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pubblicato da Libero Quotidiano

SONDAGGIO: Secondo voi, con la sconfitta alle primarie, Renzi si è "bruciato" per sempre?

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Abbiamo tutti apprezzato lo stile con cui Matteo Renzi ha ammesso la sconfitta e si è congratulato con il vincitore Bersani, la professione di lealtà, il messaggio ai ‘suoi’ militanti di stampo giovanneo-kennediano (“andate a casa e siate orgogliosi”).
Meno comprensibile è la ritirata improvvisa, il mesto rientro a casa, anche se “tornare a fare il sindaco di Firenze 24 ore su 24” è impegno gravoso e di grande visibilità politica. Ma allora, viene da chiedersi, tutto questo ambaradam a cosa è servito, se dopo aver annunciato per mesi, su e giù per la Penisola, “cambieremo l’Italia”, Renzi non riesce neppure a cambiare la sua immagine di “ragazzetto ambizioso” (di cui ora si pente) sforzandosi di guardare oltre il suo orizzonte personale? Superata la comprensibile amarezza, lo sfidante dovrebbe considerare quel milione tondo di persone che gli hanno dato fiducia. Per cosa dunque? Per sentirsi liquidare con un “grazie, è stato bello” o farsi ripetere, in puro politichese, che adesso lui “darà una mano” o farà la “risorsa” del centrosinistra? Ingaggiare una vera battaglia politica d’opposizione dentro il Pd non significa accontentarsi del premio di consolazione o ritagliarsi una “correntina”. Vuol dire dare seguito, per esempio, alle proposte sul lavoro o sulla crescita o sui costi della politica, alternative a quelle di Bersani. E poi Renzi non si fidi troppo dei suoi 38 anni e del tempo per le rivincite che certo non gli manca. La politica ci mette poco a dimenticare. O peggio a ricordare Renzi come quello che voleva rottamare D’Alema e non ci riuscì.

Un problema che riguarda anche il vincitore (gli altri due problemi che ha si chiamano Monti e Grillo). Dopo la festa e le passerelle televisive, vedremo se Bersani sarà costretto a pagare qualche conto al sinedrio dei dinosauri e dei capicorrente che lo hanno sostenuto nella cavalcata finale. Per ora dice di voler concedere “spazio e occasioni ai giovani”. Speriamo non siano solo parole di circostanza per lasciare tutto come prima.

Come previsto Bundesrat dice no, favorevoli solo 21 su 69. Sconfitta pesante per Merkel in vista delle elezioni del prossimo autunno. Accordo sul rientro di capitali evasi non ratificato. Per Verdi e Partito Socialista cosi’ strutturata e’ una misura ingiusta per il contribuente onesto.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Germania boccia accordo fiscale con la Svizzera

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Chissà se adesso capiranno o faranno finta di nulla. Chissà se riconosceranno gli errori oppure, come già è capitato nel passato, tireranno avanti come prima. Io, dovendo scegliere, scommetterei su quest’ultima ipotesi, ovvero che neppure la batosta siciliana basterà a farli rinsavire. Nel Pdl inizierà la caccia ai responsabili, per cercare di dare la colpa a qualcuno. Invece di riflettere su quanto accaduto, la sconfitta sarà presa a pretesto per un regolamento di conti interno, un modo per liquidare una carriera e costruirne altre.

Del resto, nel Popolo della libertà gli indizi che portano a ritenere che le cose finiranno proprio come immagino, cioè con la ricerca di un capro espiatorio per poi proseguire come prima, sono molti. E il colpevole cui addebitare tutto, inevitabilmente, non può che essere Angelino Alfano, il segretario del partito. Il quale non solo porta su di sé la responsabilità della scelta del candidato a governatore della Sicilia e la rottura con Gianfranco Miccichè, l’ex luogotenente berlusconiano che ha sottratto voti al centrodestra condannandolo a sicura sconfitta. Non solo, dicevo, ha deciso lui di affidarsi a Nello Musumeci senza riuscire a trovare un accordo con gli ex di Forza Italia, ma ha pure l’aggravante di essere siciliano e dunque di essere stato battuto in casa propria, là dove dovrebbe essere il più forte. Un po’ come se Bersani non riuscisse a imporre un suo uomo neppure in Emilia o a Bettola.

Oltre a ciò, Alfano è un colpevole perfetto cui addebitare ogni colpa in quanto è inviso a un bel po’ di berlusconiani e forse anche allo stesso Berlusconi. Da quando il Cavaliere lo presentò al mondo come suo erede, imponendolo segretario contro il parere dei triumviri, molta acqua è passata sotto i ponti. L’asse tra il fondatore e il suo successore non è più quello di un tempo, tanto per intenderci del periodo del lodo per le alte cariche dello Stato. Basti notare come il delfino sia rimasto muto come un pesce dinnanzi alla ridiscesa in campo dell’ex premier dopo la condanna per frode fiscale.

