Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

scuola

Secondo il minsistro delle Pubblica Amministrazione Filippo Patroni Griffi è impossibile pensare a una stabilizzazione di massa per i 260mila precari della pubblica amministrazione durante un’audizione alla Comissione Lavoro della Camera. I precari sono 130mila nella scuola, 115 mila tra sanità e enti  locali e 15 mila nelle ammainistrazioni centrali. “Penso siano da scartare ulteriori   interventi di riduzione del settore pubblico”.   Piuttosto, per il ministro “si può pensare a una diversa   distribuzione del personale tra amministrazioni centrali e periferiche  e tra varie amministrazioni”, anche perchè ha ricordato “siamo   lievemente al di sotto della media Ocse”.

Eccedenze Secondo i dati del ministero, gli esuberi nelle pubbliche amministrazione dovrebbero arrivare a circa 7300 in totale, in base ai tagli previsti dalla spending review.  Il ministro annuncia un ulteriore taglio delle piante organiche di 3.300 impiegati: oltre alle 4.028 eccedenze emerse dal primo decreto “abbiamo proiezioni di ulteriori 3.000 eccedenze di personale per un totale quindi di 7.300 per effetto di altri due decreti uno sull’Inps e l’atro su 24 enti parchi” ha affermato il ministro

Ornella Favero ha una folta chioma di capelli rossi che bene ne rappresentano il carattere energico. E’ volontaria e direttrice di “Ristretti orizzonti”, giornale della Casa di reclusione di Padova e dell’Istituto di pena femminile della Giudecca. «Il carcere ha allargato gli orizzonti della mia vita e della mia conoscenza, per questo credo che “Ristretti orizzonti” sia il nome giusto per questa esperienza». Una strada intrapresa casualmente: da un lato sua sorella (insegnante in carcere) la invita (poiché è giornalista) a tenere un ciclo d’incontri con i detenuti sull’informazione (sfociato in un ulteriore invito, da parte di un gruppo di detenuti, a parlare di carcere in modo diverso), dall’altro l’amicizia con Adriano Sofri l’aveva già portata a maturare un’attenzione sempre più alta verso questo mondo.

Ancora morti in Siria. Non si ferma la violenza che oggi registra vittime giovanissime. Un colpo di mortaio lanciato dai ribelli ha colpito poco fa una scuola vicino Damasco. La notizia è stata battuta dall’agenzia Sana e diffusa dalla televisione. L’attacco è avvenuto contro la scuola Bteiha nel campo Wafideen, vicino la capitale, e che oltre ai bambini sarebbe morto anche un insegnante. In totale sono 29 i morti. 

Chi va a scuola più tardi impara di più, è più attento e più felice. Lo dicono gli scienziati di Oxford e in questi giorni se ne parla per la prima volta in Italia perché il preside del liceo scientifico di Biella, David Coen Sacerdotti ha intenzione dal prossimo anno di proporre l’entrata a scuola alle 10. Secondo la ricerca oxfordiana, infatti, per chi ha tra i 12 e i 22 anni, svegliarsi alle sette di mattina equivale alle 5 per un adulto. Ciò significa che i nostri ragazzi arrivano a scuola ancora addormentati. Una proposta, quella del dirigente di Biella, che in realtà apre una finestra su un tema che va al di là dell’orario di ingresso e che riguarda tutti gli ordini di scuola, anche la primaria dove i ragazzini alle 8,15 arrivano più svegli e vivaci del maestro: i nostri bambini passano troppo tempo a scuola? Le ore di lezione sono troppe? Questo tipo di scuola, basato su un modello di società industriale, dove i ragazzi vanno in classe all’ora in cui i genitori vanno in fabbrica (o in ufficio), dev’essere cambiato?

Ha chiamato il figlio Jihad, che in arabo indica lo sforzo compiuto da un credente per raggiungere Allah, ma che in Occidente è meglio conosciuto con la traduzione di “guerra santa”. E fin qui, nulla di eccezionale: il nome è abbastanza diffuso nel mondo islamico. Non fosse che il piccolo è nato l’11 settembre (del 2009) e che la madre ha avuto la brillante idea di mandarlo a scuola con una maglietta con su scritto “je suis une bombe”, “sono una bomba”.

