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“Non è stata Sabrina a uccidere Sarah, sono stato io. Questo rimorso non lo posso più portare addosso”. Michele Misseri, cambiando di nuovo versione, ha risposto così alle domande dell’avvocato di sua figlia sull’omicidio di Sarah Scazzi

Il colpo di scena – Misseri ha spiegato che quel pomeriggio del 26 agosto, dopo aver pranzato brevemente, è sceso nel garage. “Il trattore non partiva – ha raccontato – ero già nervoso dalla mattina. Il portone del garage era tutto aperto: Sarah non l’ho vista scendere, è giunta improvvisamente alle mie spalle. Forse mi ha chiesto se poteva suonare al citofono della mia abitazione o forse mi ha chiesto perché stavo guidando. Non so cosa volesse. Io ho detto ‘Sarah vattene’. Non ho capito bene cosa voleva da me. Mi stava dando fastidio”.

Seduta sospesa – Dopo questa diciarazione l’avvocato Armando Amendolito, durante l’esame testimoniale condotto dal legale di Sabrina Misseri, Franco Coppi, ha interrotto la seduta, chiesto la parola alla Corte e annunciato la rimessione del mandato come difensore di  Michele. “Non c’è piena aderenza con la linea concordata con il cliente”, ha dichiarato. E così l’udienza, che era iniziata da una decina di minuti, è stata sospesa. 

“In questa vicenda viene fuori un eccesso di personalizzazione delle indagini. Forse alcuni dei magistrati inquirenti, pur essendo dotati di alta professionalità, hanno avuto la sensazione di costruire non un processo ma un capitolo della storia italiana. Il processo rivelerà se le accuse sono fondate, ma quella sensazione li ha portati a perdere lucidità, a non vedere i limiti costituzionali nell’azione della pubblica accusa”. Lo afferma, in un’intervista al Messaggero, l’ex presidente della Camera (ed ex magistrato) Luciano Violante, secondo cui nella sentenza con la quale la Consulta ha accolto il ricorso del Capo dello Stato “non c’è nulla di stupefacente: si tratta di un caso di ordinaria applicazione della Costituzione”.

Possono i pm intercettare il presidente della Repubblica? Dopo mesi di polemiche politiche oggi la Corte costuzionale darà il suo parere. La Consulta ha infatto iniziato l’udienza sulconflitto sollevato dal Quirinale nei confronti della Procura di Palermo relativo alle intercettazioni indirette che coinvolgono Giorgio Napolitano, disposte nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia. Il nodo da sciogliere per i giudici della Consulta è quello dell’intercettabilità del capo dello Stato: nell’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo, vi sono infatti quattro intercettazioni di conversazioni avvenute tra Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, coinvolto nell’indagine.

Il processo resta a Palermo – Mentre si attende la decisione della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione, c’è stata però la decisione del Gup Piergiorgio Morosini che mantiene il procedimento a Palermo. Nell’aula della Corte di Assise del capoluogo siciliano, il Gup ha letto l’ordinanza con la quale ha rigettato tutte le eccezioni di incompetenza territoriale presentate dai difensori di 10 dei 12 imputati. In particolare, per quanto riguarda gli ex ministri democristiani Calogero Mannino e Nicola Mancino, il Gup ha stabilito la competenza del giudice ordinario di Palermo. I legali dei due imputati avevano invece proposto la competenza del foro di Roma, o del Tribunale dei ministri, della Capitale o dello stesso capoluogo siciliano. Il Gup ha però ritenuto che nessuno dei due sia accusato di avere commesso il reato con riferimento alle funzioni ministeriali: Mannino e Mancino non erano membri del governo all’epoca dei fatti contestati. Peraltro, Mancino, ex ministro dell’Interno, risponde solo di falsa testimonianza, reato che secondo la Procura sarebbe stato commesso il 25 febbraio scorso a Palermo. Più in generale, secondo il Gup, in generale, la “connessione teleologica” fra l’omicidio dell’eurodeputato della Dc e leader della corrente andreottiana a Palermo, Salvo Lima, primo atto della strategia di attacco allo Stato e reato più grave fra quelli contestati a vario titolo, e la successiva “violenza o minaccia” agli organi istituzionali, giustifica la permanenza dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia a Palermo.

