  confermato  «gli impegni» presi in commissione Bilancio alla Camera sulle modifiche da realizzare nel passaggio in Senato. Politicamente si tratta di poco più di un impegno morale, visto che l’Odg non obbliga il governo e poi c’è la clausola di salvaguardia («i vincoli di finanza pubblica»). Però, dopo oltre due anni, che almeno se ne parli è già un passo avanti. E poi c’è una valutazione meramente politica: la competenza sul Welfare (e quindi sui ricongiungimenti) è del ministero del Lavoro. Quindi di Elsa Fornero, che ha sempre spiegato che «per equità intergenerazionale» non intende rimettere mano alla vicenda. Ora l’impegno di Polillo, a nome del governo, di fatto “commissaria” le scelte di Fornero. Resta da vedere come finirà al Senato, spiega Antonio Castro su Libero di venerdì 23 novembre. I ricongiungimenti sono un nodo cruciale. E una spina nel fianco per la Fornero. Ora il governo deve dare risposte concrete.

Leggi l’articolo integrale di Antonio Castro su Libero in edicola oggi 23 novembre 

 

 

di Elisa Calessi

Il mese cruciale sarà settembre. Dopo la pausa estiva, superato – si spera – l’attacco della speculazione, Mario Monti vuole mettere in campo una serie di misure shock. Per abbattere pesantemente il debito pubblico. Quel fardello che impedisce al nostro Paese di essere competitivo e che, di fatto, annulla gli effetti di qualunque risparmio. Il tempo rimasto a disposizione del governo dei tecnici ormai è poco. A dicembre comincerà la campagna elettorale. Per questo Monti vuole agire subito, tra settembre e ottobre, per quella che ritiene l’ultima e più importante azione del governo. 

L’operazione è allo studio dei tecnici del ministero di via XX Settembre, i quali stanno passando al vaglio una serie di proposte. Le più importanti sono due: il cosiddetto prestito forzoso e la vendita del patrimonio pubblico immobiliare. Il primo è una misura che in passato si è usata in tempi della guerra. Fu adottata anche da Benito Mussolini nel 1926. Si prevede l’obbligo per i redditi al di sopra di un certo limite di sottoscrivere titoli del debito pubblico di durata decennale o ventennale. Di recente l’ha riproposto anche l’economista Jean Paul Fitoussi, sostenendo che porterebbe nelle casse italiane 30 miliardi di euro l’anno. 

A confermarlo a Libero è il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo. «È vero, si sta valutando una serie di misure più forti per abbattere il debito. Del resto è stato proprio il ministro Grilli a esprimere la disponibilità a fare interventi sul debito dell’ordine di un punto di Pil all’anno». Una di queste è proprio il prestito forzoso, ossia la sottoscrizione obbligatoria di titoli di Stato. Continua il sottosegretario all’Economia: «Ci sono varie proposte in campo su questo tema, sono tutte sul tavolo e verranno valutate dal direttore generale del Tesoro che dovrà studiarne la fattibilità». Una l’ha fatta il Club Ambrosetti, un’altra Andrea Monorchio (ex Ragioniere generale dello Stato). Un’altra soluzione di questo tipo l’ha proposta Giuseppe Vegas, presidente della Consob. Ma ci sono anche disegni e proposte di leggi in materia (una è di Mario Baldassarri). 

Sarebbe una sorta di patrimoniale, in quanto colpirebbe i ricchi. Ma più accettabile. Non tasserebbe, infatti, la ricchezza immobiliare, già colpita con l’Imu. Né sarebbe un prelievo forzoso, altra ipotesi che sta girando in questi giorni per una cifra intorno al 5%. Una misura, quest’ultima, che, però, verrebbe vissuta come una “rapina” dello Stato. 

Il prestito forzoso, invece, è sì, di fatto, una tassa sulle persone più abbienti. In quanto è obbligatorio. Ma ha la forma di un investimento. E con la garanzia che tornerai in possesso di quei soldi che ora lo Stato ti chiede di impegnare. La patrimoniale vera e propria, invece, è esclusa. «Abbiamo già colpito i ricchi patrimoni con l’Imu, non si può fare di più», spiega Polillo. 