E’ successo a Sorgues, comune di meno di 20mila abitanti del sud della Francia. La donna, divorziata, è stata rinviata a giudizio per apologia di reato insieme al fratello, zio del bimbo e autore del regalo incriminato. L’udienza è fissata per il 19 dicembre davanti al tribunale correzionale di Avignone.

“Con scuola cattolica si intendono gli enti formativi privati di vario ordine e grado (materna, elementare, media, superiore, universitaria) confessionalmente orientati e gestiti da persone giuridiche cattoliche (parrocchia, diocesi, ordini religiosi, associazioni e movimenti).”

C’è gente che va in giro a dire che occupare le scuole non cambierà le sorti di questo paese, dicono che è solo un modo per defilarsi da noiose lezioni e pericolosi compiti in classe. C’è addirittura chi sostiene che sia una pratica dannosa. Pensa un po’ che quando me lo dicevano 10 anni fa io gli rispondevo che le cose così come erano non andavano bene e allora occupavamo e manifestavamo per cambiare le cose. Quando poi mi si chiedeva “Come?” non sapevo rispondere. Alla domanda “In che modo un’occupazione può cambiare in meglio il futuro di una generazione?” rimanevo sempre un po’ interdetto, pensavo: “Magari da qui facciamo partire la rivoluzione!” oppure “intanto facciamo bordello così quelli ascoltano quello che abbiamo dire”. Entrambe queste risposte non erano del tutto inesatte ma non servivano a placare la supponenza e la saccenteria degli anti-occupanti che, forti del loro automatismo logico basato sulla non esistenza di risultati tangibili, continuavano, hanno continuato e continuano tuttora a definirci fannulloni. Sul momento ti fregano, perché le vere ragioni che stanno dietro ad una pratica di protesta si imparano dopo, o meglio diventano più chiare, si definiscono in seguito. 

«Togliere soldi alle attività militari e alle missioni all’estero per investire nella scuola e nel sapere». «C’è la necessità di una patrimoniale e di contratti a costo zero per i neoassunti». «Sull’Ilva ci vorrebbe un sequestro conservativo per mettere a norma il sito». «Le società che creano disagi crescenti non sono sostenibili». A parlare non è un leader del movimento no global o un esponente ambientalista e pauperista, ma l’ingegner Carlo De Benedetti. Che quando torna a casa dorme sulla sua montagna di soldi, alla faccia dei no global (e del Cav).


pubblicato da Libero Quotidiano

De Benedetti, l'ingegnere ora fa il no global

Notizie del italia, economia, notizie italia

 

Bigiare. Si fa presto a dire bigiare. Ai tempi del liceo, a Verona, avesse avuto il minimo sospetto di una mia  “astensione” dalle lezioni, il babbo mi avrebbe cancellato la paghetta, scorticato vivo e appeso, probabilmente nudo, sul più alto pennone della Brà, trafitto dal ludibrio della folla. 

Così accolgo con spiazzamento la rassegnazione (ripresa solo dai tg locali della Lombardia…), l’altro giorno, di un’insegnante di un liceo di Lecco: «Ora è quasi impossibile marinare la scuola: se l’alunno vuole bigiare, i genitori sono addirittura propensi a firmagli direttamente la giustificazione…». Tecnicamente, quindi, non è bigiata, intesa come evasione di classe; semmai è favoreggiamento. Però, le parole della suddetta prof, si velano di tristezza. Sono come quelle del maestro Perboni nel libro Cuore, quando esordiva con gli studenti: «Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi…» mentre i ragazzi se ne fottevano altamente e, anzi, l’orrido Franti era già pronto a crivellarlo di gessetti. Sono parole che inducono riflessioni su un mondo ingoiato dalle nuove tecnologie e dall’eccesso di condiscendenza dei nuovi genitori verso i figli; figli bamboccioni, intronati come marmotte, che si permettono di sprecare le loro giovanili trasgressioni nella stanzetta di casa, col naso piantato su Facebook e la mamma che li nutre ad hamburger e patatine. Mentre in sottofondo scorrano le note, terrificanti, del Gangnam Style. I prof si sono arresi. Bigiare, fare salato, fare sega, fare girello fare filone, bruciare, abbuttare, strokkare, limare, perfino giampare; di quanti sinonimi brilli in tutt’Italia e per quanto l’atto del marinare la scuola sia elemento antropologico comune a tutte le culture, oggi rischia l’oblio. Ed è un peccato.