Le arringhe dell’Avvocatura e della Procura – Intanto a Roma il professor Alessandro Pace, che davanti alla Corte Costituzionale rappresenta la Procura di Palermo, nell’ambito del conflitto sollevato dal Quirinale contro i magistrati siciliani, ha sostenuto che una “soluzione lineare” della questione relativa alle intercettazioni che coinvolgono il capo dello Stato “sarebbe il ricorso al segreto di Stato”. Secondo Pace, “il Presidente della Repubblica potrebbe chiedere al Presidente del Consiglio, dopo avergli illustrato i contenuti delle conversazioni intercettate, di valutare se ricorrano i presupposti previsti dalla legge sul segreto di Stato. Questa via potrebbe consentire la salvaguardia della riservatezza delle conversazioni del Capo dello Stato”. Da parte sua l’Avvocatura ha chiesto alla Consulta di distruggere le conversazioni. Per l’avvocato generale dello Stato, Michele Dipace, che sostituisce Ignazio Caramazza, in pensione dal 1 ottobre scorso, nella difesa delle posizioni del Quirinale, “le intercettazioni telefoniche non devono entrare nel processo penale e non possono essere oggetto di alcuna valutazione: sono inutilizzabili e devono essere distrutte, senza un contraddittorio sul loro contenuto ma soltanto sul fatto storico della loro esistenza, senza doverne esaminare la rilevanza proprio perchè del tutto inutilizzabili”.

Rimane a Palermo, per la parte che riguarda l’omicidio dell’eurodeputato dc e leader della corrente andreotttiana in Sicilia, Salvo Lima, il procedimento sulla trattativa Stato-mafia. Lo ha deciso il gup Piergiorgio Morosini, che ha letto, nell’aula della Corte d’assise del palazzo di giustizia di Palermo, l’ordinanza sulla questione della competenza, messa in dubbio dalle eccezioni dei difensori di 10 dei 12 imputati. Per le rimanenti imputazioni (attentato con violenza o minaccia a corpo politico, amministrativo o legislativo dello Stato) il gup deve ancora leggere l’ordinanza.

Prendiamo il processo a cui è sottoposto Ottaviano del Turco. Uomo politico di lungo corso, presidente di Regione vede, nel luglio del 2008, la sua carriera bruscamente interrotta causa arresto. La procura della Repubblica di Pescara, indagava dal 2006, in merito ad una vicenda di presunta corruzione finalizzata ad agevolare uno dei ras della sanità locale, tal Angelini.

In Germania o in Francia, in Inghilterra o negli Stati Uniti il destino di un Del Turco locale sarebbe già stato ben definito e delineato: lo sarebbe stato in un paio di anni, tempo ragionevole per tutelare le esigenze della collettività e, al tempo stesso, dell’imputato. Tempo ragionevole per mantenere fiducia in un organo fondamentale quale la magistratura.

Il Tribunale per i crimini nell’ex-Jugoslavia (confluito nel Tribunale Penale Internazionale) dell’Aja il 29 novembre ha assolto Ramush Haradinaj, ex comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) ed ex premier kosovaro, dalle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità. Assolti anche i coimputati Idriz Balaj e Lahi Brahimaj, a loro volta esponenti dell’Uck. La Corte (qui la sentenza completa) ha ordinato la scarcerazione immediata dei tre imputati e così Haradinaj può tornare in Kosovo da uomo libero. La sentenza di oggi chiude una vicenda giudiziaria che si trascinava dal 1999, quando l’intervento della Nato in supporto alla guerriglia albanese dell’Uck, costrinse le truppe di Belgrado al ritiro dalla provincia serba a maggioranza albanese. Le violenze e gli abusi sulla popolazione civile avvenuti durante il conflitto sono diventati oggetto di indagine del Tribunale dell’Aja, rispetto ai crimini commessi dai serbi e dagli albanesi.

