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Nessun accordo. Posizioni sempre più lontane. E’ questo lo stato dei negoziati a Washington sul fiscal cliff, il meccanismo combinato di aumenti delle tasse e tagli alla spesa che entrerà in vigore, a meno di un’intesa, il 1 gennaio 2013. Le parti – Casa Bianca e democratici da una parte, repubblicani dall’altra – sembrano arroccate sulle loro posizioni: i primi vogliono aumentare le tasse per i più ricchi; i secondi chiedono più tagli alla spesa sociale.

La Corte dei Conti “richiama” il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Da una parte una previsione di spesa del personale non conforme ai limiti previsti dalla legge. Dall’altra metodi “contabilmente” non corretti e non previsti dalle normative per arrivare al pareggio finanziario nel bilancio: una “reiterata irregolarità contabile – scrivono i magistrati contabili fiorentini – che oltre ad essere contraria ai principi di sana gestione, denota il permanere di una situazione di precarietà finanziaria che richiede l’adozione di particolari misure di adeguamento delle previsioni dell’entrata e della spesa”.

Ventinove miliardi da investire in spesa pubblica, diritti, pace e ambiente. La cifra è quella calcolata dalla campagna Sbilanciamoci! nella “contromanovra finanziaria” presentata ieri a Roma per proporre un “cambio di rotta” rispetto alle politiche che hanno finora segnato la via dell’uscita dalla crisi. Tradotto in slogan: basta con il neoliberismo, con l’austerità e con la subalternità ai mercati finanziari. Nelle 186 pagine del Rapporto Sbilanciamoci 2013 oltre a giudizi e analisi critica ci sono anche 94 proposte specifiche su come e dove usare i soldi per un’economia diversa basata su tre pilastri: sostenibilità ambientale e sociale, diritti di cittadinanza, lavoro e welfare; conoscenza.

Meno province con territori più ampi e popolazione maggiore comportano un risparmio di circa 700 milioni. Ma se lo stesso criterio si applicasse ai comuni, si risparmierebbero quasi 3 miliardi. Perché allora un trattamento così diverso tra province e comuni?

di Leonzio Rizzo

Nella legge 7 agosto 2012 n. 135, il legislatore ha seguito una strada molto decisa, che porta alla abolizione di sessantaquattro province e conseguente sostituzione con enti che rispettino il duplice criterio di popolazione superiore a 350mila ed estensione territoriale non inferiore a 2500 chilometri quadrati.

I risparmi possibili

“Vorrei una fine della legislatura costruttiva. Ma in un sistema democratico un cardine di stabilità e normalità è che allo scadere del mandato tutti siamo sostituibili”. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano torna sul tema delle candidature, dopo aver parlato – la scorsa settimana – del presidente del Consiglio Monti come incandidabile a fine mandato in quanto senatore a vita.

di Franco Bechis

Una piccola soddisfazione c’è.  Le prime vittime del Redditest saranno i politici italiani. Se vivono dello stipendio da parlamentare o da consigliere regionale, non  hanno scampo: saranno considerati tutti o quasi evasori fiscali. Basta inserire tutti i dati nella dichiarazione, mettere le proprietà immobiliari al loro posto, dichiarare tutte le spese fatte per l’esercizio del proprio mandato e il risultato è quasi certo: semaforo rosso, e soprattutto il marchio di infedeltà fiscale ideato dalla Agenzia delle Entrate che per un politico è addirittura una condanna doppia. “Incoerente”, dice il fisco. E incoerenti sono risultati alla prova minuziosa della loro dichiarazione dei redditi quattro leader politici nazionali che Libero ha passato al Redditest. 

Incoerente il presidente della Camera Gianfranco Fini – e mezza Italia riderà:  «bella scoperta». Incoerente il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro. E anche qui non c’era bisogno di Befera per pizzicarlo in castagna. Incoerente il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che ne farà una malattia alla vigilia delle elezioni primarie. Incoerente pure il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri. Lui è un po’ vittima di se stesso e se ne dannerà. Lo abbiamo sottoposto al Redditest perché di fatto era l’unico leader di quel partito ad avere messo on line le sue dichiarazioni patrimoniali dal 2008 ad oggi. Nessuno degli altri, Angelino Alfano in testa, ha avuto simile trasparenza, e visto che per compilare il Redditest servono tutti i dati contenuti in quelle dichiarazioni, Gasparri è stata una scelta forzata.

Per inserire tutti i dati dei quattro leader politici abbiamo usato appunto le loro dichiarazioni dei redditi pluriennali, con le relative variazioni patrimoniali. Da lì sono stati ricavati gli investimenti mobiliari e immobiliari, le categorie catastali per capire se si trattava di ville, appartamentini, case popolari e anche la proprietà di veicoli di qualsiasi natura (auto, barche, moto). Dalla ultima dichiarazione dei redditi, quella 2012 relativa all’anno 2011, abbiamo tratto anche l’eventuale importo di spese mediche, di spesa per iscrizioni in palestre, scuole, o per ristrutturazioni di casa come di assegni per il coniuge separato o divorziato. Tutti dati ricostruiti e calcolati attraverso le detrazioni o deduzioni inserite nella dichiarazione dei redditi.

