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Il governo ricorre alla sua 47esima fiducia per far votare al Senato la disposizione che taglia i costi della politica. Approvati i tagli al numero e agli emolumenti dei consiglieri regionali. Che fine fanno i vitalizi?

pubblicato da Wallstreet Italia
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Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. I dati devono essere ancora essere confermati, ma dopo lo scrutinio di oltre 6mila seggi su 9219 le preferenze per Bersani sono al 60,8 per cento, mentre per Matteo Renzi ha votato il 39,2. Il sindaco di Firenze ha ammesso la sconfitta, prima via twitter, poi durante il suo discorso al quartier generale della Fortezza da Basso: “Bersani ha vinto nettamente, gli ho fatto i complimenti”.

Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. I dati devono essere ancora essere confermati, ma dopo lo scrutinio del 18,7 per cento dei seggi (1732 su 9219) le preferenze per Bersani sono il 61,5 per cento, mentre per Matteo Renzi ha votato il 38,5. In termini di voti assoluti le cifre sono queste: Bersani ha raccolto 136.566 voti, Renzi 85.414 voti. 

È imbarazzante dover ricordare che quello di voto è un diritto fondamentale dell’individuo, senza se e senza ma, e che in una democrazia degna di questo nome nessuno si sognerebbe mai di subordinarlo a una triste e ridicola procedura come quella escogitata per le primarie del centrosinistra. A coloro che intendono oggi votare per il ballottaggio Bersani-Renzi pur non avendo partecipato domenica scorsa al primo round, è richiesta infatti, come a scuola, una sorta di giustificazionecomprovante i motivi dell’impedimento.

Naturalmente, solo una minima parte dei dei 120mila richiedenti (ma c’è chi dice molti di più) sono stati ammessi alle urne dalle commissioni provinciali del partito, controllate dal quartier generale del segretario Pd.

Molto tempo fa il capitalismo finanziario, che non ama la democrazia, inventò le azioni senza il diritto di voto. Sono trascorsi un po’ di decenni e un partito ha fatto un’invenzione analoga: le tessere senza il diritto di voto. Paradossalmente perché questa invenzione avesse corso nella politica bisognava che nascesse un partito “democratico”. Ed è grazie a questa scintillante innovazione che oggi il sottoscritto non potrà andare a votare alle primarie. Lo so che si infastidiscono assai i burocrati e lo zoccolo duro dei quadri e dei militanti quando sentono sollevare questi problemi. Tutto ciò che turba il loro senso di partito li irrita. Si risentono quando critichi le liste bloccate per il Parlamento. Si risentono quando critichi le liste bloccate per gli organi dirigenti di partito. Si risentono se gli parli di Penati prima che arrivi la magistratura. Così è se gli tocchi le regole di queste primarie. Le regole, le regole.

Dopodomani non andrò a votare per le primarie. Ecco perché. Il teledibattito di mercoledì ha rafforzato quella che era un’intenzione già da prima e spazzato via tutti i dubbi. Non mi piace non votare, so già che mi lascerà in bocca un gusto amaro che non amo. Ma stavolta è davvero l’unica strada che mi sento di battere.

Non riuscirei mai (penso si sia capito da alcuni miei post precedenti) a scegliere Matteo Renzi, uno che ha fattezze fisiche di un’Opa di certo forzitalismo sul Pd. Che il focus della sua campagna elettorale sia stata l’opposizione del nuovo al vecchio senza mai scendere nel dettaglio in una delle tremende scelte che il prossimo presidente del Consiglio di questo paese dovrà prendere mi è sembrato sintomatico della fragilità politica del suo personaggio. Dunque niente Renzi.

 

Pierluigi Bersani dovrebbe ringraziare tutti i giorni il Signore per avergli mandato tra i piedi un giamburrasca come Matteo Renzi. Con le sue sparate il sindaco di Firenze ha creato non pochi problemi dentro il partito, tuttavia per il segretario è stata una manna piovuta dal cielo. Non ci fossero state le primarie e le polemiche sui dirigenti da rottamare, pochi si sarebbero filati il Pd, soprattutto i progressisti non avrebbero potuto monopolizzare per giorni le prime pagine e le aperture dei tg. I confronti in tv, le interviste nei talk-show e i servizi che ogni trasmissione ha dedicato al duello fra Renzi e Bersani sono stati per il partito meglio di una campagna pubblicitaria. Linfa vitale, sfoggio di democrazia e rappresentazione di novità: un’operazione più efficace di centinaia di spot. E per di più gratis.