Insomma, Angelino è il candidato più probabile al sacrificio che richiede ogni sconfitta. Ieri era girata voce che lui stesso meditasse di offrire le dimissioni, ma la chiacchiera è stata smentita dalle parti di via dell’Umiltà, sede del quartier generale del Pdl, e poi lo stesso Alfano ha provveduto a negarla. Il segretario dunque resta al suo posto, ma nessuno ha detto per quanto.

Comunque sia, che cioè l’ex guardasigilli se ne vada o resti seppur dimezzato o osteggiato, la questione non risolve il problema del partito. Non è Alfano che non va, è il Pdl, la sua immagine, i suoi dirigenti nel complesso, che sono arrivati al capolinea. È inutile fingere e cercare di scaricare le responsabilità sul segretario pro tempore. Se anche oggi Angelino venisse rimpiazzato da Berlusconi o dalla Santanchè le cose non cambierebbero. Cacciati i vertici del partito non tornerebbero gli elettori, perché il problema del centrodestra è più profondo, più complesso e riguarda, oltre all’assenza di leadership, l’assenza di una proposta politica credibile. Non si può stare un giorno con Monti e il giorno dopo contro. Non si può prendere le distanze da una politica economica di sole tasse, ma allo stesso tempo sostenerla in Parlamento. Non si può essere favorevoli a liste pulite, ma tollerare e chiudere non un occhio bensì entrambi su alcune candidature.

Nella sua negatività (la Sicilia consegnata alla sinistra, un quadro politico frammentato in cui nessuno ha una maggioranza netta) il risultato elettorale di ieri un aspetto positivo però c’è l’ha, ed è che nonostante il disastro del Pdl, nonostante il centrodestra sia riuscito a dividersi e a fare peggio che altrove, gli elettori non sono passati con il nemico. Il Pd vince le elezioni, ma perde i voti, arretrando di cinque punti. Futuro e Libertà, il partito di Fini, non arriva al cinque per cento nonostante Granata, Briguglio e Strano. Sel e l’Italia dei valori arretrano sebbene abbiano candidato una donna della Cgil. E perfino il Movimento cinque stelle, pur diventando il primo partito siciliano, non va oltre il 14 per cento. Significa che chi votava per il centrodestra, cioè la maggioranza dei siciliani, non è andato altrove, non ha cercato nuovi approdi, ma è semplicemente rimasto a casa. Piuttosto che votare questo Pdl e questo centrodestra, gli elettori hanno scelto di non votare. Il che ai miei occhi ha una sola spiegazione: aspettano che tra i moderati ci sia qualcuno che sia presentabile. Insomma, non sono stati i cittadini a tradire, ma chi avrebbe dovuto rappresentarli.

Dunque, se questa è la situazione – e non vi è dubbio che lo sia – i vertici del Popolo della libertà scendano dall’Olimpo in cui si sono confinati e dai tacchi a spillo su cui si sono issati e comincino a guardare in faccia la realtà. In poche parole: facciano un programma che sia degno del nome e poi si facciano da parte favorendo il ricambio, prima che a metterli da parte siano i votanti. E non solo in Sicilia, ma anche a Roma.

di Maurizio Belpietro

Non ha potuto fare altro che ammettere la sconfitta del suo partito, il presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, dopo una notte in cui ha tentato di contestare l’esito delle urne. Con un discorso in diretta televisiva, il presidente, in carica dal 2003, ha ammesso che il partito del rivale Bidzina Ivanishvili ha ottenuto la maggioranza dei seggi nel parlamento, dopo elezioni che gli osservatori internazionali hanno giudicato libere e corrette.

Eccessi di democrazia nell’era di Wikipedia, l’enciclopedia gratuita e in costante aggiornamento grazie ai continui “ritocchi” degli utenti. Spesso si è discusso dell’attendibilità dei Wiki-documenti, e altrettanto spesso si è disquisito sulla reale portata informativa dello strumento. Non vogliamo addentrarci in questi sofismi; semplicemente ci limitiamo a riportarvi un episodio (vergognoso) che sicuramente darà argomenti agli “Wiki-scettici”. Federica Pellegrini ha appena concluso la finale dei 200 stile libero ai giochi olimpici di Londra 2012. Per la nuotatrice, dopo quella nei 400 sl, un’altra cocente delusione: arriva soltanto quinta e scivola addirittura fuori dal podio. Non c’è nemmeno il tempo di disperarsi, che i “gufi” di Fede hanno già trovato il modo di esultare per il suo insuccesso. E non solo di esultare: gli idioti la buttano sugli insulti personali. Il “campo di battaglia” è proprio Wikipedia, che è stata aggiornata praticamente in tempo reale. Una riga sola, scarna, orribile: “Alle olimpiadi di Londra del 2012 arriva quinta sia nei 200 che nei 400 quella gran p… cazzo!!!”. Magra soddisfazione per l’idiota che ha scritto la bestialità: il commento è stato subito cancellato, ma a noi non è sfuggito.

