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soldi

 

di Maurizio Belpietro

Per tranquillizzare i risparmiatori preoccupati per il proprio denaro e restituire agli italiani la voglia di investire nel proprio Paese, ieri Mario Monti ha annunciato che il governo «sta facendo passi» verso la patrimoniale, spiegando che se il quattro dicembre dello scorso anno la tassa non è stata introdotta non solo è causa della contrarietà di  mezza maggioranza, ma perché  «in Italia non erano disponibili informazioni sulla proprietà dei beni».  In pratica, è come dire che l’imposta non è in vigore perché l’esecutivo non ha ancora concluso il suo lavoro, ma appena avrà ultimato i preparativi, e cioè radiografato i patrimoni delle famiglie, la stangata non ce la leverà nessuno.  Poi, resosi conto che le sue parole non erano proprio un invito a nozze per chi ha messo da parte due soldi e si è comprato un appartamento, il presidente del Consiglio si è affrettato a smentire, facendo diramare dal suo ufficio stampa una nota in cui si  precisava che il premier non aveva affatto annunciato una tassazione dei patrimoni. Ma ormai la frittata era fatta.

Monti infatti non si era fatto sfuggire una parolina, come ogni tanto capita anche al più misurato  dei conferenzieri e dunque anche all’uomo di ghiaccio che sta a Palazzo Chigi, ma aveva articolato il suo pensiero in maniera piuttosto esaustiva, spiegando di non essere contrario in linea di principio ad un’imposta che colpisse i beni e la ricchezza e precisando di non averla istituita esclusivamente a causa delle difficoltà degli uffici. Anzi, il professore ha aggiunto che «la tassa sui patrimoni va sdrammatizzata, considerato che esiste già in alcuni Paesi estremamente capitalisti» (ha omesso però di aggiungere che quegli stessi Paesi non hanno una pressione fiscale che rasenta il 60 per cento). 

Insomma, quella del presidente del Consiglio non è una frase dal sen fuggita, un lapsus o che altro: è un convincimento radicato. A lui la patrimoniale piace. La ritiene una misura efficace, ma vorrebbe evitare di provocare una massiccia fuga di capitali all’estero. Questa e solo questa è stata la motivazione che ad oggi ha evitato che venisse introdotta la tassazione generalizzata su beni e proprietà delle famiglie. Ed è per evitare un «allontanamento» delle fortune che ieri, dopo essere intervenuto al «Financial Times Italy Summit» che si è svolto a Milano, il premier si è rimangiato tutto con un comunicato. 

Egli infatti sa bene che quando un ministro o qualche personaggio influente apre bocca evocando la stangata sui patrimoni, alla frontiera c’è chi fa la fila per esportare pacchi di denaro, gioielli e lingotti. Potessero, sposterebbero pure le case con la Gondrand: per il momento non si sono ancora attrezzati ma non è detto che in futuro qualcuno si organizzi. Già, perché se c’è un modo per far fuggire i capitali, scoraggiare gli investimenti e creare insicurezza è proprio quello di continuare a evocare lo spettro che fa paura a chiunque possieda qualcosa. Con le sue paroline, ieri il professore ha dato una picconata alla possibilità di far tornare la fiducia (oltre che la liquidità) sui mercati, perché, come ovvio, se si è evasori si continuerà ad evadere, trovando nella paura della patrimoniale una giustificazione al proprio comportamento illegale, e se si è contribuenti onesti si cercherà, nei limiti del possibile e della legge, di nascondere tutto ciò che si ha alla luce del sole, evitando che le mani rapaci del fisco se ne approprino.  

I sistemi ci sono e all’interno ne raccontiamo alcuni. Si dirà: ma se l’Italia è in difficoltà, è giusto che chi ha di più dia il suo contributo, altrimenti non si è patrioti. Certo, tuttavia chi, pagando le tasse, in anni di lavoro ha messo da parte qualcosa, il suo contributo alla causa lo ha già dato. Sono i politici, i cattivi amministratori,  che hanno dilapidato quei soldi ed ora non è giusto che a risarcire il danno siano chiamati gli onesti.  Comincino prima i politici e i cattivi amministratori a saldare il conto. Poi, se sarà il caso, saranno gli altri a mettere mano al portafogli. Infilare le mani in tasca alla gente, infatti, non è mai  una buona azione, soprattutto se a farlo sono le stesse persone che hanno dato un contributo determinante a indebitare il Paese e a precipitarlo sull’orlo della bancarotta. 