Il 12 settembre scorso la Cassazione aveva ordinato un nuovo processo per gli ex vertici del Sismi imputati nel processo per il sequestro dell’imam egiziano di Milano Abu Omar.  Oggi i supremi giudici, nella motivazione con cui dispongono un nuovo giudizio per coloro che furono prosciolti per non luogo a procedere in virtù dell’apposizione sulla vicenda del segreto di Stato, spiegano che quella rendition, che comportò la consegna di un cittadino egiziano (che era indagato dalla Procura di Milano per terrorismo e che sarebbe stato arrestato a breve, ndr) alla Cia che poi lo affidò all’Egitto, fu un’operazione di singoli uomini e non un’azione decisa dall’istituzione: “Allo stato degli atti non vi sono elementi per affermare una partecipazione del Sismi” al sequestro di Abu Omar “essendo, invece, possibile ipotizzare la partecipazione individuale di alcuni agenti dei servizi italiani, oltre a quella di persone estranee ai servizi”.

Esce in libreria “30 sul campo: l’altra verità su Calciopoli” (Baldini&Castoldi), volume scritto da Maurilio Prioreschi, l’avvocato di Luciano Moggi, che in quasi 400 pagine ha raccontato la vicenda processuale, arricchendola di retroscena e una ricchissima documentazione. Ne è uscito un libro fedele al suo titolo nell’esporre quello che l’inchiesta ufficiale non ha esposto: un’altra verità, scritta da chi è dichiaratamente di parte, ma forse è riuscito a dare una visione di quei fatti più completa.

Avvocato Prioreschi, quali sono state le sensazioni provate scrivendo questo libro che le ha permesso di rivivere in modo analitico tutta Calciopoli? 
Mi sono reso conto di aver talmente metabolizzato questi fatti che mi è bastato mettermi al computer e scrivere. E’ venuto tutto o quasi di getto. Ho dovuto ricontrollare carte e dati solo per i capitoli più tecnici, il resto è venuto a galla in modo naturale”. 

Lei e il pool di avvocati e consulenti che hanno lavorato al processo, avete il merito di aver scoperto l’altra verità di Calciopoli, quella “oscurata”. Riscrivendo questa storia è stata più la soddisfazione per l’indubbia importanza del vostro lavoro o ha prevalso la rabbia per il risultato finale? 
La soddisfazione per aver fatto emergere fatti che altrimenti non sarebbero mai stati scoperti è sicuramente grande. Ma lo è di più la rabbia di non aver visto questa verità trionfare in sede processuale”. 

A posteriore, rivivendo il processo nelle pagine del suo libro, ci sono errori che avrebbe voluto evitare? 
Errori magari no… Diciamo che in tanti hanno creduto nella personalità della giudice Casoria, pensando che sarebbe riuscita a imporre una decisione che forse sarebbe stata quella giusta, mentre alla fine – almeno così si intuisce fra le righe della sua sentenza – si capisce che è capitolata rispetto alle due giudici a latere”. 

Molti degli avvocati difensori hanno giudicato nel motivazioni della sentenza suicide. Concorda? 
Effettivamente sembrano motivazioni scritte per far annullare la sentenza in appello. Tuttavia bisogna essere prudenti. L’8 novembre di un anno fa, noi tutti ci aspettavamo un altro tipo di sentenza. Per primo, forse, il pubblico ministero”. 

Possiamo definire Calciopoli un caso di ingiustizia all’italiana? 
Di processi ne ha fatti tanti e di situazioni anomale ne ho viste parecchie, ma tutto quello che ho visto in questa vicenda supera di gran lunga tutta la mia passata esperienza. Per quantità e qualità potremmo definire Calciopoli un’enciclopedia di ingiustizie e anomalie”. 

Qual è il fatto più clamoroso di Calciopoli? 
Sarebbe facile rispondere l’accantonamento, giusto per usare un termine soft, delle intercettazioni. Ma invece dico il caso del video sul sorteggio che viene pubblicizzato come la prova del fatto che il sorteggio degli arbitri fosse truccato, viene prodotto come prova, poi a dibattimento in corso viene ritirato e sostituito con una sequenza fotografica, per altro taroccata. E’ la prima volta che vedo una prova entrare e uscire da un processo. Leggo che forse ricomparirà nel processo d’appello di Giraudo… vedremo”. 