L’altra misura allo studio dei tecnici di via XX Settembre è, si diceva, la vendita del patrimonio immobiliare, anche quello istituzionale. Si pensa al conferimento in un fondo degli edifici di proprietà dello Stato. Con la possibilità di un riscatto alla fine. Bisogna, però, risolvere alcuni nodi. «Il primo», spiega Polillo, «è che bisogna andare sui mercati internazionali, non solo italiani». Il secondo «è che ci sono forti vincoli comunitari». L’ipotesi ch si sta esplorando è quella del lease back che consiste nella cessione di un immobile di cui, però, si mantiene l’uso in cambio di un affitto annuo. Alla fine è possibile riscattare l’immobile. «Il problema», spiega Polillo, «è che la Commissione europea lo considera comunque un debito. Vuole l’effettivo trasferimento di proprietà». Si sta, perciò, valutando il modo per superare questo impedimento. In ogni caso, a settembre si parte. Come in tempo di guerra. Del resto, anche se i nemici sono invisibili, una guerra c’è.

 

L’attuale livello medio e’ insostenibile. A lanciare l’allarme e’ il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo. La società è “abituata a un tenore di vita che non possiamo più permetterci”.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Italiani lavorino di piu’, altrimenti i salari scenderanno ancora

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Coro di proteste e indignazione per la dichiarazione del sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo. “Se rinunciassimo tutti ad una settimana di vacanza avremmo un impatto immediato di circa un punto sul pil”, ovvero 14-15 miliardi.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Vice ministro provocatore: "Italiani fate meno ferie"

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“Il sottosegretario all’economia non smette mai di sorprendere, ma al governo è sprecato: è un vero talento da avanspettacolo”. Felice Belisario, capogruppo dell’Italia dei Valori al Senato, stronca così le dichiarazioni di Gianfranco Polillo che oggi ha dato un consiglio agli italiani per fare ripartire l’economia. “Se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”. La ricetta quindi è quella di aumentare il tempo dedicato al lavoro, per fare ripartire la produttività. Polillo spiega: “Nel brevissimo periodo, per aumentare la produttività del paese lo choc può avvenire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve”. Il sottosegretario poi aggiunge che la sua proposta  non vede particolare difficoltà né da parte dell’industria (“da parte dell’industria può essere fatto per le aziende già ristrutturate che hanno mercato e quindi puntare principalmente sui contratti di secondo livello”), né da parte dei sindacati: “Siamo una fase di riflessione, ma devo dire che non sono contrari a questa ipotesi, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per conto suo su questo; all’interno di tutte le sigle, compresa la Cgil, ci sono settori illuminati e riformisti che vi ci stanno ragionando”.

Oltre ai danni la beffa. Come se non bastassero le tasse a rovinare la vita degli italiani, il governo Monti suggerisce anche un’ulteriore penitenza: rinunciare alle vacanze. La strada maestra viene tracciata dal sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, secondo il quale la prima cosa da fare, nell’immediato, per uscire dalla crisi è “un input di lavoro senza variazione di costo: bisogna lavorare di più”. Secondo Polillo “nel nostro Paese si lavora nove mesi all’anno” e “ormai bisogna cominciare a ragionare che nove mesi di tempo di lavoro sono troppo brevi, e quindi dobbiamo aumentarli”. Come? “Rinunciando a una settimana di vacanza”. 

“Viviamo al di sopra delle nostre possibilità” – La ricetta del governo Monti è semplice: oltre a imposte e balzelli, gli italiani dovranno lavorare ancora di più. Frasi paradossali, che risultano ancora più insopportabili alla luce dello studio diffuso sabato scorso dalla Cgia di Mestre, che spiegava che per pagare le tasse introdotte dal governo dei tecnici gli italiani devono già lavorare 10 giorni in più rispetto al 2012: il governo dei professori ci ha già rubato dieci giorni di vita, ma punta a fare anche di peggio. “Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità”, ha proseguito Polillo. E dunque “per finanziare i consumi del Paese siamo costretti indebitarci all’estero per 50 miliardi all’anno che, visto il livelllo dello spread, non sono sostenibili”, ha aggiunto conversando con i giornalisti nel corso di un convegno della Assolowcost. Il sottosegretario, rimarcando che la situazione non è sostenibile, ha indicato due possibili soluzioni: un taglio della domanda interna che distruggerebbe il nostro Paese o un aumento del potenzioale produttivo (ossia, se il concetto ancora non fosse chiaro, lavorare di più). La prima strada, ha aggiunto Polillo, “sarebbe inaccettabile se non vogliamo distruggere il Paese”. 