I Redditest di Fini, Bersani, Di Pietro e Gasparri sono dunque giusti nel dettaglio, dove si è potuto anche inserendo i dati patrimoniali e reddituali di coniugi e conviventi. Per tutti abbiamo calcolato spese fisse proprie dei parlamentari, inserendole nella voce che sembrava più vicina. In alcuni casi in modo molto semplice: i 3.100 euro annui di rimborso spese telefoniche sono stati inseriti nella apposita voce, senza calcolare importi superiori che sicuramente nel nucleo familiare ci saranno. Idem per le trattenute previdenziali. Siccome il reddito complessivo era di anni passati, abbiamo ancora calcolato la trattenuta operata sul vitalizio: 12 mila euro l’anno, inserita nella voce di spesa per la previdenza complementare. Stessa procedura per i 6.400 euro annui trattenuti per l’assistenza sanitaria integrativa: l’abbiamo considerata una assicurazione sanitaria. Come è diventata una polizza la trattenuta di 9.500 euro annui per l’assegno di fine mandato corrisposto. Abbiamo inserito i 22.140 euro annui che con la nuova normativa vengono corrisposti ai deputati a titolo di rimborso spesa forfettario come spese effettivamente avvenute nelle voci di attività culturali e ricreative, quelle più vicine alla materia. Restava la diaria: 42.037 euro annui. Siccome rimborsa spese di soggiorno è stata imputata in parte a spese per un affitto di casa complementare, in parte a spesa di viaggio. Nessun problema per i 13.300 euro annui corrisposti ai deputati come spese di trasporto, perché le voci sono previste nel Redditest. L’unica libertà che ci siamo presi è quella di credere alla versione dei politici – pur sapendo che spesso non è vera – immaginando che tutti i rimborsi spesa vengano spesi proprio per il motivo per cui vengono corrisposti. Per altre voci abbiamo invece inserito la spesa media di settore censita ogni anno dall’Istat per le famiglie italiane: anche i politici spenderanno come loro per acquisto di mobili, computer, elettrodomestici e per il tempo libero.

Nei quattro casi di Fini, Di Pietro, Bersani e Gasparri anche inserendo due volte i rimborsi ottenuti dal Parlamento in entrata e in uscita (operazione su cui il Redditest è ambiguo), il risultato di incoerenza non cambia. In tre su questi quattro casi a fare scattare l’incoerenza è senza dubbio il patrimonio immobiliare. Per Fini pesa quello della convivente e madre delle sue figlie, Elisabetta Tulliani, per cui il software prevede super spese di manutenzione. Per Di Pietro e Bersani le semplici proprietà dirette (sul segretario del Pd ci sono pure una locazione dichiarata e le spese di ristrutturazione immobiliare). Non vengono considerati né cantine, né soffitte, box auto o terreni. Quindi per Di Pietro gli immobili considerati sono stati in tutto 5: una villa e due case popolari a Montenero di Bisaccia,  e due civili abitazioni a Roma e Bergamo. Bastano e avanzano per condannarlo agli occhi di Befera. 

 

Qualche dubbio è venuto perfino allo staff del direttore dell’Agenzia delle Entrate. Prima di arrivare alla presentazione del Redditest infatti lo stesso Attilio Befera si era raccomandato ai tecnici di non compiere più tutti gli errori del passato. Nel vecchio redditometro i coefficienti di moltiplicazione delle varie spese erano spesso bislacchi, e in non pochi casi contenevano una valutazione etica della spesa che non ha nulla a che fare con un fisco moderno. Qualche miglioramento c’è stato, ma dopo avere letto le prime simulazioni fatte dalla stampa specializzata e non, qualche dubbio su come fosse stato costruito quel software è venuto anche a Befera e ai suoi principali collaboratori. Vedere che a parità di perimetro e dati immessi nel sistema, il semplice spostamento della stessa cifra da una voce di spesa all’altra faceva cambiare il giudizio finale del Redditest, ha sorpreso. 

Ad esempio ieri qualcuno ha provato a inserire la stessa cifra di spesa in due voci diverse: l’acquisto di gioielli e i viaggi di piacere. La cifra non era in sé elevatissima – 8.000 euro – eppure nel caso dei gioielli è risultata spesa ammessa, dando come giudizio finale il semaforo verde della coerenza. Se si spostano quegli 8 mila euro dalla spesa per gioielli a quella dei viaggi scatta subito il semaforo rosso, e il contribuente risulta «incoerente». Perché?

Leggi l’articolo integrale di Fosca Bincher su Libero in edicola oggi 23 novembre

 

Appena lieve il calo nell’industria dei giochi, con una spesa al netto delle vincite di 11,2 miliardi nei primo otto mesi del 2012 (-4,8%). L’interesse per i giochi online, invece, cresce.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Italiani: spese pazze per slot machine nonostante crisi

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La spesa per le famiglie, nel 2011, è arrivata a 6,7 miliardi, con una crescita significativa rispetto all’anno precedente (+4,5%). E’ quanto emerge dal Bilancio sociale dell’Inps. In crescita risultano anche le prestazioni per maternità (+4,3%), pari a circa 3 miliardi, e le prestazioni per malattia (+2,1%), che ammontano a 2 miliardi.


pubblicato da Libero Quotidiano

Inps: nel 2011 spesa per famiglie a 6,7 mld

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Il Denaro, Il Fatto Quotidiano, Libero Quotidiano

Le epatiti croniche di origine infettiva, dovute cioè ai due diversi virus B e C (con il C che conta per i ¾ dei casi totali), sono molto diffuse in Italia. Si calcola che più del 2-3% della popolazione ne sia affetto. Almeno 300 mila italiani sono affetti da cirrosi epatica, che è la complicanza grave più frequente. Di questi ne muoiono ogni anno circa 10 mila.

Tali cifre nelle nuove generazioni stanno fortunatamente diminuendo. In modo più veloce per quanto riguarda la forma B per merito anche della vaccinazione, che non è disponibile invece per la forma da virus C.

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