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L’emendamento salva-Monte dei Paschi di Siena bocciato in commissione bilancio al Senato. Problemi nella copertura finanziaria per i 3,9 miliardi di soldi pubblici che dovrebbero essere erogati all’istituto.

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Colpo di scena: MPS trema, a rischio salvataggio stato?

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Il governo ricorre alla sua 47esima fiducia per far votare al Senato la disposizione che taglia i costi della politica. Approvati i tagli al numero e agli emolumenti dei consiglieri regionali. Che fine fanno i vitalizi?

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Gli sprechi della Casta: ecco cosa cambierà con il decreto

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Nuovo cambio di programma nell’agenda di Silvio Berlusconi. Annullata la presentazione del libro di Bruno Vespa prevista per mercoledì pomeriggio e rinviata al 12 dicembre (per paura di qualche domanda prematura sul futuro del Pdl, sostengono i maligni), il Cavaliere farà comunque rientro a Roma e, secondo quanto si apprende, ha convocato lo stato maggiore del Pdl per un vertice all’ora di pranzo o al massimo nel pomeriggio a Palazzo Grazioli. All’ordine del giorno, spiegano le stesse fonti, la riforma elettorale, che ha subito un nuovo stop al Senato, ma soprattutto l’election day: resta infatti sul tavolo la minaccia del Pdl di crisi di governo qualora l’esecutivo non indica l’elezione contemporanea per le regionali e le politiche. Decisione che l’esecutivo dovrebbe assumere nel Consiglio dei ministri di giovedì. Al vertice di mercoledì saranno presenti il segretario Angelino Alfano, i coordinatori nazionali, i capigruppo e vice di Camera e Senato.

La Commissione industria del Senato ha approvato all’unanimità, contro il parere negativo del governo, l’emendamento che proroga di 5 anni le concessioni demaniali balneari come fa sapere il relatore del Pd, Filippo Bubbico, dopo il via libera della commissione al decreto sviluppo.

L’emendamento presentato in commissione Industria dai relatori, Simona Vicari (Pdl) e Filippo Bubbico (Pd), prevedeva che le concessioni demaniali balneari fossero prorogate sino al 2045. La commissione bilancio del Senato ha bocciato la modifica, dando invece il via libera condizionato a una proroga di 5 anni, sino al 2020, più compatibile con quello che potrebbe essere il frutto della mediazione del governo con la Commissione europea che pretende invece l’indizione di un’asta.

La Commissione industria del Senato ha approvato all’unanimità, contro il parere negativo del governo, l’emendamento che proroga di 5 anni le concessioni demaniali balneari come fa sapere il relatore del Pd, Filippo Bubbico, dopo il via libera della commissione al decreto sviluppo.

L’emendamento presentato in commissione Industria dai relatori, Simona Vicari (Pdl) e Filippo Bubbico (Pd), prevedeva che le concessioni demaniali balneari fossero prorogate sino al 2045. La commissione Bilancio del Senato ha bocciato la modifica, dando invece il via libera condizionato a una proroga di 5 anni, sino al 2020, più compatibile con quello che potrebbe essere il frutto della mediazione del governo con la Commissione europea che pretende invece l’indizione di un’asta.

Tirano il fiato, dopo le ultime proteste, i bagnini italiani. Le concessioni demaniali potrebbero essere prorogate di ulteriori 30 anni dalla data di scadenza, fissata per il 31 dicembre 2015. Niente di ufficiale ancora: la speranza degli esercenti è riposta in un emendamento al decreto legge sviluppo presentato nella commissione industria di palazzo Madama da Simona Vicari (Pdl) e da Filippo Bubbico (Pd). L’accordo è dunque bipartisan e l’obiettivo è di rinviare l’applicazione della direttiva europea Bolkestein, con la quale le concessioni saranno assegnate tramite asta pubblica.