“Rinunciate alle vacanze” – Premettendo che nel medio periodo bisogna pensare ad aumentare la produttività attraverso una razionalizzazione degli apparati produttivi, riducendo costi e sprechi per aumentare gli investimenti, il braccio destro di monti ha sottolineato che nel breve periodo serve una “scossa elettrica” per far ripartire il sistema. “Credo che la riflessione che dobbiamo fare è sullo choc che può venire da un aumento dell’imput di lavoro senza variazione di costo. Siamo in un Paese in cui si lavora mediamente nove mesi all’anno e, credo, che ormai bisogna ragionare che questi nove mesi di lavoro sono troppo brevi e che, quindi, dobbiamo aumentare i tempi di lavoro. Se noi rinunciassimo a una sola settimana di vacanza – ha proseguito Polillo – avremmo un impatto immediato sul Pil di circa l’1%: questo vuol dire che bisogna lavorare di più”. Il sottosegretario ha poi chiarito che “da parte dell’industria questo non deve essere un accordo generalizzato, ma deve essere un accordo per le aziende che sono state già ristrutturate e che hanno un mercato e, quindi, recepire principalmente contratti di secondo livello”. 

 

Caso di cane. E di gatto. Ma si sa: governo che abbaia non morde. Così l’ipotesi di tassare micio e fido dura lo spazio di una giornata. Nasce e muore nelle parole del sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo, che prima lascia intravedere la prospettiva dell’obolo a quattro zampe e, successo il casino, ritira tutto con un tweet, tanto per rimanere nell’universo faunistico. 

Succede giovedì: alla Camera è riunita la Commissione Bilancio e sta esaminando, in sede consultiva, una proposta di legge sul randagismo che  dà la facoltà ai comuni di istituire «una tariffa comunale al cui pagamento sono tenuti i proprietari di cani e gatti». Seduta noiosa, nessuno se la fila. Salvo poi scoprire  che lo sbadiglio nascondeva la notizia. Testuale dal resoconto sommario stilato dagli uffici di Montecitorio: il rappresentante del governo in Commissione, cioè Polillo, «concorda con l’istituzione della nuova tassa sugli animali domestici», chiedendo tuttavia «una relazione tecnica  dell’amministrazione competente». La linea governativa passa. Scoppia il caso, chiuso ieri sera dal sottosegretario medesimo, via Twitter: «Tranquilli, nessuna tassa sugli animali domestici. Era solo una battuta nei confronti di un deputato che l’aveva proposta». Uno del Pd, secondo Maurizio Gasparri.  

Tranquilli, un corno. Perché nel frattempo è scoppiata una cagnara. Centrodestra e centrosinistra, associazioni, amministratori, canari e gattare uniti contro l’esecutivo di Mario Monti. Il cane sarà anche il miglior amico dell’uomo, ma il tecnico non è il miglio amico del cane: «Una tassa di questo tipo», sui coinquilini pelosi, «finirebbe per favorire nuovi abbandoni: un vero e proprio boomerang», dice il presidente nazionale dell’Enpa Carla Rocchi. Codacons pensa agli anziani col guinzaglio, quelli che, spiega Carlo Renzi,  «hanno un animale domestico in casa e che già percepiscono una pensione da fame: dovranno aggiungere una nuova spesa impoverendosi sempre di più».  

Il Popolo della libertà è un cane che si morde la coda. La proposta di legge in questione è roba loro, presentata a inizio legislatura dalle deputate Jole Santelli e Fiorella Ceccacci (anche se quest’ultima nega che, nel provvedimento sul randagismo, si parli di tassare il micio). Le animaliste azzurre sono scatenate. Alla testa della carica delle 101, Michela Vittoria Brambilla: «Che cosa sciagurata!», s’indigna, «possedere un animale è un diritto che deve essere garantito, anche per il ruolo sociale che svolgono cani e gatti: pensiamo alle persone sole». Gabriella Giammanco ribalta la questione: quali tasse, «chi possiede un cane o un gatto, al contrario, dovrebbe godere di maggiori sgravi fiscali oltre che per le spese veterinarie anche per quelle relative all’alimentazione e alla cura degli animali». Manuela Repetti parla di «idea insana», Massimo Corsano cita il ragionier Fantozzi: «È una boiata pazzesca!». Maurizio Gasparri è pronto a fare la guardia a Palazzo Madama: «Non so se questa proposta andrà avanti», minaccia il presidente dei senatori del Pdl, «ma certamente al Senato non passerà mai». E poi twitta indignato: «Una vergogna! Il Pd e il governo volevano tassare cani e gatti. Li ferma il Pdl». 

Tutto ciò fino alle cinque del pomeriggio. Quando Polillo ferma la polemica politica: sorridete, siete su Scherzi a parte.

Di Salvatore Dama

 

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