Consiglierebbe questo libro a un non juventino? 
Bisognerebbe avvicinarsi a questo libro senza prevenzione né nei confronti della vicenda di Calciopoli e neppure nei miei. Sono sicuramente e dichiaratamente di parte, ma tutto quello che affermo nel libro è documentato e documentabile. Chi lo dovesse leggere con spirito oggettivo avrebbe modo di scoprire tante cose di quanto accadde nel 2006 e la più importante di tutte è che furono fatti figli e figliastri”. 

Qual è la speranza che affida a questo libro? 
Innanzitutto che fatti come quelli raccontati non si verifichino più e le modalità con cui sono state svolge quelle indagini non venga più applicata. Buona parte dell’opinione pubblica ha cambiato idea su Calciopoli, rivisitando alcune delle verità iniziali. Noi, ovviamente, speriamo di ribaltare il giudizio di primo grado in appello, ma la sentenza di archiviazione con cui il procuratore federale Stefano Palazzi ha riscritto, pur senza conseguenze, la storia sportiva di Calciopoli rappresenta già una grande rivincita”. 

Guido Vaciago 
twitter guido_vaciago

Il fascicolo del processo Telecom sembra essere un pozzo senza fondo: a scavare tra le carte si trovano infatti sempre nuovi indizi che sembrano confermare come la genesi di Calciopoli sia da individuare a Milano. E l’ultima scoperta fatta dall’avvocato Gallinelli e da lui raccontata a Vaciago di Tuttosport riguarda una richiesta fatta dal PM Boccassini al CNAG (Centro Nazionale Autorità Giudiziaria) di Milano ed in particolare indirizzata a Ghioni.
L’avvocato Gallinelli, rispondendo a Vaciago, precisa:
“Analizzando fra gli atti del Processo Telecom è emerso un documento nel quale la PM Ilda Boccassini richiede dei file di logs. Si tratta di una richiesta che, ritualmente, viene effettuata dalla Polizia Postale della Lombardia verso Telecom, all’ufficio per l’acquisizione del traffico telefonico. Il fax è indirizzato a Fabio Ghioni, uno dei personaggi chiave del processo Telecom, un membro del famoso Tiger Team. Quello che in sede di udienza preliminare, durante l’incidente probatorio, ha detto al GUP Panasiti che attraverso il sistema Radar si potevano alterare i tabulati, creando un contatto tra due utenze telefoniche mai avvenuto”.

Che cos’è un file di log?
“In pratica è un tabulato telefonico con le chiamate effettuate e ricevute, i numeri telefonici, i nominativi delle utenze, la durata delle chiamate, gli eventuali sms e anche gli spostamenti fisici della scheda, tracciando le celle a cui si aggancia la scheda: è una radiografia molto più approfondita di un semplice tabulato”.
L’aspetto interessante di questa nuova scoperta è che di questa richiesta, e del relativo file di log, vi saranno molto probabilmente tracce in quel famoso fascicolo archiviato con modello 45 (che si usa per dichiarazioni di nessuna rilevanza penale) presso il Tribunale di Milano. Fascicolo che si riferisce all’indagine aperta dal PM Boccassini dopo aver sentito come teste l’ex arbitro amico di Facchetti, Danilo Nucini. La vicenda è ormai nota e più volte ne abbiamo parlato. In particolare ci è utile riassumere i fatti, riportando quanto da noi scritto lo scorso 4 novembre 2011.

