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Dopo il bagno di sangue iniziato mercoledì 14 agosto,  fatto anche con armi italiane, occuparsi di ciò che accade alla stampa che opera in Egitto potrebbe sembrare irrilevante.  
Però, militari e Fratellanza musulmana hanno scoperto di avere qualcosa in comune: l’odio per la narrazione delle loro azioni. Allora, prendete cinque minuti del vostro tempo per leggere questo post. 

Da quando, il 3 luglio, l’esercito ha deposto il presidente Mohamed Morsi, i media considerati favorevoli alla Fratellanza musulmana sono stati sistematicamente presi di mira. Dopo gli arresti della prima ora e la chiusura delle redazioni di diverse emittenti televisive, il totale dei giornalisti imprigionati ha continuato a salire arrivando a oltre 50.

Niente grazia, perché non la chiederà lui e perché, in fondo, non cambierà molto la sostanza politica. La via d’uscita ch Silvio Berlusconi sta cercando in questi giorni drammatici sarebbe un’altra, consigliata dal suo legale Niccolò Ghedini (quello messo in ombra dal collega Franco Coppi nei convulsi giorni della sentenza della Cassazione sul processo Mediaset): l’affidamento ai servizi sociali. Il Cavaliere, chiuso ad Arcore, ai pochi fedelissimi ammessi in villa continua a ripetere: mai e poi mai. L’ex premier vivrebbe questa soluzione, all’alba dei 77 anni, come un’ulteriore umiliazione. Ma c’è anche la questione-governo, legata al voto sulla sua decadenza da senatore. Se il Pd, come annunciato, voterà a favore, un minuto dopo cadrà anche Letta. 

La carta di Ghedini – Questione politica e giudiziaria, ancora una volta, vanno a braccetto. E Ghedini torna in pressing. Come scrive Barbara Romano su Libero di domenica 18 agosto, il difensore è convinto che l’affidamento ai servizi sociali sia più efficace perché, contrariamente alla grazia, estinguerebbe gli effetti penali della condanna. Quindi, anche la decadenza. Mina che però verrebbe disinnescata solo se l’affidamento andasse a buon fine. Quindi, non prima di nove mesi. La soluzione di Ghedini presuppone, perciò, un accordo col Pd per sospendere la procedura sulla decadenza di Berlusconi da senatore in corso nella Giunta per le immunità. Il voto in Giunta è previsto per il 9 settembre, ma può slittare. E se slitta, le conseguenze sono due: votare entro il 2013 diventerebbe di fatto impossibile (e il voto in autunno è la tentazione di molti falchi Pdl) e il governo sarebbe salvo di fatto fino alla primavera 2014, potendosi concentrare su legge finanziaria e riforma elettorale. Il punto è: accetterà Berlusconi di andare ai servizi sociali? E accetterà il Pd di concedere una via d’uscita al nemico?

Il pasticcio della legge Severino – Il nodo sulla “agibilità politica” del Cavaliere, peraltro, resta. La legge Severino prevede l’incandidabilità per i politici condannati in via definitiva a pene superiori ai 2 anni. A sinistra, molti ribadiscono come la norma coinvolga anche Berlusconi, escludendolo di fatto dalle eventuali elezioni anticipate. Ma molti giuristi non sono d’accordo, come riporta Laura Cesaretti sul Giornale. L’articolo 66 della Costituzione spiega: “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e incompatibilità”. Dunque sarebbero Camera e, nel caso del leader Pdl, il Senato a dover esprimersi. E qui si torna al caso già citato. Ma secondo il costituzionalista Giovanni Guzzetta è l’applicazione della legge Severino al caso Berlusconi sarebbe “incostituzionale” e “violerebbe la Convenzione europea dei diritti dell’uomo” in quanto retroattiva (la legge è del 2012, i reati per cui è stato condannato Berlusconi risalgono a inizio anni 2000). Se fosse applicata retroattivamente, aggiunge il professor Paolo Armaroli “bisognerebbe dire che anche in campo penale c’è la retroattività della legge. Gli unici casi in cui si applica la retroattività dalla legge penale si verifica quando si passa da un regime all’altro, per esempio dal fascismo alla democrazia”. Secondo il professor Antonio Leo Tarasco (Pontificia università gregoriana di Roma), poi, la Carta “pone nel popolo e non nella magistratura la sovranità”. Sarebbe solo il voto, dunque, a sancire chi può entrare in Parlamento. E per il professor Alessandro Mangia, intervistato da Sussidiario.net, l’incandidabilità di Berlusconi per la sentenza Mediaset sancirebbe la prevalenza del potere giudiziario su quello legislativo. Sulla incandidabilità di Berlusconi, conclude, solo le Camere possono decidere. 