L’effetto è stato immediato. Per giorni si è smesso di parlare dei problemi del Paese e ci si è concentrati su quelli delle primarie. Sui meccanismi di accesso al voto, sulle metafore agricole del segretario (il canarino in una mano al posto del tacchino sul tetto) e sulle staffilate dello sfidante (caro Pier Luigi, sei stato al governo 2.547 giorni). Risultato, un partito che sembrava inchiodato al 27 per cento e che neppure il karakiri del centrodestra riusciva a smuovere, improvvisamente si è rianimato. Di colpo i sondaggisti hanno rilevato che c’era vita sul Pd e la macchina inceppata cui hanno dato vita ex comunisti ed ex democristiani di sinistra ha cominciato a muoversi. Non sappiamo da dove arrivino i voti registrati dagli esperti di flussi elettorali. Forse da gente che fino a ieri manifestava il disgusto verso la politica e dichiarava di non essere intenzionata ad andare a votare. Forse da qualcuno che era deciso a disperdere il voto scegliendo altre formazioni di sinistra, più piccole e più ideologiche. È possibile anche che tra gli italiani che si dichiarano intenzionati a mettere la crocetta sul nome di Renzi o Bersani ci sia qualche possibile elettore di Grillo, pentito d’aver scelto il comico  prima  ancora di votare. È però molto più probabile  che i sismografi  dei sondaggisti abbiano rilevato la confluenza di uomini tradizionalmente orientati verso il centrodestra, i quali per la prima volta nella loro storia stanno prendendo in considerazione l’idea di votare gli eredi del Partito comunista. Fino ad oggi i blocchi destra-sinistra apparivano immutabili: per quanto gli italiani fossero delusi dalla politica il loro credo era fedele nei secoli. La mobilità fra conservatori e progressisti era cosa inimmaginabile, come se le formazioni politiche e il loro consenso fossero cristallizzati nel tempo. Ma ora qualcosa si muove. Noi stessi abbiamo ricevuto le confidenze di molte persone da sempre liberali che si sono dette pronte a votare per il sindaco di Firenze e altre addirittura che lo hanno già fatto, partecipando al primo turno delle primarie e accettando perciò di iscriversi nelle liste del centrosinistra e di condividerne il programma. 

Più dell’appartenenza a uno schieramento, a quanto pare è il desiderio di cambiamento che sta orientando gli elettori. Una spinta che può indurre a ripensamenti parte di quel 50 per cento di italiani che si dichiara non interessato a votare. La rottamazione, la voglia di partecipare a una competizione vera e forse anche la crisi economica stanno producendo una mutazione genetica nell’elettorato, che non spinge la gente solo alla disperazione o alla protesta, cioè che non fa solo disertare le urne o votare Grillo, ma mette in discussione le convinzioni di una vita.

A fronte di tutto ciò, a fronte cioè della caduta di certezze granitiche che per qualche decennio hanno sorretto e forse condizionato il quadro politico, il Pdl che fa? A tutta prima diremmo che il partito che ha incarnato le aspirazioni liberali e conservatrici della maggioranza degli italiani, prosegue in un processo di autodistruzione che sembra destinato a condurlo se non alla sua scomparsa quanto meno a una marginalizzazione.

La rappresentazione plastica di quel che sta succedendo al Popolo della Libertà la si è potuta avere giovedì a tarda ora, nel salotto di Bruno Vespa. Subito dopo il confronto fra Renzi e Bersani mandato in onda da Raiuno, nelle case degli italiani sono comparsi i volti di Daniela Santanchè, Maurizio Lupi, Mariastella Gelmini e Giorgia Meloni, quattro esponenti del centrodestra che hanno trascorso la serata a discutere dell’opportunità o meno di tenere le primarie. Una discussione surreale, un dibattito fuori dal tempo o, per meglio dire, fuori tempo massimo. Non ce l’abbiamo naturalmente con gli onorevoli radunati a Porta a porta, ma se c’era un modo per certificare un fallimento, i quattro l’altra sera l’hanno trovato. Per deludere gli italiani moderati, molto di più infatti non si poteva fare. 

