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Il direttore del Giornale Alessandro Sallusti ha proposto uno “scambio” alle forze dell’ordine che devono eseguire l’ordine di carcerazione. Su Twitter ha scritto: “Voi non violate la sede de Il Giornale, io mi consegno a San Vittore e poi fate quel che volete”. 

Ha quindi cambiato idea Sallusti che la scorsa notte aveva twittato: “Notte al giornale. Se vogliono mi arrestano qui. Grazie a tutti”. Condannato definitivamente a 14 mesi di carcere per diffamazione, il giudice della sorveglianza di Milano ha dispostogli arresti domiciliari, ma il giornalista li ha rifiutati ribadendo la sua volontà a voler andare in carcere. Nel frattempo alla redazione di via Negri è arrivata anche Daniela Santanchè.

Aiuterebbe a risolvere i problemi sia all’America sia all’Unione Europea. Martin Shulz rilancia le discussioni con il vice presidente Usa Joe Biden. Superata l’opposizione delle case automobilistiche nipponiche.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Ue punta a trattato di libero scambio con Usa e Giappone

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Sono due i consiglieri provinciali di Cosenza del Pd arrestati stamani in un’operazione antimafia condotta dalla Procura di Catanzaro. Umberto Bernaudo, 62 anni, già sindaco di Rende (Cs), e Pietro Ruffolo, 63 anni, ex assessore ai Lavori Pubblici per lo stesso comune, sono accusati di aver usato una coop di servizi comunali per raccogliere voti in ambienti ‘ndranghetisti in concorso con il boss Michele Di Puppo. I due esponenti democratici, in vista delle elezioni provinciali del 2009, avrebbero sfruttato, secondo la Procura di Catanzaro, i finanziamenti alla cooperativa Rende 2000 per acquistare voti: per questo vengono loro contestati i reati di corruzione e corruzione elettorale, mentre è stata esclusa l’aggravante delle modalità mafiose. Bernaudo e Ruffolo, per i quali sono stati disposti gli arresti domiciliai, erano già indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio. Il terzo provvedimento di arresto è stato notificato in carcere al boss Di Puppo.

Le preferenze da un lato, il denaro dall’altro. In mezzo l’accordo politico-elettorale. A compediare il tutto, il reato di voto di scambio: 416 ter. Per l’accusa a pesare come un macigno è la contabilità delle sezioni. Un quadro aritmetico che secondo il pm milanese Giuseppe D’Amico e il procuratore aggiunto Ilda Boccassini incastra e chiude i giochi per Domenico Zambetti, ex assessore regionale lombardo alla Casa, in carcere dal 10 ottobre scorso con l’accusa, tre le altre, di concorso esterno in associazione mafiosa. Alla base ci sono quei 200mila euro pagati dal politico Pdl a presunti uomini della ‘ndrangheta che gli hanno servito sul tavolo 4mila preferenze.

Il dibattito sulla legge elettorale continua a tenere banco nel panorama politico, con i partiti che preparano vie d’uscite all’eventuale fallimento della riforma ora in discussione presso la commissione Affari Costituzionali del Senato. Se la trattativa sulla legge elettorale dovesse infatti arenarsi, si potrebbe tornare con un emendamento presentato dal senatore del Pd Enzo Bianco al vecchio ‘Mattarellum‘. E tra i vari emendamenti presentati oggi, quello del presidente della stessa commissione Carlo Vizzini che vorrebbe applicare il reato di voto  di scambio non solo al politico che acquista preferenze con il denaro – questa l’attuale formulazione del 416-ter – ma anche a chi promette “qualunque altra utilità, ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa”. Vizzini rilancia così una richiesta di lungo corso di associazioni e magistrati impegnati sul fonte antimafia. 