Magistrato la mattina. Sindaco il pomeriggio, la sera e i weekend. Non soltanto in senso metaforico, come Luigi de Magistris a Napoli (che peraltro da quattro anni si è dimesso dalla magistratura) o Michele Emiliano a Bari. A Portici, città di 55mila abitanti confinante con Napoli, si è andati oltre. Il neosindaco Nicola Marrone, 51 anni, eletto col 60% a giugno alla guida di una coalizione variopinta Sel-Verdi-Idv-Udc, è rimasto a tutti gli effetti un giudice in servizio. Fino alla pausa estiva, ha continuato ad andare in udienza, ad ascoltare le parti, ad emettere ordinanze e sentenze. Lo aveva fatto durante la campagna elettorale e ha seguitato anche dopo la vittoria al ballottaggio di giugno. Il giorno dell’insediamento da sindaco è arrivato al Comune trafelato, in scooter. La cerimonia è durata pochi minuti perché Marrone doveva scappare in tribunale, al lavoro. Indossa fascia tricolore e toga, non si è messo in aspettativa e tantomeno si è dimesso dalla magistratura. Accumula i due incarichi ed accetta di buon grado, lasciandosele sfilare addosso, le polemiche alimentate da chi sottolinea l’inopportunità del caso. Come il leader dell’opposizione, il Pd Giovanni Iacone, che nei giorni scorsi ha tappezzato Portici con centinaia di manifesti.

Era un’estate fa e Sergio De Gregorio masticò a lungo, e con molto anticipo, lo stesso pensiero di fondo che si legge tra le righe della dichiarazione di Napolitano dell’altro giorno: chiedere a B. il passo indietro dalla politica. De Gregorio, già senatore dipietrista poi berlusconiano, aveva maturato la decisione di collaborare con i pm di Napoli nell’inchiesta su una compravendita di parlamentari. Quella del biennio 2007-8, per far cadere Prodi, in cui il Cavaliere potrebbe essere rinviato a giudizio per corruzione. De Gregorio disse: “Abbiamo esagerato, Berlusconi farebbe bene a ritirarsi come ho fatto io”.

De Gregorio, servirebbe più di una grazia.
Ma lei pensa davvero che Napolitano possa concedere la grazia?

Nell’attesa che il Colle decida le sorti del Cav, i Cinque Stelle preparano lo sgambetto per Napolitano. Se il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse concedere un atto di clemenza all’ex premier e leader del Pdl Silvio Berlusconi, il Movimento 5 stelle sarebbe pronto a chiederne l’impeachment. Ad avanzare l’ipotesi di mettere sotto accusa Re Giorgio è stato il senatore grillino Michele Giarrusso

Impeachment per Re Giorgio – “La grazia o qualsiasi altro atto di clemenza per Berlusconi sarebbe un atto eversivo. E Napolitano dovrebbe essere messo in stato d’accusa per attentato alla Costituzione. Non è una mia posizione personale, anche  Grillo è d’accordo e ci stiamo già preparando”, dice Giarrusso, membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa di Palazzo Madama in un’intervista a L’Espresso

Attentato alla Costituzione – Giarrusso spiega che “una grazia concessa a Berlusconi, che è pregiudicato e pluricondannato per reati anche gravissimi, ovviamente violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Sarebbe un atto di una gravità inaudita e sarebbe l’ultimo di una serie di strappi che questo presidente ha compiuto. Il più grave e intollerabile”. Insomma il Movimento Cinque Stelle si mobilita in tutti i modi per sbarrare la strada ad una grazia per il Cav. I grillini in settimana avevano chiesto al presidente della Giunta per le Immunità al Senato, Dario Stèfano di anticipare i tempi per il voto sulla decadenza del Cav dalla carica di Senatore. Stèfano era stato chiaro: “La procedura seguirà l’iter normale senza accelerazioni”. Così ora i Cinque Stelle mettono nel mirino Napolitano. L’obiettivo è sempre lo stesso: far fuori il Cav dal Senato. (I.S.)

Certo neppure lo sceneggiatore più incline a costruire situazioni assurde sarebbe arrivato a tanto, a immaginare uno scambio dialettico tra il comico più geniale e divertente e l’uomo politico più iroso e meno spiritoso della vita nazionale. Ma si sa, siamo in Italia e con i tempi che corrono la realtà supera di continuo ogni fantasia e così ci troviamo di fronte alla querelle Benigni-Brunetta.

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