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Recentemente anche a seguito delle pressioni ambientaliste,  la Levi’s ha ridotto di dieci volte il consumo di acqua per produrre jeans e ora usa la plastica riciclata delle bottiglie come fibra sintetica per ricavarne i tessuti. 

Tali cambiamenti, così come quelli altamente redditizi in termini di risparmi progettati da General Electric con il programma ‘Ecoimmagination’, da DuPont, Unilever, Mark & Spencer, Patagonia e sempre più  aziende, non sono ascrivibili unicamente a strategie di marketing e brand reputation: fanno parte di quella che definiamo ‘Corporate’ Social Innovation. Che promette (o minaccia, dipende dai punti di vista) di cambiare il volto del capitalismo, rendendolo più sociale, sostenibile, centrato sul doppio valore economico e sociale. 

“La sanità pubblica chiamata a ripensarsi in vista di una rimodulazione e di adattamenti di cui dobbiamo avere consapevolezza. Dobbiamo imparare a gestire il divenire del processo demografico in corso in modo più efficiente“. E’ quello che ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervenendo alla cerimonia di chiusura dell’Anno europeo dell’invecchiamento attivo. Il capo del governo torna quindi a parlare del sistema sanitario nazionale dopo che qualche giorno fa ha lanciato l’allarme giudicandolo a rischio.

“Se il regime di Assad dovesse usare armi chimiche sarebbe inaccettabile e ci sarebbero delle conseguenze”: è il monito lanciato dal presidente americano Barack Obama.  “Il mondo sta guardando”, ha ammonito Obama rivolgendosi esplicitamente “ad Assad e a chi obbedisce ai suoi ordini”. Il presidente americano – intervenendo a Washington a un incontro di esperti sul rischio di una nuova proliferazione delle armi nucleari – ha quindi avvertito come “l’uso di armi chimiche sarebbe toatalmente inaccettabile e se qualcuno farà il tragico errore di usare queste armi ci saranno conseguenze e ne dovrà rispondere”. Obama ha quindi ribadito come gli Usa “continueranno a sostenere le legittime aspirazioni del popolo siriano e a collaborare con l’opposizione fornendo aiuti umanitari”. Il presidente ha confermato che l’obiettivo è quello di aprire in Siria “un processo transizione verso una Siria libera dal regime di Assad”.

“Non ho mai avuto conflitti di interesse. Quando ho fatto il ministro non ho lavorato nel mio studio, né in altri. È stata tutta una montatura”. Sono passati oltre 11 anni da quando Pietro Lunardi è diventato ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Cinque anni, attraversati dalle critiche e dall’accusa di essere l’uomo politico più potente proprio nel settore dove la sua azienda faceva affari: “Avevano detto che anche io avevo una impresa di costruzioni, ma era solo uno studio professionale con dentro degli ingegneri, quindi sono tutte cose inventate”. Oggi, il ministro simbolo di quell’età berlusconiana che non voleva lacci né lacciuoli, quello che propose il limite dei 160 chilometri orari in autostrada, parla a ilfattoquotidiano.it della vicenda di Ripoli, il paesino dell’Appennino bolognese dove una frana si è risvegliata proprio col passaggio di una galleria della Variante di valico. La sua ditta, la Rocksoil, leader trentennale nel settore degli scavi dei tunnel, è tuttora impegnata nella progettazione esecutiva di quella galleria.

Confesso subito: non so se avrei avuto lo stesso coraggio di Alessandro Sallusti, che ha messo in gioco la sua libertà personale per porre una questione di principio e di diritto Costituzionale che tutti fingono di ignorare. Ho tre figli e quel che avrei fatto al posto suo sarebbe dipeso da loro. Ma non comportarsi così avrebbe pesato anche a me, e sarebbe stato difficile guardarli negli occhi dopo.

In queste ore- come è accaduto in questi mesi- leggo e sento i commenti più disparati sul caso, e noto che la maggiore parte nascono dalla assoluta ignoranza dei fatti e pure delle sentenze pronunciate. Sia chiaro a tutti che è assolutamente falso che Sallusti è stato arrestato per avere pubblicato il falso diffamando un magistrato della procura dei minori di Torino, il giudice Giuseppe Cocilovo. Non è così, e questa storia è davvero piena di bugie. Sallusti finisce in carcere perchè in carcere si voleva fare finire lui e nessun altro giornalista italiano. Gli si vuole fare pagare le sue opinioni su altro, e il caso Cocilovo è un pretesto, il primo a disposizione. Anche la reazione corale dei pm di Milano dopo che Edmondo Bruti Liberati aveva legittimamente avocato a sé l’esecuzione di quella sentenza, stabilendo gli arresti domiciliari, e poi la derisione sugli arresti dorati a casa Santanchè, sono il segno di questo regolamento di conti con la persona di Sallusti, e nulla hanno a che vedere con la vicenda giudiziaria.