di Glauco Maggi

Se e quando catturerà i terroristi della cellula libica collegata ad Al Qaeda che hanno ammazzato l’11 settembre 2012 quattro ufficiali americani a Bengazi, tra i quali l’ambasciatore Chris Stevens, dove mai li schiafferà Obama? (Se li prende vivi, perché lui preferisce i droni o le “catture” alla Bin Laden). Un buon posto è Guantanamo, che già ospita l’architetto dell’attentato alle Torri Gemelle Khalid Sheikh Mohammed dell’11 settembre di 11 anni prima, e il Senato americano sta già preparando le celle. Mentre l’amministrazione Obama, dal primo giorno dell’entrata alla Casa Bianca nel gennaio 2009, le ha pensate tutte per smantellare la galera cubana e trasferire detenuti e processi sul suolo patrio, addirittura a New York per trattarli come mariuoli internazionali invece che come combattenti determinati a distruggere l’America, gli americani sono più concreti e seri. Così, anche se i Democratici controllano il Senato con 55 voti contro 45, ieri l’altro è passata, per 54 a 41, una misura che vieta al governo di insistere con i suoi piani di trovare una prigione sul territorio Usa per piazzarci i terroristi. E la motivazione, banale e pratica, è che “la sede di Guantanamo Bay è equipaggiata singolarmente bene, con una prigione di livello eccellente per trattare i terroristi”, come ha spiegato la senatrice repubblicana del New Hampshire Kelly Ayotte, prima firmataria dell’emendamento che nega i finanziamenti per studiare e pianificare la costruzione di una galera alternativa negli Usa. “L’amministrazione pensa di chiudere Guantanamo, ma il popolo americano non vuole che terroristi stranieri del tipo di Khalid Sheik Mohammed siano portati qui”, ha aggiunto la senatrice. Pur in minoranza al Senato, il GOP si è tirato dietro un buon numero di senatori democratici moderati e con la riconferma a rischio nel 2014, che evidentemente non vogliono passare, davanti agli elettori del proprio stato, per sostenitori della volontà di Obama di chiudere Guantanamo. 

La mozione è venuta come immediata risposta ad una notizia, diffusa in esclusiva da Fox News, secondo cui la senatrice Dianne Feinstein, democratica liberal della California, aveva commissionato uno studio federale per valutare la fattibilità dell’operazione. Il rapporto aveva concluso che, ovviamente, chiusura e trasferimento sono possibili sul piano tecnico, e come non potrebbero? Ciò che non esiste, però, è la fattibilità politica dell’idea, che è respinta da una larga maggioranza di americani nei due partiti e in tutto il Paese. 

Oltretutto, avete notato, anche dai giornali italiani, che il “problema”, o “scandalo”, o “vergogna”, o “inciviltà”, o “immoralità”, o quello che volete voi (whatever, dicono qui) dell’esistenza stessa di Guantanamo è sparito, svanito, scomparso, dissolto? Da quando non c’è più Bush, e al suo posto c’è il comandante in capo buono, umano, premio Nobel, e, nelle misurate parole di Jamie Foxx, “our Lord and Savior Barack Obama” (“nostro padrone e salvatore Barack Obama”), Gitmo è diventato il Club Mediterranee. Non sarà, forse, che il trattamento disumano dei prigionieri a Guantanamo non è mai esistito neppure sotto i generali di Bush? Galera era, e galera è. E per terroristi da guardare a vista, ma con tanto di pasti per la dieta islamica, con i tappetini e i corani, e il traffico degli avvocati che sembra Times Square. Ah, per chi fosse sfuggito, il regime del carceriere buono, Obama, ha anche avuto il suo bel suicida qualche settimana fa in una cella di Guantanamo, ma non è andato in prima sul New York Times e quindi non potevate certo leggerlo neppure in prima pagina in italiano, o come apertura dei tg. 