Alla conclusione di un vertice che secondo alcune testimonianze è stato drammatico, un summit in cui Angela Merkel e Mario Monti si erano confrontati duramente, la Cancelliera ha dovuto cedere: dalla Germania è arrivato il sì al piano che prevede l’utilizzo dei fondi salva-Stati per acquistare i bond dei Paesi in difficoltà. E la Merkel, sconfitta, a caldo ha voluto subito dire la sua, sottolineando che la troika costituita da Bce, Fmi e Ue supervisionerà gli eventuali aiuti che Italia e Spagna riceveranno per lo scudo anti-spread. La cancelliera doveva essere stanca, confusa: poco dopo, infatti, è stata costretta alla clamorosa sconfitta: “Non è vero che la troika dovrà intervenire nei paesi che utilizzeranno i meccanismi antispread. Rileggendo le linee guida di Efsf ed Esm, il termine troika non compare”, ha ammesso la cancelliera nel corso di una conferenza stampa. “Almeno non compare per gli interventi decisi la scorsa notte”, ha aggiunto. Non è l’intera troika, formata da Fmi, Bce e commissione Ue, ha precisato la Merkel, che dovrà intervenire sui paesi che utilizzeranno i meccanismi antispread, ma solo l’Eurotower e l’esecutivo di Bruxelles. La cancelliera è forse un po’ confusa?

 

 

 

“La sconfitta della Moratti certo non ci ha fatto bene. Ma è stata soprattutto un sintomo di un clima politico generale che si andava deteriorando sempre più, non solo in Italia”. Giudica così, ad un anno di distanza, la sconfitta del sindaco uscente di Milano Letizia Moratti, l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, intervistato da Roberto Gelmini, nel suo libro “L’onestà al potere”, edito dalla casa editrice Marietti. “Ricordo che alle elezioni di medio termine – prosegue l’ex premier – tutti i governi europei in carica hanno subito gravi sconfitte”.

Riguardo all’operato della Moratti, Berlusconi la difende ma non nasconde di averla candidata nonostante ci fosse chi l’accusava di avere “problemi di comunicazione” e “un atteggiamento elitario”. “L’amministrazione guidata da Letizia Moratti – afferma Berlusconi – ha fatto molto per la città, anche sotto il profilo urbanistico e delle infrastrutture. Oggi chi viene a Milano vede una città in crescita, dopo decenni di immobilismo, con grandi realizzazioni e molti cantieri aperti. Abbiamo creduto fosse nell’interesse della città continuare quel percorso, pur consapevoli che il sindaco Moratti era accusato di avere problemi di comunicazione con gli elettori e un atteggiamento personale elitario”.

La sconfitta alle amministrative sollecita il cambiamento. Fatto di pulizia tra la nomenklatura per rigenerare il partito e tenere a galla il centrodestra. Il Pdl è alla resa dei conti dopo la sconfitta dell’ultima tornata elettorale in cui ha perso 60 amministrazioni comunali, 8 delle quali capoluoghi di provincia. Ne guidava in totale 98, ora gliene rimangono 34. E Berlusconi pensa a come riformare il partito, tra liste civiche e vecchi nomi – incluso Angelino Alfano – che non riescono più a conquistare l’elettorato. 

Nicolas Sarkozy ha perso le elezioni e adesso si lascia scappare un commento che farà discutere: “Perdere è sempre difficile, ma pensare che lasciamo gestire questo merdaio ai socialisti ha un qualcosa di delizioso”. L’affermazione, rigorosamente ‘off the records’ del presidente uscente della Francia, è stata pronunciata rivolgendosi ai suoi più fedeli collaboratori il giorno della sua sconfitta, domenica scorsa. “La transizione deve svolgersi nel modo più rapido possibile. E poi, viva la vita vera!”. Insomma, un Sarkò per niente preoccupato della sconfitta, anzi quasi sollevato dalle responsabilità. 

Rischia il carcere – Ma l’ormai ex presidente francese deve anche guardarsi le spalle. Sarkozy ha infatti annunciato di voler lasciare la politica e tornare alla sua vecchia professione, quella di avvocato. E forse un avvocato gli servirà per i diversi scandali che lo vedono chiamato in ballo, sebbene ancora mai indagato: dal Karachi-gate all’affaire Bettencourt, e ancora le due gravi accuse che gli sono piovute addosso nelle ultime settimane: quella secondo cui l’ex rais libico Muammar Gheddafi avrebbe finanziato con 50 milioni di euro la campagna elettorale con cui Sarkozy vinse le presidenziali del 2007 e quella dell’ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Domenique Strauss-Khan, che ha dichiarato che sono stati i suoi avversari politici ad aver orchestrato le accuse di violenza sessuale contro di lui per impedirgli di concorrere alla presidenza.

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