E’ da questa vicenda giudiziaria però che tutto nasce, e allora sarebbe bene raccontarla nei particolari reali, lasciando da parte la leggenda e le bugie che sono circolate in questi mesi. Ecco tutto quel che serve da sapere per giudicare.

1- Sallusti ha pubblicato una notizia falsa e diffamatoria sul giudice Cocilovo che avrebbe costretto una ragazzina ad abortire contro la sua stessa volontà? Falso. E’ stata la Stampa a pubblicarla il giorno 17 febbraio 2007. Il giornale diretto da Sallusti, Libero, l’ha ripresa il giorno successivo in due modi: un articolo di cronaca firmato da Andrea Monticone, in cui si dava conto della versione pubblicata su La Stampa, ma anche di versioni diverse fornite da ambienti della procura di Torino. E poi un commento certo molto forte (ma si tratta di opinioni e idee) firmato Dreyfus. In nessuno dei due articoli è nominato il giudice Cocilovo, che poi avrebbe querelato portando all’arresto di Sallusti. L’articolo di cronaca di Libero, quello dove si riportavano i fatti, è stato riconosciuto corretto dalla Cassazione, che ha annullato le precedenti sentenze di condanna nei confronti di Monticone, chiedendo di ricelebrare il processo di appello. I fatti dunque pubblicati quel giorno con Sallusti direttore non sono falsi, anzi. La cronaca è stata riconosciuta equilibrata e veritiera dagli stessi giudici che hanno condannato Sallusti. La condanna quindi riguarda esclusivamente il commento di Dreyfus, quindi delle opinioni. Un direttore responsabile è stato condannato al carcere (poi tramutato in arresti domiciliari) per non avere controllato l’opinione di suoi collaboratori.

La Stampa è stata querelata? No, da nessuno. Ha rettificato la notizia? No, il giorno successivo, quello in cui sono usciti i due articoli di Libero, ha pubblicato la versione della procura solo all’interno (molto al fondo) di un nuovo articolo sul caso, titolato per altro in modo da rafforzare la notizia della ragazzina costretta all’aborto. Tanto è che il 21 marzo, tre giorni dopo, la Stampa ha dovuto pubblicare una ulteriore rettifica questa volta inviata formalmente dal presidente del Tribunale dei minori, Mario Barbato. Con grande evidenza? No: nella rubrica delle lettere, confusa fra decine di altre.

2- Sallusti non ha mai rettificato la notizia. Questo fatto in sé è vero. Su Libero non è apparsa alcuna rettifica di una notizia che per altro non Libero aveva dato, ma La Stampa. Il giudice del tribunale dei minori ha inviato una rettifica alla Stampa, ma a Libero no. Quale rettifica doveva essere pubblicata, visto che nessuna rettifica è mai stata formalmente inviata da nessuno? Ricordo poi che l’articolo di cronaca inizialmente incriminato, è stato assolto in Cassazione, ritenuto corretto e quindi non bisognoso di rettifica. La procura di Torino aveva sì fatto filtrare (riportata da “ambienti della procura”) una rettifca alla notizia della Stampa già la sera stessa della pubblicazione, ma solo sulla agenzia Ansa a cui Libero non era abbonato. Quella rettifica- per altro ufficiosa- non poteva essere a conoscenza di Sallusti.

3- Il caso Farina. Sallusti è stato condannato per non avere vigilato sulle idee di Dreyfus. Trattandosi di pseudonimo, si è detto che la firma è stata atribuita al direttore responsabile, quindi allo stesso Sallusti. Questo non è vero. Dreyfus era Renato Farina, che lo ha dichiarato pubblicamente dopo la condanna. Ma che Dreyfus fosse Farina lo sapevano anche i giudici di Cassazione, visto che gli avvocati di Sallusti lo avevano dichiarato e comprovato nel loro ricorso, quindi tutti sapevano benissimo chi aveva scritto quelle opinioni ritenute diffamatorie.

