Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

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Vendere tutto, vendere subito. La Provincia di Milano, in mano al centro destra da tre anni, è oggi a un passo dal tracollo, rischia il commissariamento con conseguente blocco di spese e assunzioni, nonché una multa pesante se non riuscirà entro l’anno a rispettare il patto di stabilità. In cassa mancano 80 milioni di euro, forse di più. E dunque? La parola d’ordine è vendere tutto, a qualsiasi costo. Vendere cioè le partecipazioni nelle società autostradali e aeroportuali che vuol dire Serravalle e Sea, sempre loro.

L’autorità di regolazione dei trasporti servirebbe a difendere gli utenti dalle rendite fatte a loro danno dai monopolisti privati e a difendere i contribuenti dalle inefficienze dei monopolisti pubblici sussidiati. È stata inventata dalla signora Thatcher, e in Italia promessa da diversi governi, con particolare enfasi dal governo Monti. Si è arrivati, pochi mesi fa, a una rosa di tre nomi di esperti, e a definire la sede (Roma, che sorpresa!). Corre voce che autorevoli candidature di personalità indipendenti siano a giugno cadute per i veti di qualche manager di aziende monopoliste.

Il mancato accordo tra i partiti sui tre candidati finali è stato interpretato dai più ingenui come una vera lite sulle competenze. Santa ingenuità! L’autorità è scomparsa dall’agenda del governo: nessuno in realtà la vuole. Non i monopolisti pubblici e privati, che preferiscono continuare a incassare rendite o essere inefficienti. Gli utenti e i contribuenti non si accorgono di nulla. Ma anche i politici sono più contenti così: è più facile farsi corrompere da un monopolista che da uno che deve fare i conti con la concorrenza e magari rimediano ricchi posti nei consigli di amministrazione. Il gatto regolatore dunque dorme (i ministeri responsabili dormono un sonno profondo da sempre…), e i topi monopolisti ballano.

I rubinetti del credito pressocché chiusi, mentre le imprese e i privati hanno un bisogno disperato di fondi. E invece, con in pancia i finanziamenti della Bce, gli istituti non riescono proprio a fare il loro dovere: quello di aiutare l’economia reale.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Banche italiane: sofferenze in crescita, sempre meno prestiti

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Quotidiani

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C’è un passaggio, nell’istruttoria sulle spese sostenute da tutti i partiti che hanno partecipato alle regionali del marzo 2010, che non ha convinto la Corte dei Conti. Secondo la magistratura contabile – che ad agosto scorso ha pubblicato un rapporto di 700 pagine – l’Udc non ha presentato i documenti di ben 25 gruppi sponsor dei candidati centristi.

A denunciare che i conti dei centristi laziali non tornano è il sito web infiltrato.it”. Stiamo parlando della parte che riguarda i versamenti dei privati: 1 milione 495mila euro. Il partito di Casini dichiara di aver ricevuto contributi privati da 39 società, ma ne certifica soltanto 14. E l’anomalia si riscontra in particolare nell’attività del tesoriere dell’Udc, Vittorio Bonavita, che è anche direttore generale dell’Asl Roma B.

Quando parliamo di violenza, siamo abituati a pensare ad un corpo che riceve un colpo inferto da una mano o da un’arma. Ieri, in Italia ed in Europa, si sono tenute delle manifestazioni contro le attuali politiche governative e si sono verificati diversi episodi di aggressività. La polizia ha spesso caricato i manifestanti, i quali non hanno nascosto una fortissima rabbia ed indignazione ed alcuni di loro non sempre hanno mostrato intenzioni pacifiche. Gli scontri sono stati innumerevoli e, anche nel recente passato, i momenti di tensione che sconfinano in comportamenti violenti sono diventati frequenti.