Le dichiarazioni dell’ex fischietto bergamasco sono state archiviate in un modello 45 impenetrabile e protetto dall’assalto delle richieste degli avvocati Morescanti e Gallinelli che ne hanno, a più riprese, chiesto copia. Di quell’incontro ha riferito lo stesso Moratti a Borrelli, all’epoca capo ufficio indagini della FIGC, quando è stato sentito il 3 ottobre 2006. Moratti ha dichiarato: “In tale epoca il compianto Giacinto Facchetti mi riferì di una serie di colloqui da lui avuti con l’arbitro Nucini il quale, a dire del Facchetti, gli manifestava l’esistenza di un clima arbitrale non particolarmente favorevole all’Inter. […] Ricordo inoltre che il Facchetti mi disse che Nucini gli aveva raccontato di essere stato una volta accompagnato al cospetto di Moggi a Torino dove quest’ultimo gli aveva offerto la disponibilità di una utenza telefonica cellulare. […] Ritenni opportuno fare delle verifiche in merito e a tal fine mi rivolsi a Tavaroli… […] Colloco i fatti di cui ho detto verso la fine dell’anno 2002. Verso la metà del 2003 il Facchetti mi rappresentò l’intenzione di denunciare i fatti riferitigli dal Nucini alla Procura della Repubblica. Mi opposi ad una tale soluzione…” (pagine da 11 a 13 del ricorso di De Santis contro l’Inter).
Peccato che quattro anni dopo Moratti sia stato smentito dall’amico e socio Tronchetti Provera che, nella sua deposizione del 9 marzo 2010, nell’ambito del processo Telecom condotto dal GUP Mariolina Panasiti, ha ammesso di aver creato “il canale” con Tavaroli e dichiarato: “Moratti aveva richiesto immediatamente un aiuto alla Procura della Repubblica, perché c’era un arbitro che raccontava di strane storie a Facchetti, però questo arbitro cambiò idea, non raccontò più nulla e quindi cadde il tutto… La prima cosa che fece Massimo Moratti fu di andare dalla dottoressa Boccassini a raccontare questa vicenda. La dottoressa Boccassini gli suggerì di far venire questo giovane arbitro a denunciare la cosa”.

Nucini a Napoli, durante la sua seconda testimonianza, ha dichiarato di essere andato dalla Boccassini a fare due chiacchiere e a parlare di calcio, e di aver portato con sé un articolo di Antonello Capone, che era stato pubblicato il 13 febbraio 2004 su La Gazzetta dello Sport, nel quale si commentavano alcune dichiarazioni rese da Casarin a Telelombardia il 10 febbraio.
Dalle parole di Nucini avevamo dedotto che quell’incontro fosse avvenuto sicuramente dopo il 13 febbraio 2004. Tuttavia Tronchetti Provera ha dichiarato in tribunale che, dopo le confidenze di Nucini a Facchetti, Moratti chiese “immediatamente un aiuto” alla dott.ssa Boccassini. Quindi questo incontro Moratti-Boccassini dovrebbe essere avvenuto ad inizio 2003, visto che a fine 2002 presso gli uffici Saras c’era stato l’altro fatidico incontro, quello in cui la Boccassini avrebbe consigliato a Moratti di far andare Nucini in tribunale per denunciare la cosa. Ma fra il colloquio tra Moratti e la Boccassini e quello della stessa Boccassini con Nucini sarebbero intercorsi molti mesi, se diamo credito al racconto fatto da Nucini a Napoli. Come mai tutto questo tempo tra i due eventi? Forse Moratti non si recò immediatamente dalla Boccassini dopo aver saputo da Facchetti del racconto di Nucini? O più semplicemente Nucini non ha mai raccontato nulla a Facchetti prima della metà del 2003 come dice Moratti? E allora, in quest’ultimo caso, Moratti va dalla Boccassini nella seconda metà del 2003?

Tutta questa vicenda sembra un rompicapo con pochi punti fermi, uno su tutti: l’indagine illegale del Tiger Team venne realizzata a partire dal gennaio 2003, quando Nucini non avrebbe ancora incontrato né Fabiani (incontro che Nucini descrive come il primo abboccamento della cupola e che colloca dopo Cosenza-Triestina del 16/03/2003 ) né tanto meno Moggi, visto che Nucini colloca il 25 settembre 2003 il colloquio al Concord. Ricordiamo, ad onor del vero, che il racconto di Nucini non è stato ritenuto affidabile da parte del tribunale di Napoli. La ricostruzione più logica in base alle prove ed alle dichiarazioni raccolte potrebbe essere la seguente:
Fine 2002: in casa Inter decidono di indagare sulle voci ed illazioni a carico di Moggi e degli arbitri, senza che Nucini avesse fatto alcuna dichiarazione. L’indagine illegale parte ad inizio 2003 e finisce dopo pochi mesi, senza scoprire niente di quanto sospettato (pagamenti di Moggi agli arbitri).
Metà 2003: Nucini, amico di Facchetti, racconta la sua insoddisfazione per come vanno le cose all’AIA. Facchetti lo incarica di indagare per suo conto e di riferire su De Santis e gli altri della combriccola romana.
Fine 2003: Moratti si reca dalla Boccassini che gli dice di far andare in Procura Nucini.
Inizio 2004 (dopo il 13 febbraio): Nucini viene sentito dalla Boccassini che apre il fascicolo d’indagine.