4- Il caso Taormina. Di questo non ha parlato nessuno, perchè tutti sputano giudizi e sentenze, ma è faticoso andare a leggere gli atti e informarsi. Secondo la sentenza della Cassazione e perfino secondo i giudici di secondo grado, la colpa di Sallusti non sarebbe solo quella di non avere rettificato volontariamente la prima versione dei fatti a cui faceva riferimento il commento di Dreyfus-Farina (quella de La Stampa). Ma di avere messo in piedi una campagna stampa contro il magistrato Cocilovo, anche se questo ultimo mai è stato nominato su Libero. Una campagna stampa? Sì’, la Cassazione scrive che circa una settimana dopo la pubblicazione di Dreyfus – il 23 marzo- su Libero c’è stato “un prosieguo della campagna di offuscamento dei soggetti, a vario titolo intervenuti nella vicenda, attraverso la riproposizione da parte di un noto avvocato, della assenza del consenso della minorenne”. Quel noto avvocato è Carlo Taormina, che in effetti in una sua rubrica settimanale che gli aveva dato Vittorio Feltri su Libero molti giorni dopo prende per buona la vecchia versione de La Stampa e critica il comportamento di quell’anonimo magistrato. Secondo la Cassazione proprio l’articolo di Taormina dimostra l’intenzione di Sallusti di compiere una “crociata contro un giudice dello Stato italiano”. Questo particolare a dire il vero era ignoto anche allo stesso Sallusti, con cui ho parlato dopo che erano uscite le motivazioni della Cassazione. Non aveva letto all’epoca la rubrica di Taormina (che mandava alla segreteria di Feltri e veniva pubblicata di rigore), e soprattutto non sapeva nemmeno che proprio quella rubrica è il fondamento della sua condanna. Due articoli a due settimane di distanza, allora era una campagna stampa volontaria contro il giudice Cocilovo.

Proprio il caso Taormina però dimostra come la decisione su Sallusti sia esclusivamente ad personam, un regolamento di conti e non un caso di giustizia. Quell’articolo è stato fondamentale nella condanna di Sallusti? Sì, lo dice la Cassazione. Taormina è mai stato querelato dai magistrati di Torino? No, mai. Qualcuno ha inviato rettifica per contraddirlo? No, mai. Lui non interessava ai magistrati di Torino. Quella che volevano era la testa di Sallusti. E questa hanno ottenuto nel silenzio complice e interessato di chiunque dovrebbe avere a cuore l’articolo 21 della Costituzione.

 

 

Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto “salva-Ilva”. Breve riassunto delle puntate precedenti. I giudici di Taranto accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide; quindi gli impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti fuorilegge – l’arma del delitto – saranno finalmente a norma, cioè smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre. Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Rivacon qualcun altro. È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe. I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri. Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito. Già: e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?

Roma, 30 nov. – (Adnkronos) – L’albero finto non è più ecologico degli abeti naturali. L’affermazione potrebbe essere vera solo se si comparasse l’albero di plastica con uno vero ma derivante da tagli e commerci illegali. E’ quanto riferisce il Pefc Italia, lo schema di certificazione per la gestione forestale sostenibile.

Gli abeti finti, infatti, per essere prodotti e distribuiti emettono infatti circa 21 chilogrammi di Co2 se in Pvc e 12 chili se in polietilene. Calcolando che in Italia ne vengono acquistati ogni anno circa mezzo milione, essi sono responsabili di circa 115mila tonnellate di anidride carbonica (l’equivalente di un’auto che percorre 6 milioni di chilometri). Senza contare che, una volta gettato, impiega centinaia di anni per degradarsi.

La soluzione a minore impatto ambientale è quindi un’altra: scegliere un albero vero ma facendo attenzione alla sua provenienza. Antonio Brunori, segretario generale del Pefc Italia. ricorda quindi che “è importante fare attenzione al tagliando che troviamo sull’albero: fra le informazioni riportate in etichetta deve esserci indicata la provenienza da coltivazioni specializzate; la nazionalità; la non destinazione per il rimboschimento, per evitare che ci sia mescolanza genetica tra le specie autoctone e quelle provenienti dall’estero; l’età dell’albero, più è giovane e più è piccolo, maggiori sono le probabilità di sopravvivere, anche per un miglior rapporto tra quantità di chioma e di radici”.

Così facendo, l’albero vero diventa molto più ecologico di quello finto. Il Pefc Italia, spiega Brunori, “consiglia di comperare un albero vero anziché di plastica perché quest’ultimo deriva dal petrolio e ha costi ambientali enormi. L’abete vero invece permette di assorbire anidride carbonica, rilasciando al contempo ossigeno ed oli essenziali che purificano e aromatizzano la stanza in cui è temporaneamente alloggiato la pianta”.

