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Ieri il premier Mario Monti, parlando con la stampa accanto al presidente francese Francois Hollande aveva fatto il “ganassa” commentando la discesa dello spread tra Btp italiani e bund tedeschi sotto quota 300 (a 292 punti base, esattamente), per la prima volta dallo scorso mese di marzo. “Ancora non basta – aveva spacconato il Prof – il mio obiettivo è scendere almeno a quota 287, che è la metà del valore che ho trovato quando arrivai a Palazzo chigi un anno fa”. Detto fatto: oggi lo spread ha (ancora una volta) volatto le spalle a Monti, risalendo sopra quota 300 e chiudendo poi a 302 punti base. Il calo di ieri era motivato dal sì del governo greco al buyback dei titoli di Stato detenuti dai privati. Insomma, quanto di più lontano da Monti e dall’azione del suo governo. Tanto che ono bastate 24 ore per riportare tutto come prime, alla faccia del Prof.

Il consenso “bulgaro” di cui godeva un anno fa (quando ottenne la fiducia alla Camera con la più vasta maggioranza mai ottenuta da un governo) è lontano. Lo spread ancora alle stelle e il diluvio di tasse stanno facendo piangere gli italiani. Due su tre non credono più a Mario Monti o lo odiano senza se e senza ma. Però, nello spezzettamento dei consensi di questa fase politica, il “partito del Prof” potrebbe giocarsi la vittoria alle politiche. A dirlo è un sondaggio condotto da Ispo per il Corriere della Sera, secondo il quale il 4% degli intervistati voterebbe “sicuramente” una “forza politica che si ispiri all’azione di governo condotta sin qui da Monti”. L’8% la prenderebbe “molto in considerazione”, il 23% la prenderebbe “abbastanza in considerazione”. Il totale fa 35%. Che è quanto prenderebbe, sempre secondo alcuni sondaggi, il Pd se il candidato premier fosse Pierluigi Bersani. E che è la soglia alla quale punterebbe Silvio Berlusconi affiancando una sua lista al Pdl.

 

La media realizzativa del governo dei Prof è di poco meno di una su cinque: una legge approvata ogni cinque necessarie per attuare le sette mosse che Mario Monti ha in agenda per il Paese. Più precisamente, l’efficacia dell’esecutivo tecnico è del 18,7 per cento: in 11 mesi, ha predisposto 90 provvedimenti su 482. Dei restanti 392 atti, 218 sono in itinere, mentre 174 sono fermi al punto di partenza. Per il 40 per cento di questi, però, i tempi di attuazione sono scaduti. La studio è del Sole 24 Ore.

Dove più, dove meno – Leggendo nel dettaglio l’efficacia del governo, la punta di diamante di Palazzo Chigi è il pacchetto Salva-Italia (che vanta il 39 per cento delle norme approvate), mente sul podio ci sono anche Cresci-Italia (26,2) e Semplificazione Fiscale (21,1). Nel centro classifica compaiono invece Lavoro (14,8), Semplificazione (11,3) e Spending Review (10,5). Fanalino di coda, tema sul quale i Prof meno si sono spesi, è lo Sviluppo, dove sono stati approvati solo il 9 per cento dei provvedimenti. 

Quale sì, quale no, quale forse – Tra i provvedimenti subito applicativi del governo Monti ci sono la riforma del sistema pensionistico e l’anticipazione a gennaio 2012 dell’Imu, insieme alla digitalizzazione dei bandi dei concorsi pubblici e, in materia di semplificazione fiscale, la sanatoria delle operazioni tardive e degli adempimenti formali non eseguiti.Tra i regolamenti attuati dai Prof, spiccano il fondo per l’incremento dell’occupazione giovanie e delle donne, l’approvazione della prima bozza del provvedimento per le procedure di gara sulle frequenze tv, e il riordino delle Province. I dati più interessanti vengono dalla norme ancora in attesa di approvazione: su tutte ci sono le disposizioni per le richieste del rimborso Irap, che bloccano un miliardo di euro a favore dei contribuenti. Ma in ritardo ci sono anche le modalità di determinazione dell’Isee, la liberalizzazione della distribuzione dei carburantie le disposizioni sul credito d’imposta per l’assunzione di personale qualificato.