Considerando quello che sta succedendo nel nostro paese ossia:

Il nuovo programma di ristrutturazione del debito imposto dalla Troika (Bce, Ue e FMI) penalizza i creditori del settore privato. Per Nowotny Madrid può anche aspettare prima di chiedere aiuti. Oggi faccia a faccia Monti-Rajoy.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Grecia: con nuovo piano ingenti perdite per i creditori privati

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Quotidiani

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In vista delle primarie del Pd, ma anche poi delle elezioni politiche del 2013, può essere utile individuare alcuni principi su infrastrutture e trasporti, per evitare che si ripetano gli errori commessi in questi anni.
1) Infrastrutture: “Fare tutto quello che serve, solo quello che serve”, cioè tener conto della scarsità dei soldi pubblici, e confrontare le priorità. Quello che serve urgentemente a famiglie e imprese è ridurre i costi della mobilità là dove sono più alti, cioè nelle aree urbane e metropolitane, dove c’è il 75 per cento del traffico, anche merci. E quello che serve all’economia in generale è creare in fretta il massimo di occupazione, cioè di domanda interna, per ogni euro pubblico speso. Questo rende prioritarie e urgenti le piccole opere e le manutenzioni. Molto meno quelle grandi, che occupano poca gente, e in tempi lunghi. E tra quelle grandi sono prioritarie quelle che costano meno alle casse pubbliche e danno i risultati più rapidi e sicuri.

2) Per i servizi di trasporto, pubblici e privati: “Basta sussidiare i ricchi e tassare i poveri”, cioè occorre calcolare con cura chi beneficia di tasse e sussidi. Non tutti i sussidi ai trasporti pubblici vanno a gruppi a basso reddito, e questo vale soprattutto per i servizi diretti alle aree centrali, usati moltissimo da impiegati di medio reddito. Gli utenti a più basso reddito devono essere aiutati in modo mirato, e non è difficile, per esempio con abbonamenti molto scontati. Non tutti i pendolari che si muovono in auto, di gran lunga la maggioranza, e moltissimi sono operai, hanno alti redditi, ma pagano tasse altissime per muoversi nelle aree più esterne alle città. Da un’attenta analisi di questi impatti sociali devono discendere le politiche di tasse e sussidi.

pompeipompeiQuando parlo con i miei colleghi universitari francesi o americani dei ‘tagli alla cultura’ italiani, la domanda più ricorrente è: «cosa hanno chiuso?». E qui la faccenda si fa particolarmente penosa, perché si tratta di spiegare loro che l’ipocrisia italica non permette quasi mai di sopprimere davvero qualcosa – sarebbe quasi meglio, paradossalmente –, ma costringe tutti a vivere largamente al di sotto della soglia minima di dignità.

Non si chiudono i musei: no, ma nei bagni non c’è la carta igienica, dai soffitti piove sui quadri, le sale sono aperte a rotazione. E il direttore degli Uffizi guadagna 1800 euro al mese (contro gli 8100 dello stipendio base di Franco Fiorito).

Ci mancava anche il record del voto di scambio. Già, perché da anni quello sciagurato articolo 416 ter veniva sbeffeggiato nei conciliaboli tra giuristi. Inutile Calimero della legislazione antimafia. Chi vuoi, si diceva, che si rivolga a un mafioso con i soldi in mano per chiedergli i voti? Si promettono appalti, favori e assunzioni. Hai mai visto un mafioso che si fa pagare? Avevano fatto i conti senza la Lombardia. Senza la regione che ha stretto con la ‘ndrangheta una specie di accordo tra privati.

Punto d’arrivo di un percorso lungo e incontrastato che ha fatto a pezzi la vecchia capitale morale. Quando è incominciato? La si può rigirare quanto si vuole, ma sempre lì si torna. Agli anni Ottanta. A quando, dopo il terrore delle bierre, la città scoprì il piacevole brivido delle pierre. Le feste, le pubbliche relazioni, le bollicine, la finanza, l’ascesa del virtuale, la fine della fabbrica, delle dinastie d’impresa che avevano fatto i soldi in tre generazioni. Nacquero veloci nuovi imperi, la fatica e il merito sembravano reperti archeologici. Le tangenti sempre più esose e i soldi dell’eroina riversati sulla città da Cosa Nostra generarono una speciale economia. E una speciale ideologia, che si burlava della serietà e amava lo sfarzo facile, trasformato in sinonimo di modernità.

Domani la sentenza della Cassazione che si esprimerà, senza entrare nel merito, sulla condanna. E oggi, in un editoriale, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, dichiara di non voler concludere alcuna trattativa con il giudice torinese Giuseppe Cocilovo che lo ha accusato di diffamazione. ”Ho dato disposizione ai miei avvocati – ha dichiarato –  di non chiudere l’ipotesi di accordo con il magistrato che mi ha querelato per un articolo neppure scritto da me e che ha ottenuto da un suo collega giudice la condanna nei miei confronti a un anno e due mesi di carcere”.

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