Dietro questa scelta si cela tra l’altro un aiuto per molte comunità di aree marginali montane, perché acquistando gli abeti provenienti da tali zone si valorizza l’attività vivaistica che assicura una reddito a circa mille piccole aziende agro-forestali italiane e crea un’economia integrativa a tante famiglie che vivono e lavorano nelle Alpi e lungo la dorsale appenninica. “Gli abeti di origine italiana presenti sul mercato natalizio sono per lo più Abeti rossi (Picea abies) o Abeti bianchi (Abies alba) che derivano per circa il 90% da coltivazioni specializzate, cioè da piantagioni di alberi create per questo scopo” prosegue Brunori.

“C’è poi un importante numero di piante (il restante 10%) che sono vendute senza radici, cioé cimali o punte di abete: queste derivano dalla normale pratica di gestione forestale che prevede interventi colturali di ‘sfolli’ o diradamenti, operazioni indispensabili per lo sviluppo delle foreste più pulite e più fruibili”, rende noto il Pefc Italia. “Con queste piantagioni arboree e con queste operazioni selvicolturali si contribuisce a migliorare l’assetto idrogeologico delle colline e a contrastare l’erosione e gli incendi, perché gli abeti sono generalmente coltivati soprattutto in terreni marginali altrimenti destinati all’abbandono”.

L’impegno ecologico delle famiglie italiane non deve però terminare con la scelta dell’albero giusto. Serve anche sapere cosa fare quando le feste sono passate e bisogna decidere dove portare l’albero. Si pensa di solito che destinare l’albero al rimboschimento sia sempre la soluzione migliore, per fare un gesto amico della Natura. Ma non è così: “L’abete rosso è infatti un albero spontaneo solo sull’arco alpino e in alcune ‘isole’ dell’Appennino Tosco-emiliano”, ricorda Brunori.

Piantarli in boschi dove già è presente l’abete “significa creare problemi di inquinamento genetico a prescindere, soprattutto se non conosciamo l’origine delle piante. Inserire l’abete in ambienti naturali dove invece non cresce spontaneamente crea una intrusione botanica che è negativa, per il paesaggio e l’ecosistema”.

Se c’è la possibilità è quindi molto meglio mettere l’albero nel nostro giardino di casa, facendo però attenzione al fatto che questa specie ha un apparato radicale molto superficiale e quindi, una volta cresciuto in altezza, potrebbe cadere danneggiando le costruzioni accanto a cui si è sviluppato. Altrimenti, l’albero va consegnato a uno dei centri di raccolta organizzati in molte città italiane.

L’austerity arriva anche nel mondo dello spettacolo e, in questo periodo di crisi, moltissime showgirl denunciano di non lavorare più come prima. Una di queste è Barbara Chiappini che, sulle pagine di Vero confessa: “D’estate ho sempre presentato varie serate in giro per l’Italia, invece quest’anno ho lavorato meno rispetto agli altri anni e con un cachet ridimensionato perché i soldi non ci sono più. Almeno per lo spettacolo, il superfluo è una delle prime cose che viene tagliata”. E sulle apparizioni in tv, l’ex naufraga sexy de L’Isola dei Famosi, aggiunge: “In realtà continuavo a fare l’ospite in diverse trasmissioni. Tuttora mi invitano ma poi mi dicono che non c’è budget. E quindi tocca a me scegliere se andare oppure. No, perché la maggior parte delle volte l’invito nelle trasmissioni è completamente gratuito, quindi devo prendere un aereo per andare a Milano e non ci sto dentro con le spese. Prima era diverso, c’era un rimborso spese e un cachet di poche centinaia di euro. Adesso non c’è più nulla”. Se il lavoro scarseggia, sul fronte famiglia, la Chiappini ha fatto una scelta ben precisa dedicandosi quasi completamente agli affetti più cari: “La mia è stata più che altro una scelta, perché mi sono sposata l’anno scorso e ho deciso di dedicarmi un po’ di più alla famiglia. Bisogna ammettere però che la crisi c’è”.

C’è chi arriva a programmare la sua vita con la mappa delle toilette in tasca, non potendo allontanarsi troppo a causa di un ‘misterioso’ fastidio. Eppure basterebbe una visita urologica per svelare la presenza di una patologia che interessa 14 italiani su 100, superati i cinquant’anni. E’ l’ipertrofia prostatica benigna (IPB) che dà segno di sé con disturbi della minzione di giorno e di notte. Chi ne è affetto è costretto ad alzarsi più volte nel corso della notte per andare in bagno; mentre di giorno lo stimolo della minzione arriva imperioso, urgente e di frequente. E ogni volta poi è come se non si riuscisse a svuotare del tutto la vescica.