Adesso, con quest’ultimo documento scoperto nel fascicolo Telecom, sappiamo che il decreto di acquisizione del file di log è del novembre 2004, mentre il fax indirizzato a Ghioni è del maggio 2005. Sembra quindi che quando la dottoressa Boccassini stava ancora indagando sulle dichiarazioni di Nucini (che a Napoli dichiarò che con la dottoressa Boccassini parlarono amabilmente di calcio in genere) l’indagine di Napoli su Calciopoli fosse già partita. Il mistero si fa ancora più fitto e la “secretazione” del modello 45 sulle dichiarazioni di Nucini non fa altro che alimentare i sospetti di un collegamento tra le indagini milanesi e quelle napoletane-romane di Auricchio, Narducci e Beatrice.

Ma l’analisi di Gallinelli ha restituito un altro importante indizio che potrebbe minare alle fondamenta l’indagine di Calciopoli. La questione riguarda le famigerate schede svizzere e il metodo utilizzato dagli inquirenti per effettuare gli abbinamenti tra le singole SIM e gli imputati. Di Laroni dichiarò di aver effettuato tale lavoro totalmente a mano, con i fogli Excel, usando il famoso “olio di gomito”. Tuttavia dall’analisi dei risultati, con particolare riferimento alla veste grafica con cui i risultati furono allegati alle informative, è forte il sospetto che per tale lavoro possa essere stato usato un software, in particolare il famoso “Analyst” che, come dichiarato dallo stesso Di Laroni a Napoli, era solitamente usato da alcuni consulenti della Polizia Giudiziaria, in particolare da Gioacchino Genchi. La grafica e le iconcine infatti sono molto simili a quelle contenute nelle consulenze allegate all’inchiesta “Why Not”, condotta da De Magistris (amico intimo di Auricchio), il quale si avvaleva proprio della collaborazione del superconsulente Genchi. E’ ipotizzabile dunque che qualche consulente abbia collaborato con gli uomini di Auricchio per la lavorazione dei tabulati? E se, come sembra, questa circostanza potrebbe essere confermata, perché non hanno firmato personalmente le perizie, evitando di farsi interrogare a Napoli e lasciando tutto sulle spalle di Di Laroni? Dalle analisi di Gallinelli emerge forte il sospetto che i tabulati possano essere stati reperiti attraverso canali non ufficiali. Se così fosse, è possibile che i consulenti possano aver rifiutato di apporre la loro “firma” in calce a quel lavoro di analisi che, come i lettori ricorderanno, conteneva più di una contraddizione.

Fonte: Redazione JU29RO.COM

 

“Er Batman” sarà giudicato il prossimo 19 marzo con rito immediato. L’ex capogruppo del Pdl al consiglio regionale del Lazio, Franco Fiorito, andrà alla sbarra con l’accusa di peculato per l’ammanco di oltre un milione 300mila euro dei fondi destinati al suo gruppo consiliare. Lo ha richiesto al gip la procura di Roma. Oltre a Fiorito, detenuto dal 2 ottobre nel carcere romano di Regina Coeli, il processo riguarderà anche i due ex segretari del gruppo Pdl alla Regione, Bruno Galassi e Pierluigi Boschi. Il 3 dicembre si svolgerà anche un’udienza in Cassazione in merito al ricorso presentato dai legali di Fiorito, gli avvocati Carlo Taormina e Enrico Pavia, contro la decisione del tribunale del riesame di Roma che aveva respinto la richiesta di scarcerazione. Il gip Stefano Aprile, nel motivare l’arresto in carcere per l’ex sindaco di Anagni, sottolineò che esisteva un “concreto e attuale pericolo” che potesse “tornare a compiere, se in libertà, delitti contro la pubblica amministrazione”. Per la procura di Roma, Fiorito avrebbe effettuato 193 bonifici dai conti del gruppo Pdl della Regione Lazio su propri conti correnti, aperti sia in Italia che all’estero, per un ammontare complessivo di un milione e 380mila euro. 

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