 

Deve aver gongolato ieri, Mario Monti, al vedere il partito di Silvio Berlusconi ridotto a poco più del 12 per cento. Qualcuno obietterà che “gongolare” per uno come lui è troppo. Ma di sicuro il Prof ha registrato il dato (insieme a quello del Pd pure ridotto a poca cosa rispetto a qualche anno fa), lo ha messo in saccoccia e se l’è portato al seminario del World Economic Forum che si è svolto stamattina a Palazzo Madama. Dove lo ha “usato” come è solito fare, tirandolo fuori con il suo tono piatto e tranquillo. Come aveva fatto la scorsa settimana al Forum delle famiglie, dove aveva pacatamente accusato i partiti di usare le loro migliori energie non per il bene del Paese ma per cercare di distruggersi. Stamattina, Monti ha spiegato che “se la percezione che il popolo ha di quel che sta facendo questo governo ‘maledetto’ non è rosea, tuttavia il livello di gradimento è molto più elevato rispetto a quello dei vari partiti”. Bum. E chi lo può smentire, dopo che il Movimento 5 stelle si è imposto come prima forza politica in Sicilia? Certo, non Berlusconi, che sabato 27 ottobre a Villa Gernetto aveva minacciato di “togliergli la spina”. Il premier lo aveva snobbato facendo spallucce: “Se ci toglie la fiducia non ci toglie niente, noi non volevmo essere al governo”. E poi ancora ieri, con sottile sadismo, aveva detto di “non aver collegato” l’impennata dello spread e il crollo della borsa alle parole del Cavaliere. Stamattina, ai partiti, il prof ha voluto pure dare un consiglio “ai politici che governeranno il Paese nel futuro: non crediate che non potrete fare politiche giuste perchè altrimenti perdereste consenso”. Che, tradotto, è un’altra replica elegante a quello che è stato definito il “populismo” del Cav.

Con lui, Silvio Berlusconi, ha le fidate Amazzoni: Micaela Biancofiore, Nunzia De Girolamo, Laura Ravetto, Mariarosaria Rossi; l’ex ministro Renato Brunetta, che in questo anno di governo Monti non ha passato giorno senza dire (numeri alla mano, ovvio, secondo il suo stile) peste e corna dei Prof; l’ultrà Giancarlo Galan, ex governatore del veneto ed ex ministro, che alla notizia di una nuova discesa in campo del Cav disse che era roba da orgasmo; I fidatissimi Sandro Bondi, Mario Mantovani (coordinatore in Lombardia) e Denis Verdini, la devota ex ministra Michela Brambilla la rossa e la “figliol prodiga” Daniela Santanchè. E’ questo il fronte del “basta-Monti”, pronto a staccare la spina ai tecnici in vista di un voto anticipato che potrebbe anche arrivare a gennaio. Dall’altra parte, tra coloro che dicono no allo strappo, ci sono un sacco di big Pdl: dagli ex-An Maurizio Gasparri e Gianni Alemanno al segretario del partito Angelino Alfano; gli ex ministri Maurizio Sacconi, Mariastella Gelmini, Franco Frattini, Raffele Fitto; il videpresidente della Camera Maurizio Lupi; e Roberto Formigoni, Fabrizio Cicchitto, Osvaldo Napoli. E’ questo il fronte delle primarie, che guarda al voto ad aprile e a una apertura ai centristi che lo stop ai Prof pregiudicherebbe in modo definitivo. E sarebbe il fronte maggioritario, in un rapporto che sarebbe di 4 azzurri contro la linea del Cav e uno a favore.

 

L’ammissione arriva quando ormai il primo anniversario dell’era Monti è vicino. Ci sono voluti quasi dieci mesi di borse affossate, spread alle stelle, Pil sottozero, insomma numeri che hanno fotografato una crisi senza se e senza (e soprattutto senza apparente via d’uscita) perchè il presidente del Cosnsiglio confessasse. Che la crisi è stato un atto premeditato. Di fronte alla stupita platea del Salone del tessile, il Prof ha pronunciato le seguenti parole: “L’Italia in recessione? Le nostre decisioni hanno contribuito”. Non solo: ha aggiunto che il suo governo ha addirittura “aggravato” la recessione ma in vista di “un risanamento a lungo termine. Quando a questo governo è stato chiesto di trattare un caso non semplice, ci siamo posti il tema se comportarci con una visione di lungo periodo o se cercare di fare un surfing sulle onde della tempesta finanziaria – ha proseguito il Presidente del Consiglio -. Penso che le nostre decisioni abbiano contribuito ad aggravare la situazione congiunturale, è ovvio. Ma è solo così che si può avere qualche speranza un pochino più in là di vedere risanata in maniera durevole la situazione”.

Una teoria economica interessante, che si potrebbe definire “del gambero”. Perla serie che per andare in avanti bisogna prima andare indietro. Certo che, se lo avesse detto dieci mesi, forsen qualcuno ci avrebbe pensato un attimo in più prima di tirare una pedata al cavaliere e insediare a Palazzo Chigi la banda Prof. Ma Monti non ha dubbi: “Solo uno stolto può pensare che sia possibile incidere in elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda”.