di Maurizio Belpietro

 

Si gioca anche sull’applicazione delle regole la battaglia tra Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani in vista del secondo turno delle primarie Pd di domenica. A Bologna, gli uffici del Partito Democratico sono presi d’assalto da elettori ritardatari, che chiedono l’iscrizione per i ballottaggi pur non avendo partecipato al primo turno. Ma il coordinamento elettorale è severissimo: occorre allegare alla domanda una giustificazione valida per 20 giorni, ossia per tutto il periodo in cui si poteva fare la registrazione online. Altrimenti niente voto. E così in molti escono delusi e arrabbiati: “Spero che accettino e che mi facciano andare al seggio domenica, è un mio diritto”.

 

Un’intera pagina a pagamento sul Corriere della Sera per invitare i cittadini a votare al ballottaggio delle primarie di centrosinistra e per mandare mail al sito delle consultazioni per iscriversi se non si è votato al primo turno. Il messaggio, dal titolo ‘”Si decide il futuro dell’Italia”, non ha un committente esplicito, ma la grafica è la stessa della campagna di Matteo Renzi. Nessun invito a votare per l’uno o l’altro candidato, nella pagina, ma la segnalazione che è possibile votare anche per chi non ha partecipato alla consultazione al primo turno. E in fondo la citazione di Giorgio Gaber “libertà è partecipazione”.

Offensiva Matteo E’ l’offensiva del Comitato Renzi per occupare al massimo la “finestra di due giorni oggi e domani 30 novembre concessa dal regolamento per registrarsi e, quindi votare, alle primarie per chi non ha potuto farlo domenica scorsa. Sul Corsera viene spiegato che “è sufficiente iscriversi entro venerdì 30 ore 20 scrivendo una mail al coordinamento “primarie Italia bene comune della propria provincia”. Non solo la pagina del giornale: è stato creato anche un sito (domenicavoto.it) che è un generatore di mail per la tegistrazione in vista del ballottaggio. Matteo Renzi si difende: “E’ una mail bombing come dicono le agenzie? Signigfica semplicemente utilizzare gli strumentidella rete – ha detto al Repubblica tv – Mandando una mail si chiede di poter votare e se votano più persone di domenica scorsa è un bene per tutti”. 

La rabbia dei bersaniani Una mossa, questa, che ha scatenato la reazione dei bersaniani:  ” i renziani fanno disinformazione   comprando pagine intere di giornali nazionali. La platea dei votanti   è definita, le regole non si cambiano”. Lo scrive su Twitter la   portavoce del Comitato Bersani Alessandra Moretti. “sanno di perdere e vogliono buttarla in caciara   deligittimando il Partito democratico e il vincitore del   ballottaggio”, ha poi aggiunto la Moretti. Ancora più deciso Tommaso   Giuntella, sempre su Twitter: “Chi viola le regole è Berlusconi.   Sanno di perdere e vogliono sporcare la nostra festa. Renzi fa   disinformazione. Vergogna”. “Faremo di tutto per vincere”.   Anche cercando di convincere gli elettori, che non erano andati al   primo turno, a votare al ballottaggio “perchè se va votare gente in   più, non credo che ci fa male”. Lo dice Matteo Renzi a Repubblica.it. 

Il garante Luigi Berlinguer, presidente del Collegio dei garanti delle primarie, è sceso in campo e ha lanciato l’allarme per il rischio di “disinformazione e inquinamento” del ballottaggio. “C’è un’informazione non giusta, che inganna gli elettori e gli fa pensare che basti iscriversi per votare”, ha detto nel corso di una conferenza stampa.   “Questo turba la regolarità serena della consultazione – ha insistito – non vogliamo elezioni che corrano rischi di inquinamento e disinformazioni”.   Berlinguer ha citato tra l’altro le due pagine a pagamento comparse oggi su grandi quotidiani, in cui si dice appunto che per votare basta iscriversi entro domani. E ancora: “Ci è piaciuto molto aprire i giornali e vedere queste due pagine, noi desideriamo che tutti vadano a votare, ma c’è un elemento di disinformazione che induce a pensare che basti inviare la richiesta per poterlo fare- La richiesta di votare è legittima ma deve essere motivata. Non basta la sola richiesta per autorizzare al voto, ma deve essere motivata, valutata e accolta dagli organismi provinciali”.   Dunque, ha ribadito ancora una volta, le deroghe all’obbligo di iscrizione entro il 25 novembre “sono casi eccezionali e riguardano solo quanti, per ragioni indipendenti dalla propria volontà, sono stati nell’impossibilità di registrarsi all’albo. Potranno votare dimostrando tutto questo”