La logica che porta a prendere i soldi là dove ci sono, come detto, non solo fa fuggire il denaro (che è mobile e spesso non ha un nome e un cognome), ma rischia di impoverire quel ceto medio che non ha la vocazione a nascondersi o a far lo spallone per aprirsi un conto all’estero.

Se  non si fanno i tagli alla spesa pubblica, se non si contiene la voracità del fisco, dopo aver dilapidato anche le risorse delle famiglie benestanti e aver distrutto la ricchezza di chi negli anni ha acquisito un certo benessere, cosa faremo: ci consoleremo costatando che siamo tutti più poveri? È a questo che punta il governo? Beh, se è così, non serviva un economista e neppure il rettore della Bocconi: bastava Nichi Vendola. Il quale, ai nostri occhi, è il peggio che ci sia, ma rispetto a Monti ha un vantaggio: almeno ci fa ridere. 

 

A 44 anni di distanza il terremoto del Belice ha ancora effetti sul bilancio italiano. Non si tratta di pochi spiccioli ma di 10 milioni di euro. Lo prevede infatti un emendamento a firma di Giuseppe Marinello, deputato siciliano del Pdl e approvato dalla commissione Bilancio della Camera che ha all’esame la Legge di Stabilità. Per quanto riguarda le risorse ai quattordici paesi della Valle, esse serviranno anche a definire i contenziosi ancora in atto e a ripartire i contributi attraverso un decreto del ministero delle Infrastrutture.

Sabato 10 novembre sembrava fatta. Sembrava che il doloroso nodo degli esodati fosse definitivamente sciolto, invece siamo punto e da capo. Un’altra beffa rifiliata a un anno dall’insediamento dal governo Monti. Governo e maggioranza avevano trovato l’accordo per salvarli, ma dopo un giorno è arrivato l’altolà dei tecnici della Ragioneria dello Stato che ha spiegato come l’esensione della platea degli esodati a chi ha perso il lavoro perché l’azienda ha chiuso avrebbe aperto un problema  di copertura. In sintesi: non ci sono i soldi per aprire il paracadute agli esodati . I lavoravori che per effetto della riforma pensionistica sono rimasti senza lavoro e non possono ancora ricevere la pensione. 

Stop all’aumento delle ore per i prof Ma se la vicenda degli esodati torna ad avvitarsi su se stessa, si chiude positivamente per i professori la loro battaglia: un emendamento approvato dal governo ha cancellato l’aumento dell’orario di lavoro, ma in questo caso non dovrebbero esserci problemi di copetura. Il mancato risparmio che deriverà dal mancato aumento dell’orario dei prof, sarà compensato attraverso una serie di tagli di una serie di spese a carico del ministero dell’Istruzione. I soldi saranno trovati con la riduzione dei distacchi sindacali e i comandi di docenti al ministero, con la vendita di immobiliti. Le spese del Ministero sono state limitate per circa 60 milioni. 

Sono arrabbiati, anzi arrabbiatissimi. Nonostante i sorrisi e il colorato corteo che a forza di musica e canti li ha portati a protestare fino in Piazza Maggiore, sotto il Comune di Bologna. Sono i 130 nigeriani arrivati in Italia durante la cosiddetta “emergenza profughi” della guerra di Libia, e ora ospitati nel centro di accoglienza dei Prati di Caprara, il più grande dell’Emilia Romagna. Hanno chiesto diritti, dignità, e un futuro in Italia, “perché a fine dicembre scadranno tutti i nostri permessi e se non si farà qualcosa finiremo clandestini e senza casa”. Un problema che non riguarda certo le istituzioni locali, visto che tutte le decisioni in questo campo vengono prese a Roma. A riguardare Bologna invece il modo con cui sono stati spesi i soldi usati per accoglierli. Quaranta euro lordi a persona, estendibili a 46, che ogni giorno sono stati dati non a loro, ma a chi si è occupato della loro accoglienza. In questo caso la Croce Rossa Italiana, che ai Prati di Caprara ha organizzato 17 mesi fa una sorta di centro di accoglienza.