Da noi, nel profondo nordest, lo chiamavano «berna». Ed era, al contempo un’ordalia, la sfida al giudizio divino del preside; e un rito d’iniziazione tipo quello di Richard Harris innalzato per i capezzoli sul totem Sioux nell’Uomo chiamato Cavallo. Non sentivi il dolore del rimorso, in senso stretto; perchè eri sopraffatto dalle palpitazioni, dalla vertigine della sfida, dal senso del proibito. Quando al liceo Maffei di Verona («Si fa sciopero per la fame nel Bangladesh/dopo un’ora siamo in tre…», cantavano i Gatti di Vicolo Miracoli, stessa scuola) risuonava il richiamo al salto dell’ora di matematica, o di matematica e latino, o -eversione pura- dell’intera mattinata, scattava un’organizzazione perfetta. Gli studenti si smaterializzavano dalle scale uno ad uno. C’era chi riappariva in una sala da biliardo con gli occhiali da nerd appannati dal fumo di una sigaretta, nascosta nel doppiofondo dello zainetto. Chi s’infrattava con le prime ragazzine rivelatesi d’una perizia tecnica che mai avresti detto (una, la Federica oggi è una nota pornostar…). Chi si trovava a giocare a calcetto, correndo in silenzio, a testa bassa, morso dal senso di colpa e, soprattutto, dalla paura di essere beccato financo dal vicino di casa. C’era chi -i più coraggiosi- sfilava semplicemente, alle 11 di mattina, per piazza Brà; nuotava irridente per la “vasca” del centro, incurante di imbattersi nei prof in pausa caffè. Di solito, erano quelli che pagavano per falsificare la firma del genitore sul libretto. Avevamo un compagno, Mario, un genio della carta-carbone, che nel manipolare i documenti non aveva nulla da invidiare ai falsari di quei film sulle grandi fughe nei campi di concentramento nazisti. l bidelli erano i kapò, ma, di solito, con una stecca di Marlboro riuscivi a corromperli. Di solito i prof non ci sgamavano. O facevano finta di non sgamarci. In quel caso, subentrava, un tacito patto tra noi e loro: «bravo, ora l’hai fatto, io-so-che-tu-sai-che-io-so, ma non esagerare». Un rito.

Oggi c’è il registro elettronico con videoproiettore collegato al web, e un sms inviato ai genitori se non rispondi all’appello. Praticamente è come avere un gps sulle terga. E papà e mamma, entrambi lavoratori, martoriati dai sensi di colpa, decidono di rendersi complici. Non di una cattiva azione, ma della fine d’un’epoca…

Incredibile: Domenico Scilipoti fa lezioni di politica. Il genicologo e agopuntore di Barcellona di Gotto, il deputato dell’Italia dei valori che il 14 dicembre del 2010 tradì Di Pietro per salvare Silvio Berlusconi e diventato l’emblema dei voltagabbana, ha creato una scuola di formazione politica giovanile. “Voglio spiegare ai giovani qual è la buona politica”, spiega Scilipoti al Corriere della Sera. “Ai ragazzi spiegherò come ci si muove in certi ambiti…il genere di rapporti che bisogna tenere…com’è opportuno trattare…”. Scilipoti spiega che lui fu costretto ad aiutare Berlusconi “che ancora oggi gode della mia più totale stima, per il bene del Paese”. E aggiunge: “Ero in buona fede..E infatti sia pure dopo qualche tempo, e dopo essermi beccati insulti ovunque mettessi il naso, finalmente gli italiani hanno capiti che era nel giusto e adesso, non causalmente…guardi lì, in fondo al corridoio…adesso mi affidano perfino i loro giovani…Li mandano a scuola da me. Capito?”. Poi Scilipoti sale in cattedra e inizia la lezione: “Per capire bene il valore della politica…”

Archivi