 

Matteo Renzi chiarisce tutto prima del ballottaggio e prima del confronto tv di stasera. Prima di tutto fa chiarezza sulle possibili alleanze e sbatte la porta in faccia a Pierferdinando Casini. “Nessun accordo con lui se vinco le primarie”. E se dovesse perderle? “Se perdo le primarie – dice – non ho niente da chiedere a Bersani. Io non dirò mai che vado in Africa, perché non me la sentirei di prendere in giro nessuno. A un certo punto finirò con la politica, ti metti sul mercato, cerchi tra aziende private, magari all’università”. Insomma il giovane sindaco si chiama fuori dagli inciuci e dalle poltrone di “favore”. Poi Renzi parla più apertamente del suo avversario: “Sono tutti insieme all’ultimo giro di giostra. Bersani – spiega – fa parte della stessa generazione di politici: non voglio sfasciare, ma fatemi dire fino all’ultimo giorno che c’è un’alternativa rappresentata da noi. Bersani – dice Renzi – è una persona per bene e mai mi permetterò di attaccarlo su questo. Io sono una persona seria e non ho mai messo in dubbio la correttezza di Bersani”. Il rottamatore vuole essere corretto. Ma sul passato e sulle polemiche della campagna per le primarie Renzi non è tenero con Pier:”Mi sarebbe piaciuto che non avessero fatto le polemiche che hanno fatto su di me, sulle cene con i finanzieri, sugli attacchi personali che ho ricevuto”. 

Adotta un bersaniano Intanto la data del 2 dicembre ormai è alle porte e Renzi deve recuperare voti. Soprattutto deve prendersi quelli di Bersani. E allora lancia la campagna “adotta un bersaniano”. “Ciascuno convinca un bersaniano a votare Matteo Renzi!”, ha affermato Renzi. Ma la partità sarà dura perchè Nichi Vendola dirotterà i suoi voto molto probabilmente su Berasani. “Penso che stia dicendo parole che profumano di sinistra” dice Nichi. ”Bersani è un bravo socialdemocratico europeo, è stato un ministro molto attento, molto competente e – sottolinea il governatore della Puglia – molto operativo. È un leader politico che ha una qualità rara sulla scena pubblica; è un uomo di grande umanità, non è un cinico”. 

Giustificazione via mail Mentre i due candidati aspettano di capire come prendere i voti altrui continuano a litigare per le regole del ballottaggio. La polemica più dura era stata innescata da Matteo Renzi che punta ad un ampliamento della base elttorale. Un pò come accadde per Hollande in Francia. Ma le regole stilate dai “garanti” del Pd sostanzialmente eliminano la possibilità di modificare il corpo elettorale fra primo e secondo turno. “Il corpo elettorale è quello del 25 novembre”, aveva detto solo qualche giorno fa Luigi Berlinguer presidente del collegio dei granti del pd. Ma dopo le proteste dei renziani e le polemiche sul web, il Pd ha rivisto le regole. In sostanza i coordinamenti provinciali avrebbero riaperto le porte il 29 e il 30 novembre per accogliere le “giustificazioni” autocertificate di chi non ha potuto votare al primo turno. Questi coordinamenti provinciali entro sabato 1 novembre avrebbero dovuto dare un resposnso favorevole o contrario alla “giustificazione” dell’elettore “mancato”. Oggi è arrivata una novità non da poco. I coordinamenti resteranno comunque aperti il 29 e il 30 per attestare fisicamente le autocertificazioni, ma chi vorrà potrà anche spedirle via mail. Una novità che potrebbe facilitare le nuove richieste per partecipare al voto del 2 dicembre. 

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