 

 

“nuovo presidente, vecchia Sicilia”. O “Crocetta erede di Lombardo”. O, ancora, “Crocetta apre già la voragine siciliana”. Scegliete voi il titolo. Vanno tutti bene, per quel che ha detto oggi il neogovernatore siculo Rosario Crocetta, uscito vincitore dalle regionali dello scorso 28 ottobre. Da quel giorno non sono passate nemmeno un paio di settimane, e crocetta dà già una bella dimostrazione di uso allegro dei soldi pubblici (che tanto non sono suoi). “Daremo ai Comuni cento milioni  l’anno per affrontare il grave problema dei rifiuti in Sicilia. In cinque anni daremo ai Comuni 500 milioni di euro”. Cinquecento milioni. Per la monnezza. Non bastasse, ecco la chicca finale, che farà certo guadagnare all’inquilino palazzo D’Orleans l’immediata simpatia di tutti i sindaci dell’isola: “I Comuni pagheranno (cioè li restituiranno alla Regione, ndr) poi in venti anni perchè non li vogliamo mettere in difficoltà economiche”. Tanto, lui tra vent’anni non sarà più presidente, quei sindaci che ricevono i soldi da qui a cinque anni non saranno più sindaci. E quindi chissenefrega di chi poi dovrà restituire il debito. 

 

 

Si comincia con Matteo Renzi, il sindaco “rottamatore” di Firenze. Nella redazione de Il Fatto Quotidiano, a Roma, si confronteranno i candidati alle primarie del centrosinistra nel programma-evento “Il risiko delle primarie”. Uno per volta. Con servizi, le domande dei lettori via Internet e le voci degli elettori raccolti da Piero Ricca. E soprattutto con le domande dei giornalisti del Fatto, nei nuovi studi della web tv de Ilfattoquotidiano.it. Per oltre un’ora, ieri pomeriggio, Renzi ha risposto al direttore del Fatto, Antonio Padellaro, al direttore de Ilfattoquotidiano.it Peter Gomez, a Marco Lillo che ha realizzato le inchieste sulle spese del sindaco di Firenze e sugli appalti ai suoi parenti, a Stefano Feltri e a Paola Zanca, che ha organizzato e condotto il dibattito. Il video integrale del confronto è disponibile sul nostro sito.
Domani si prosegue con il secondo appuntamento: negli studi del Fatto ci sarà il leader di Sel Nichi Vendola. Il 16 novembre, in allegato con Il Fatto Quotidiano, uscirà in edicola anche il libro “Il risiko delle primarie” (160 pagine, 1,8 euro): la raccolta delle principali inchieste del giornale sui candidati e molti articoli inediti per arrivare preparati al primo turno delle primarie, il 25 novembre.

Sotto l’albero di Natale gli italiani vorrebbero trovare denaro e viaggi, ma si accingono a mettere libri. Tra gli effetti della crisi economica ci sono delle feste natalizie più povere e un netto divario tra regali desiderati e quelli programmati: secondo uno studio della Deloitte, nel Belpaese il budget medio per i regali natalizi è inferiore a quello europeo (551 euro contro  591) e, mentre le sorprese più ambite sono soldi e viaggi, l’orientamento generale è regalare romanzi e prodotti cosmetici.

Un Natale depresso – Il divario tra volontà e possibilità economiche degli italiani viene dall’indagine Xmas Survey di Deloitte, analisi sull’orientamento dei consumi in 18 paesi. I risultati della ricerca parlano chiaro della percezione diffusa della condizione economica nel Belpaese: l’82 per cento degli italiani ritiene di vivere in un Paese in recessione (contro la media europea del 55), e da qui deriva che il 62 per cento degli intervistati programma di spendere meno di quanto fatto nel Natale 2011. Fiducia nel futuro? Poca: secondo il 53 per cento degli italiani il 2013 non andrà meglio dell’anno che si avvia a terminare.

