Consulenza finanziaria, perchè non “sfonda” fra gli investitori italiani

Economia

La storia, se fosse lineare, dovrebbe svolgersi più o meno così: dal momento che, in Italia, le conoscenze economico-finanziarie sono inferiori alla media, il ricorso agli esperti della consulenza, da parte degli italiani, dovrebbe essere particolarmente elevato.
In fondo, quando servono competenze specifiche delle quali non si è in possesso, chiamare un esperto è la cosa più naturale. E se un architetto o un geometra possono ben progettare la ristrutturazione di casa propria, difficilmente una persona sprovvista di tali qualifiche si avventurerebbe nella stessa impresa.
Quando, poi, ci occorre la prescrizione di un farmaco, il ricorso all’esperto diventa non solo ovvio, ma anche obbligatorio. Solo il medico, infatti, avrà il diritto di rilasciare una ricetta.

La pianificazione finanziaria, tuttavia, non segue né lo schema della prescrizione medica né quello della ristrutturazione di casa. Spesso, gli italiani decidono di organizzarla in autonomia e, con frequenza ancor maggiore, si affidano alla parola di amici e parenti. In verità, però, l’utilità delle competenze specifiche resta evidente anche in questo campo. Anzi, un più diffuso supporto della consulenza finanziaria permetterebbe di bilanciare quelle lacune in materia di risparmio che sono, purtroppo, così diffuse nel nostro Paese.

Sugli investimenti prevalgono i “consigli informali”

L’ultimo rapporto Consob sugli investimenti delle famiglie italiane offre un prezioso sguardo sugli umori e le condizioni socio-economiche che circondano le scelte finanziarie – inclusa quella di ricorrere o meno all’assistenza di un advisor professionista. Il 45% del campione sondato dalla Consob (che qui include solo chi investe attivamente) afferma che le scelte in materia finanziaria vengono assunte sulla base di “consigli informali”, una categoria che comprende amici, parenti e colleghi. Circa il 40%, poi, dice di investire in totale autonomia.
La percentuale di chi afferma, invece, di affidarsi a un consiglio professionale scende al 30%.

L’identikit di chi sceglie il consulente

Quali sono i tratti distintivi di quest’ultimo, minoritario, gruppo di investitori? Secondo il profilo tracciato dalla ricerca, i clienti degli advisor professionisti sono, con più frequenza, soggetti in là con gli anni (con una maggiore incidenza di pensionati e vedovi/divorziati), dotati di un livello di ricchezza e di istruzione superiori alla media e residenti con maggiore frequenza nel Centro-nord. Sul versante psicologico, parliamo di persone in grado di tollerare piccole perdite di denaro e che hanno la tendenza a sopravvalutare le loro reali competenze economiche.
Infine, si tratta di soggetti la cui fiducia nel sistema finanziario nel suo complesso risulta superiore alla media.

Il primo paradosso espresso da questi dati è che, contrariamente a quanto vorrebbe il buon senso, gli investitori dotati di minori competenze specifiche sono gli stessi che più fanno riferimento al consiglio di amici e parenti e non all’assistenza di un esperto. Perché? Parte della risposta risiede, a nostro avviso, nella limitata conoscenza che gli italiani hanno della professione del consulente finanziario.

Consulenza finanziaria, questa sconosciuta

Secondo la ricerca Consob, la maggioranza assoluta degli italiani non-investitori afferma di ignorare in che cosa consista, addirittura, un consiglio d’investimento. Fra gli investitori tale percentuale scende sotto il 20%, ma appare ancora piuttosto elevata. Le conoscenze sulla professione dell’advisor non sono certo più incoraggianti – nemmeno fra quei risparmiatori che vi ricorrono. Quasi l’80% degli italiani è convinto, infatti, che il servizio di consulenza finanziaria sia gratuito, benché in nessun caso sia veramente così. All’interno di questo gruppo, la stragrande maggioranza afferma che, comunque, non sarebbe disposta a pagare il servizio che riceve.

La fumosità che avvolge le modalità di pagamento della consulenza si affianca all’esiguità degli investitori che retribuiscono direttamente il proprio advisor. Fra i risparmiatori assistiti da un professionista, infatti, a pagare una tariffa oraria o una parcella fissa è una percentuale che non arriva, complessivamente, al 5%.

Un aspetto che va un po’ a scontrarsi con la seconda caratteristica che gli italiani reputano più importante in un consulente: il fatto che agisca nel miglior interesse del cliente (35%). Ciò si fa chiaramente più complicato quando l’advisor percepisce denaro sulla base della vendita di determinati prodotti.
Non sorprende, quindi, che insieme con la mancanza di fiducia, buona parte di quei risparmiatori decisi a non rivolgersi a un consulente abbia maturato questa convinzione perché non sa valutarne i costi (15%) e, di conseguenza, il valore aggiunto (14%). Difficilmente gli italiani direbbero la stessa cosa del proprio medico o dell’architetto che ha rimodernato il soggiorno.



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