I casi sono due: o Monti ci prende in giro, cercando una via d’uscita (poco convincente ) per i suoi fallimenti in attesa che in Europa il vento giri. O è seriamente e onestamente convinto di quel che dice. E non si sa quale ipotesi debba essere considerata peggiore, almeno finchè uno straccetto di crecità si paleserà. nel dubbio, i due maggiori siti di informazioni del paese, quello del Corriere e quello di Repubblica, hanno pensato di occultare la “confessione” del Prof, seppellendola rapidamente con le (non) notizie relative all’incontro tra governo e sindacati a Palazzo Chigi. Nel quale ha avuto l’ardire di chiedere alle parti sociali (e quindi ai lavoratori) di aumentare la produttività, come unica strada per uscire dalla crisi. Ma come, lui ci affossa e poi tocca ai lavoratori (vada a dirlo a quelli dell’alcoa) tocca toglirergli le castagne dal fuoco? La Camusso (Cgil) gli ha respinto sui denti lo scarica-barile, minacciando un nuovo sciopero generale. non l’ha presa bene

 


pubblicato da Libero Quotidiano

I dati Istat ed Eurostat condannano l'operato del governo Monti. Secondo voi, da quando è arrivato il Prof l'Italia sta meglio o peggio?

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Nel giorno in cui Fitch plaude all’operato del Prof e di fatto, insieme all’altra agenzia di rating Moody’s, prepara la volata al Monti bis viene definitivamente chiusa l’indagine che la vede coinvolta: due manager della società francostatunitense e il legale rappresentante in Italia sono indagati per manipolazione del mercato azionario. Tra questi anche David Riley, il direttore dei rating sovrani di Fitch che aveva firmato le dichiarazioni su Monti. Le ipotesi di reato sono le stesse contestate a Standard and   poor’s e Moody’s: manipolazione del mercato azionario e delle merci con giudizi falsati, con l’aggravante per Fitch di una agenzia che aveva e ha un rapporto contrattuale con la Repubblica italiana. Il danno stimato per il Paese e il sistema bancario per la diffusione dei giudizi negativi è di 120 miliardi di euro. Allo studio una class action.

Cose che neanche il Berlusconi più battagliero…. Sono quelle che, nel suo linguaggio forbito da professore bocconiano, il premier Mario Monti ha detto oggi a proposito dei sindacati. Parlando all’assemblea dell’Abi (l’Associazione delle banche) il prof ha apertamente accusato i sindacati dei guasti che si sono prodotti nel mondo del lavoro italiano: “Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali  contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro”. E ancora: “Le parti sociali devono restare parti, parti vitali e importanti ma non soggetti nei cui riguardi il potere pubblico applichi una sorta di outsourcing della responsabilità politica” in materia di economia. Tradotto: negli anni, i sindacati hanno debordato dal loro ruolo e la politica li ha usati come strumenti di offesa da mandare contro le controparti. Dove per “politica” vanno intesi i partiti della sinistra, dei quali la Cgil è considerata il braccio armato. Proprio a un ridimensionamento di questo ruolo “politico” dei sindacati si devono collegare le reazioni di Cgil, Cisl e Uil di fronte a misure come la riforma del lavoro, la questione esodati, la spending review. Nelle parole del prof: “non ci si deve sorprendere” delle   reazioni delle parti sociali di fronte “ad una durezza dettata   dall’emergenza”, ma “bisogna capire che ci possono essere reazioni di   non soddisfazione non solo e non tanto su singoli provvedimenti quanto  in risposta di una riduzione oggettiva del loro ruolo nel sistema   decisionale”. Cioè: alla Camusso brucia perchè non ha mai contato tanto poco come in questi mesi. E poi, come si fa a dire che Monti non è di destra? “Non accetto lezioni di democrazia da chi è stato cooptato” ha replicato piccata la Camusso.

Ci sono tagli alle spese che si fanno notare, che fanno gridare allo scandalo e che portano in piazza le più svariate categorie. Ma la mannaia della spending review in alcuni casi è usata in maniera silenziosa facendo altrettanti danni, se non più gravi. E’ il caso della scuola pubblica dove quest’anno è aumentato il numero dei promossi. Un aumento eccezionale del 62% che sembrerebbe davvero una buona notizia se ci fossero motivi per credere che da un anno all’altro i professori sono diventati tutti di manica larga e gli alunni tutti più bravi. Purtroppo non è così: si tratta di uno di quei tagli silenziosi di cui parlavamo prima. 

Con l’abbattimento delle bocciature, infatti, lo Stato risparmia parecchi soldi: bastano 150 promossi in più per evitare un milione di euro di spesa. I conti sono presto fatti visto che ogni studente studente che frequenta la scuola statale costa alla collettività oltre 6 mila euro l’anno. Rispetto a due anni fa il numero dei bocciati è sceso del 3% (nelle prime quattro classi della scuola superiore i promossi sono saliti al 62 per cento, l’anno scorso superarono di poco il 60 per cento e l’anno prima si fermarono al 59 per cento): quasi 50 mila ragazzi in pratica non dovranno ripetere l’anno facendo risparmiare allo Stato 300 milioni di euro in due anni. 

Si potrebbe anche essere soddisfatti perchè alla contrazione della spesa si aggiunge la riduzione della dispersione scolastica, il problema però è che la scuola non abbia più quel ruolo da educatore che dovrebbe avere e la meritocrazia una parola del vocabolario che non ha riscontri nella realtà. 

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