Spesa mirata – Partendo da questi presupposti, argomenta Deloitte, il 70 per cento degli intervistati afferma diessere intenzionata a fare regali “ad elevatà utilità”: niente vizi, insomma, ma cose che si ritengono necessarie. Il 60 per cento, inoltre, prevede di fare acquisti ponderati: si va alla ricerca di offerte e non ci si lascia prendere dai colpi di testa. E così, mentre un italiano su due auspica di ricevere in regalo soldi e vacanze (rispettivamente, il 48 e il 45 per cento degli intervistati esprimono questo desiderio), dallo studio risulta che gli unici negozi che saranno “presi d’assalto” sono le librerie.  

Umberto Bossi, l’ex alleato di sempre, esprime solidarità a Silvio Berlusconi che in questi giorni è strattonato dai vertici del partito che lo vorrebbero più presente sulla questione primarie mentre lui se ne starebbe volentieri al sole di Malindi a godersi delle passeggiate in riva al mare e meditare sul suo futuro politico. Umberto esprime il suo rammarico per la situazione che sta vivendo il Cavaliere: “Mi dispiace vederlo così, senza un partito: gli hanno portato via un sacco di soldi”. Il Senatùr sa bene, d’altronde, cosa significhi perdere la propria creatura politica, forse anche per questo esprime il suo dispiacere per Silvio. 

Grillo non fa paura “Io sono abituato a non avere soldi”, ha aggiunto Bossi, “ma me la cavo”. Alla domanda se Berlusconi farebbe bene a non pagare le primarie del Pdl, Bossi ha poi risposto facendo riferimento alla sentenza Mondadori: “Ha pagato troppo per la casa editrice”. Bossi parla anche della riforma elettorale e non mostra dubbi: “Teniamoci quella di prima che era meglio”. Il Senatùr parla anche di Grillo e ostenta enorme sicurezza sull’avanzata dei grillini: “Non mi fanno paura, tanto non riescono a cavalcare i nostri spazi politici. La lega ha già abbastanza voti,  aggiunge il Senaturm  e io credo che non valga la pena di allearsi con Grillo”. Sicuro anche sull’esito delle elezioni in Lombardia: “Vinciamo Formigoni è l’immagine di un sistema che sta cambiando”. 