“La presenza anche di uno solo di questi sintomi – spiega il dottor Luigi Schips, Primario del dipartimento di Urologia dell’Ospedale San Pio di Vasto (Chieti) – potrebbe essere indicativa di ipertrofia prostatica benigna e dovrebbe portare l’uomo a parlarne prima con il proprio medico di famiglia, e quindi a rivolgersi all’urologo”. E invece nella realtà di tutti i giorni capita che la gente ‘accetti’ questi disturbi come scotto inevitabile del processo naturale di invecchiamento. Così, solo una persona su due ne parla col proprio medico, lasciando passare tempo prezioso. Si, perché il ritardo diagnostico e quindi di trattamento, causa un aggravamento di questa patologia e può condurre ad una riduzione del getto urinario, fino alla ritenzione urinaria acuta. E a quel punto non resta che l’intervento chirurgico.

Da queste considerazioni è nata l’esigenza di mettere a punto un test, facile ma preciso, che consenta al medico di famiglia di dare corpo al sospetto di un’ipertrofia prostatica benigna.
Messo a punto dagli esperti della Società Italiana di Urologia, si chiama “Quick prostate test” e consiste in tre domande che tengono conto dei tre principali sintomi e disagi dell’IPB:

  1. Nell’ultimo mese si è alzato almeno due volte a notte per urinare, da quando va a letto la sera, fino a quando si alza al mattino? (NICTURIA)
  2. Nell’ultimo mese ha avuto più volte difficoltà a trattenere l’urina nell’arco della giornata? (URGENZA)
  3. Nell’ultimo mese ha mai la sensazione di non riuscire a svuotare completamente la vescica? (DISURIA)

Una risposta positiva anche ad una sola di queste tre domande, dovrebbe mettere in guardia il medico sulla possibilità che il paziente sia affetto da IPB.

Il test dunque è pronto, ma come arriverà negli studi dei Medici di Medicina Generale e quindi ai pazienti? “In un primo tempo – spiega il dottor Ciro Niro, Medico di Medicina Generale presso l’ASL di Foggia, Tesoriere e Responsabile Nazionale dell’Area Uro-Andrologia della SIICP (Società Italiana Interdisciplinare per le Cure Primarie) – miriamo a raggiungere il maggior numero possibile di Medici di Medicina Generale con il Quick Prostate Test in formato cartaceo, mentre le prospettive future sono quelle di diffonderlo in maniera capillare anche attraverso i più importanti mezzi media, web e tv, e le piattaforme più frequentate, Facebook e Twitter”.

“Il Quick Prostate Test – afferma Vincenzo Mirone, professore ordinario di Urologia presso l’Università Federico II di Napoli e Segretario generale della Società Italiana di Urologia – è uno strumento estremamente utile per facilitare il dialogo tra medico e paziente sia nella prima visita che nelle successive visite di follow-up, e consente anche di monitorare gli effetti della terapia. Tra le varie opportunità terapeutiche per l’IPB, la principale è l’associazione di dutasteride (inibitore delle 5-alfa-reduttasi) e di tamsulosina (alfa-bloccante), da effettuare in presenza di sintomi urinari moderati o gravi e di un aumento significativo delle dimensioni della prostata. Lo studio CombAT ha dimostrato che questa associazione determina un miglioramento dei sintomi costante nel tempo ed una riduzione significativa del rischio di ritenzione urinaria acuta e della chirurgia correlata all’IPB, rispetto ai pazienti in monoterapia. Per questo, le attuali linee guida internazionali per il trattamento dell’IPB, raccomandano la terapia di combinazione in tutti i pazienti con sintomi urinari da moderati a gravi, che presentino un elevato rischio di progressione (con prostata di dimensioni > 30 cc, PSA > 1.5 ng/ml)”. (LORENZO VALLE)

Si è aperta oggi a Doha la 18^conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che avrà un ruolo fondamentale per cercare di colmare i diversi gap oggi esistenti che riguardano agli obiettivi di Mitigazione delle emissioni di gas serra, gli impegni post Kyoto e i finanziamenti. Impegni e azioni più forti. Gli impegni presi durante la COP16 di Cancùn, diversificati per i diversi Paesi sviluppati, e declinati in azioni volontarie per gli altri Paesi sono insufficienti.

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