 

Una non fa in tempo a pensare che una bandierina della Marina militare italiana sulle Ferrari in corsa non è poi una gran cosa rispetto alla gravità dell’affronto che il governo indiano ha riservato al governo e al popolo italiano, che il governo indiano si permette pure di risentirsi e darci lezioni di spirito sportivo nelle competizioni, aiutato da quel gentiluomo del boss della Formula Uno, Ecclestone, quello a cui piacevano tanto Saddam Hussein e i talebani, ma che più di tutto rimpiange Hitler, e che oggi ci dà lezioni su sport e politica che non s’hanno da mischiare.  E poi una non fa in tempo a indagare sulla soffiata ricevuta di uno scambio di prigionieri – in stile terroristi palestinesi – come possibile soluzione del problema dei nostri due marò, non fa in tempo a dirsi che è fantapolitica, e invece scopre che è tutto vero. Anzi peggio, perché l’accordo è stato fatto prima e in assenza di certezza di una condanna dei nostri militari, dunque suona come un’autorizzazione neanche tanto implicita alla condanna.  È una vergogna, ecco cos’è.

Leggi il commento integrale di Maria Giovanna Maglie su Libero in edicola oggi, sabato 27 ottobre 

 

“Se il ministro Severino ha detto che è pronta a intervenire sul reato di voto di scambio se ci sarà una sollecitazione da parte del parlamento, vuol dire che qualcuno gli ha detto di non farlo”. A buttare il carico da novanta sul ddl anticorruzione, nel giorno della fiducia in Senato sul tormentato provvedimento, è Carlo Vizzini, presidente della Commissione affari costituzionali di palazzo Madama. L’esponente del Psi, navigatore di lungo corso della prima e della seconda Repubblica, replica così all’intervento in aula del ministro della Giustizia Paola Severino, che invece ha rivendicato con orgoglio il lavoro fatto.

Nessun chiarimento della sua posizione al giudice che lo ha interrogato sul presunto acquisto di voti dalla ‘ndrangheta trapiantata al Nord e altri reati. Si è avvalso della facoltà di non rispondere Domenico Zambetti, l’assessore lombardo arrestato il 10 ottobre per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Davanti al gip Alessandro Santangelo, il politico non ha risposto alle domande nel primo interrogatorio di garanzia. Secondo quanto ha spiegato il suo legale, l’avvocato Giuseppe Ezio Cusumano, Zambetti ha r rilasciato alcune dichiarazioni spontanee per affermare di non aver “mai avuto niente a che fare con la ‘ndrangheta”.

Ci mancava anche il record del voto di scambio. Già, perché da anni quello sciagurato articolo 416 ter veniva sbeffeggiato nei conciliaboli tra giuristi. Inutile Calimero della legislazione antimafia. Chi vuoi, si diceva, che si rivolga a un mafioso con i soldi in mano per chiedergli i voti? Si promettono appalti, favori e assunzioni. Hai mai visto un mafioso che si fa pagare? Avevano fatto i conti senza la Lombardia. Senza la regione che ha stretto con la ‘ndrangheta una specie di accordo tra privati.

Punto d’arrivo di un percorso lungo e incontrastato che ha fatto a pezzi la vecchia capitale morale. Quando è incominciato? La si può rigirare quanto si vuole, ma sempre lì si torna. Agli anni Ottanta. A quando, dopo il terrore delle bierre, la città scoprì il piacevole brivido delle pierre. Le feste, le pubbliche relazioni, le bollicine, la finanza, l’ascesa del virtuale, la fine della fabbrica, delle dinastie d’impresa che avevano fatto i soldi in tre generazioni. Nacquero veloci nuovi imperi, la fatica e il merito sembravano reperti archeologici. Le tangenti sempre più esose e i soldi dell’eroina riversati sulla città da Cosa Nostra generarono una speciale economia. E una speciale ideologia, che si burlava della serietà e amava lo sfarzo facile, trasformato in sinonimo di modernità.

Lo scambio corrotto si basa su una debole capacità di controllo dei cittadini sui decisori pubblici e su una coalizione tra questi ultimi e le imprese. Contrastare la corruzione significa allora indebolire la coalizione corrotta e aumentare le capacità di controllo dei cittadini. Occorre inasprire le sanzioni e la probabilità di venire colti sul fatto, guardando ai cosiddetti reati sentinella e allungando i tempi di prescrizione. Necessario colpire il ruolo del facilitatore. Ma la precondizione è ristabilire vere condizioni di trasparenza.

di Michele Polo* (lavoce.info)

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