Caro (Dear) Marchionne,
Le scrivo questa lettera a cuore aperto (open heart), e per renderla più comprensibile alla Sua poliglotta cultura, ne traduco alcune parti (parts) nella Sua lingua preferita: l’inglese (english).
Purtroppo non ho fatto un Master (corso avanzato) all’estero. Per cui mi scuso per gli eventuali errori (errors: qui, temo, Google Traduttore sbagli…).
Lei sa sicuramente meglio di me come si gestisce una grande azienda coma la Fiat (Fiat). La mia Laurea in Scienze Politiche poco mi aiuta (does not help).
Però, così a naso (at nose) la mossa di minacciare il licenziamento di 19 operai per riassumerne 19 licenziati ingiustamente – così ha sancito la magistratura (judiciarymagistracy) – sembra proprio un ricatto (blackmail: possibile?).
Scatenare una guerra tra poveri cristi, sarebbe una mossa veramente immonda (foul) e sicuramente non da Lei, Mr Marchionne!
Uno che è finito in uno spot del neo rieletto Presidente degli Stati Uniti Obama (wow)!
Figuriamoci… Lei ha studiato e girato il mondo (world) e sa benissimo, che qui stiamo parlando della vita (life) delle persone. E su quella non si gioca (do not joke).
Perché ad ogni operaio corrisponde una famiglia, dei figli, dei debiti.
Perché non c’è solo quel posto di lavoro in ballo (dance).
C’è il giornalaio dove l’operaio non potrà più permettersi di comprare un quotidiano (newspaper), la pizzeria dove festeggiare il compleanno del figlio (son), un meccanico dove portare a riparare proprio quelle macchine (cars) che vendete.
Tutte queste cose, Mr Marchionne, Lei, sicuramente, le sa già (already).
Come conosce bene la voragine in cui si trova il mercato dell’auto. Sa benissimo che marchi concorrenti (competitors) stanno investendo moltissimo sulla ricerca e sull’innovazione, su vetture ibride o elettriche.
Detto questo, mi sembra abbastanza evidente, che Lei preferisca portare la Fiat in un posto che le piace (like) di più (more). Dove potrà mettere a frutto tutta la Sua esperienza, la Sua cultura e la Sua capacità (capacity).
Prima però Le volevo dire due (two) cose (things).
La prima (first): a fare il capo di un’azienda così come lo fa Lei, sarebbe stato in grado anche mio nonno. Che era fabbro e semianalfabeta. Non parlava una parola di inglese. Non era mai uscito dall’Italia. Il posto più lontano da Roma dove era stato era Montelone d’Orvieto in Umbria.
Perché per dire “c’è crisi allora io licenzio”, Le assicuro non serve una laurea (degree).
È Lei l’esperto (expert).
È Lei che è pagato – tanto, suppongo (I suppose) – per farsi venire delle idee per non mandare a casa gli operai (workers).
La seconda (second): la Fiat non è un’azienda privata e basta. Le faccio un esempio: ho abitato i primi 25 anni della mia vita (life) nella periferia sud di Roma. C’erano degli ecologici e comodissimi tram che furono tolti. Sa come mai? Perché si dovevano vendere le vostre macchine.
E, come Lei certamente ricorda, non è che l’azienda di cui è al vertice (top) non abbia giovato di altre agevolazioni. Siccome un po’ di quei soldi sono anche miei, le faccio una proposta (proposal): Lei ci restituisce tutti i soldi (money) che lo Stato direttamente o indirettamente ha elargito alla Fiat e lei prende la fabbrica e la porta dove vuole (where do you want).
Noi saremo felici di donare quei soldi alle famiglie degli operai e di tutti coloro che perderanno il posto. Però almeno non La sentiremo più dire, un giorno sì un giorno no (one day yes one day no), che se continua così sposterà all’estero la produzione.
Vada a Detroit – la città di Romney, giusto? – dove La capiscono meglio.
Ma ci dia indietro (back) i nostri soldi.
Accetta lo scambio (exchange)?

tovato su: Il Fatto Quotidiano

Renato Brunetta assicura che lunedi prossimo arriverà in aula una legge di stabilità «riscritta con equilibrio». Nell’attesa, ieri in commissione Bilancio è andata in scena l’ennesima puntata dell’interminabile telenovela sugli esodati. La tagliola dell’inammissibilità ha infatti colpito anche l’emendamento approvato all’unanimità (non presente Giuliano Cazzola) dalla commissione Lavoro per estendere la salvaguardia dei lavoratori rimasti in mezzo al guado a causa della riforma delle pensioni messa a punto dal ministro Elsa Fornero. Per rendere sostenibile l’esborso il testo prevedeva l’introduzione di prelievo del 3% oltre i 150mila euro di reddito e una clausola di salvaguardia basata sull’aumento delle accise sulle sigarette. Coperture giudicate «inadeguate» dalla commissione. Stessa sorte è toccata ai due emendamenti presentati dal deputato del Pdl, Cazzola. Uno sulla ricongiunzione contributiva onerosa, l’altro sempre sugli esodati, ma in una versione più soft, attraverso la possibilità anche per gli uomini di accedere fino a tutto il 2015 alla pensione di anzianità secondo il sistema contributivo come già previsto per le donne. L’economista, esperto proprio di lavoro e previdenza, parla di bocciatura politica più che tecnica”, spiega Sandro Iacometti su Libero di mercoledì 7 novembre. Di fatto è saltato l’emendamento per estendere la copertura ai “beffati” dalla Fornero. Esodati e umiliati, insomma: dopo un anno dallo schiaffo della riforma, mancano ancora sia i dati sia i soldi. 

Leggi l’approfondimento su Libero di mercoledì 7 novembre

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