twitter @glaucomaggi

La sconfitta per la Casa Bianca è la più cocente per il GOP, ma non meno importante, ai fini pratici legislativi e di potere a Washington, è stato l’avere sprecato da masochisti la chance, che sicuramente c’era, di conquistare la maggioranza al Senato nelle due ultime tornate del medio termine nel 2010 e delle presidenziali di questo mese. Con il sistema americano di rigida divisione dei poteri, il controllo del Congresso è decisivo per frenare, orientare e condizionare il “dirigismo” del governo del presidente, che ha la firma delle leggi, o il loro veto, come strumento ultimo di potere. E quanto sarebbe contato per il GOP oggi avere una forza parlamentare completa, con i due rami nelle sue mani, è visibilissimo nel mezzo della battaglia sul fiscal cliff. 
Due anni fa almeno tre seggi in più (in Colorado, Delaware e Nevada) erano alla portata dei repubblicani, che ne conquistarono sei portandosi a 47, quindi a soli tre voti dalla metà. C’era nel paese un favorevole vento pro-GOP, che infatti sbaragliò i democratici alla Camera portandosi a 242 deputati (contro 193 dei Democratici), ma candidature sbagliate, imposte nelle primarie dal Tea Party, non permisero una vittoria totale anche al Senato. Nelle più recenti consultazioni il GOP ha addirittura fatto di peggio: ha buttato via due vittorie sicure per aver scelto in Indiana e in Missouri due candidati, Richard Mourdock e Todd Akin, che hanno poi fatto harakiri con deliranti dichiarazione sull’aborto.  Oltre agli autogol di quei due favoriti in stati rossi, anche in Florida, Montana, Nord Dakota, Ohio e Virginia una più felice scelta dei personaggi, o almeno una campagna condotta con maggiore efficacia, avrebbe consentito di prendersi gli altri posti necessari a superare quota 50. Non a caso, all’inizio del 2012, tutti i commentatori assegnavano al GOP un pronostico favorevole. Invece, non solo non hanno fatto centro, ma hanno addirittura perso due altri seggi nel conto finale, cosicché, nel nuovo Congresso che si aprirà il primo gennaio, il distacco salirà da 6 a 10 senatori: su 100, ci saranno 55 democratici (contando due indipendenti che si sono associati a loro nel gruppo senatoriale) contro 45 repubblicani. 
Il meccanismo del rinnovo graduale del Senato, in cui gli eletti stanno in carica 6 anni, comporta che il 33% dei seggi, a rotazione, venga rinnovato ogni due anni. In palio, nel 2014, ci saranno i posti dei senatori eletti nel 2008, che arriveranno a scadenza. Anche in questo caso, i Repubblicani partiranno sulla carta favoriti, ma dopo le performance recenti dovranno decisamente migliorare i criteri di scelta dei personaggi che poi si sfideranno nelle primarie. Negli Usa il partito non può impedire ad alcuno degli iscritti di partecipare alle primarie, ma dopo i due fiaschi consecutivi il Comitato Nazionale Repubblicano ha deciso di assumere un ruolo più decisivo e influente nel processo selettivo, incaricando due senatori di seguire più da vicino le vicende periferiche: con consigli, networking, relazioni, e appoggi anche finanziari ai candidati ritenuti più eleggibili.
Il GOP è numericamente e politicamente in vantaggio perché anche stavolta i repubblicani dovranno difendere 13 posizioni in rinnovo, mentre i democratici in scadenza sono 20 (per un totale, appunto, di 33). Non solo, i repubblicani da confermare sono quasi tutti senatori degli stati rossi: in 12 sui 13 stati, Obama nel 2012 non è andato oltre il 45,5% del voto popolare (tranne che in Maine, dove ha vinto a mani basse). All’opposto, Romney ha vinto sette dei 20 Stati in cui i seggi in rinnovo sono di democratici:  Alaska, Arkansas, Louisiana, Montana, Nord Carolina, Sud Dakota e West Virginia. In questi sette stati soltanto in Nord Carolina Obama ha perso per soli due punti, mentre negli altri sei la migliore prestazione del presidente è stata in Montana, con un misero 41%. Se si considera che gli elettori di medio termine, come ha osservato il professore di scienze politiche dell’Università della Virginia Larry Sabato nella sua prima analisi sul futuro del Senato fra due anni, sono di solito in minornumero, più vecchi e più di razza bianca che durante le presidenziali, quindi più tipicamente repubblicani, il GOP avrà a disposizione un bel numero di target da conquistare, mentre minori appaiono gli obiettivi possibili dei democratici. Tanto più che, ultimo fattore statistico, il partito di un presidente non va tradizionalmente bene nelle elezioni di medio termine del secondo mandato. Ma da qui a concretizzare in seggi la potenziale situazione di favore per il GOP, dati i disastrosi precedenti, ce ne corre.

di Glauco Maggi 

Slitta tutto in Senato, pure tempo e buon gusto. Slitta il decreto Sviluppo, che resta in commissione fino a lunedì, slitta quello sui costi della politica negli enti locali, su cui si doveva votare la fiducia alle 18 di ieri e invece rimarrà a bivaccare nell’aula deserta fino a martedì. I senatori sostengono che c’entra la politica, che è la ribellione al governo che non ha rispettato il lavoro delle commissioni di merito. Ma tra le motivazioni portate dalla Lega nella riunione dei capigruppo di palazzo Madama per chiedere il rinvio c’è nientemeno che “lo sciopero dei trasporti”. Spiegazione: se la fiducia si fosse votata nella serata di ieri, il Senato si sarebbe dovuto riunire anche domani per gli ordini del giorno e il voto finale sul provvedimento. Roba di poco, una mezza giornata appena, solo che i senatori già non sono abituati a stare in aula di venerdì, figuriamoci a rimanere a Roma fino a sabato, per di più per colpa di uno sciopero.

E’ iniziata nell’aula del Senato l’esame del decreto legge sui costi della politica, che in nottata è stato approvato dalle commissioni Affari costituzionali e Bilancio di Palazzo Madama. Queste ultime hanno introdotto diverse modifiche al testo inviato dalla Camera. La principale, quella sulle fondazioni bancarie che dovranno pagare l’Imu. L’emendamento, proposto dai senatori Elio Lannutti e Alfonso Mascitelli (Italia dei Valori) e approvato dalle commissioni del Senato nel decreto legge sui costi della politica, stabilisce che l’esenzione per le organizzazioni no profit “non si applica alle Fondazioni bancarie”, questione aperta ormai dalla primavera scorsa e tornata più volte al centro del dibattito parlamentare.

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